mercoledì 24 marzo 2010

Più ricchi, più poveri

"Voi non diventerete mai ricchi", era il titolo di un capitolo del libro di Michael Moore "Stupid White Men" di qualche anno fa. Giusto richiamo al buon senso, per un popolo da troppo ingannato con l'idea del "sogno americano", che se può valere per qualcuno, certamente non vale per la stragrande maggioranza della popolazione (il classico "uno su mille ce la fa").
In questi bassi tempi è bene ricordare anche le cose più banali. Dopo trent'anni di neoliberismo, in cui il guadagno e il profitto sono stati posti come traguardo fondamentale per tutti, è bene sottolineare l'errore di questa idea e riflettere sui danni che ha fatto. Uno dei corollari dell'assurdo principio secondo cui i soldi sono la cosa più importante, è che i soldi si devono fare subito, e che bisogna massimizzare i guadagni e ridurre al minimo i costi.
Ma fare i soldi subito, non significa creare ricchezza sul lungo periodo. L'azienda che per ridurre i costi taglia i posti di lavoro, o utilizza prodotti vecchi per risparmiare sui costi, sul breve periodo potrà anche ottenere buoni risultati, ma sul lungo periodo rischia seriamente di perdere quote di mercato e di fallire.
Il risultato paradossale di questa mentalità, che dagli Stati Uniti si è a poco a poco estesa in tutto il mondo, senza tuttavia raggiungere i livelli americani, è stato che tutto ciò che ha valore per le persone, da fine è diventato mezzo (per fare soldi), e dunque è stato squalificato nella sua essenza. Se i soldi contano più di tutto, tutto il resto non conta nulla, e questo è un paradosso perché i soldi in origine dovrebbero servire proprio per ottenere degli scopi importanti per gli esseri umani. Dunque, non è un caso che la finanziarizzazione dell'economia produca crisi a ripetizione, e che l'adorazione per la ricchezza alla lunga produca povertà. Lo scadimento della qualità dei prodotti è l'altro ovvio risultato della cultura dell'iperconsumismo (a sua volta inventato per convincere-costringere gli individui ad acquistare il più possibile). Le cose non hanno valore, le persone neanche. Anche la qualità della vita ovviamente peggiora, si lavora sempre di più, guadagnando sempre meno. L'idea di base del neoliberismo, che se la politica aiuta i ricchi, poi le briciole ricadono su tutti, si è dimostrata fallimentare. Le briciole della torta del signore non sono sufficienti a nutrire l'intera servitù.
Come si vede, dietro la crisi si nascondono idee sbagliate che magari abbiamo tutti più o meno introiettato. Invece dobbiamo tornare alle origini. Non è per "fare i soldi" che i musicisti più bravi sono diventati ricchi e famosi, non è per diventare ricchi che i bambini che amavano il calcio e giocavano tutti i giorni sono poi diventati giocatori di serie A, né è per i soldi che gli imprenditori di un tempo erano orgogliosi di dare lavoro a molte persone. Intendiamoci, gli affamati di soldi ci sono sempre stati, ma sono sempre stati una minoranza, e sono sempre stati abili a sfruttare le capacità, le passioni e gli interessi altrui. Il discografico che ha scoperto i Beatles in uno scantinato sarà stato anche contento di arricchirsi grazie a loro, ma se tutti pensano solo a fare i soldi, non ci saranno più gruppi come i Beatles (tutt'al più ci saranno ragazzi che sognano di andare al Grande Fratello). Il manager della Coca-Cola che un secolo fa reinvestiva il 40% dei ricavi in pubblicità, era un pioniere che sfruttava i bisogni e i desideri della società (la gente voleva bere una bevanda fresca, condividere uno status ecc.). Ma se tutti diventano manager della Coca-Cola e venditori, la società crolla. Se non ci sono più valori, non c'è più niente da vendere.
La crisi economica è in primo luogo una crisi morale. I soldi (visti come fine e non come mezzo) sono come un cancro che ci divora. Secondo una diabolica legge del contrappasso, se un'intera società si dà la priorità della ricchezza, non solo avrà rinunciato alle cose importanti della vita per inseguire una chimera, ma si ritroverà anche più povera. Come i concorrenti del Grande Fratello, sicuramente più poveri (oltre che più vuoti di passioni e di ideali) dei Beatles.

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