lunedì 28 marzo 2011

Gli Stati Uniti falliranno?

Mentre in Europa tremano i debiti sovrani di stati tutto sommato marginali, come la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo, e la speculazione si accanisce su di essi, costringendo l'Unione Europea a varare il fondo salva-stati, guardando oltre Atlantico qualcuno si comincia a domandare quale sia la situazione del paese più ricco del mondo.

Gli Stati Uniti falliranno? Questa domanda, che poteva sembrare insensata fino a qualche anno fa, è ormai oggetto di dibattito, non solo nei blog (in America ormai si diffondono i blog catastrofisti con le peggiori previsioni di crollo), ma anche a livello governativo, dal momento che lo stesso segretario al Tesoro Tim Geithner ne ha fatto menzione un paio di mesi fa.

Il debito pubblico federale americano ha ormai superato i 14.3000 miliardi di dollari, pari a circa il 99% del Pil. Nel 1980 il debito pubblico era ancora intorno al 30%, ha raggiunto il 60% intorno al 1990, era intorno al 65% nei primi anni 2000, quando ha ricominciato a salire durante i governi Bush (che tagliava le tasse e aumentava le spese militari), ed ha avuto un'impennata dopo la crisi del 2008. Al debito pubblico va aggiunto il debito dei singoli stati e delle città, che è anch'esso molto elevato e in alcuni casi a livello di bancarotta, come quello della California governata per due mandati da Arnold Schwarzenegger, che ha superato il 300% del suo Pil. Come ci insegna il ministro Tremonti, che ha più volte sollecitato l'Unione Europea a tenere conto anche del debito privato, per conoscere la sostenibilità del debito di un Paese, occorre tenere presente anche il debito privato, appunto, che è basso in Paesi come l'Italia o il Giappone, ma è molto elevato negli stessi Stati Uniti. I quali hanno anche un elevatissimo debito estero, dovuto all'eccesso di importazioni, necessarie per soddisfare il livello bulimico dei consumi interni. Insomma gli Stati Uniti sono un Paese che assommano un elevato debito pubblico a un elevato debito privato, con l'aggravante del debito estero. Il totale dei debiti pubblico (federale più quello dei singoli stati) e privato supera il 300% del Pil. Per questo motivo c'è ormai chi paventa un possibile fallimento del Paese. Un elemento importante è costituito dal deficit pubblico, cioè da quanto si indebita lo stato anno per anno: dopo la crisi del 2008 il deficit si è impennato, raggiungendo il 10%, perché il governo ha deciso, o è stato costretto, a salvare banche e industrie, e per l'aumento dei sussidi di disoccupazione e la diminuzione delle entrate fiscali.


A questo punto ci si può chiedere: come può il paese uscire da questa situazione? All'indomani della seconda guerra mondiale, il debito pubblico americano era intorno al 120% del Pil, ma allora la situazione era molto diversa da oggi: un paese giovane, pieno di voglia di fare e speranza, un'industria avanzata e senza avversari al mondo, permisero al paese di ridurre il debito attraverso una robusta crescita economica. In altre parole non fu ridotto il debito in termini assoluti, fu semplicemente ridotto il suo peso in percentuale rispetto alla ricchezza prodotta. Il debito era già sceso all'80% del Pil nel 1950, e al 40% nel 1965. Insomma, l'economia capitalistica moderna si è sempre basata sul binomio crescita-indebitamento, laddove il secondo, visto come investimento per il futuro, non dava problemi perché comportava una crescita ancora maggiore. Nel corso dei decenni, però, l'indebitamento è diventato sempre meno sostenibile, per una serie di ragioni: dall'invecchiamento della popolazione che ha fatto aumentare le spese per pensioni e cure mediche, all'aumento sconsiderato dei consumi privati, a scapito degli investimenti sulle infrastrutture e la ricerca, insomma della crescita futura. E così, mentre la crescita diminuiva gradualmente, le spese aumentavano sempre più. Si è arrivati così all'epoca del consumismo, in cui i consumi rappresenta(va)no il 70% dell'economia americana, la quale trainava l'intera economia mondiale, con i paesi esportatori (tra cui l'Italia) ben felici di esportare verso quel paese così ingordo. Ormai l'economia americana si regge sui consumi e sull'indebitamento, privato e pubblico.


Il problema è proprio questo: oggi questo meccanismo sembra essersi spezzato, in altre parole, le economie occidentali, a partire da quella americana, non sembrano in grado di crescere in maniera robusta, per cui si indebitano in maniera patologica non già per investire sul futuro, ma per mantenere disperatamente lo stesso tenore di vita, anche se la popolazione invecchia, anche se le Borse crollano, anche se la globalizzazione e la delocalizzazione hanno spostato milioni di posti di lavoro verso altri paesi emergenti, come la Cina. La finanza creativa degli anni 2000 doveva aiutare il sistema, ma si è rivelata fallimentare, e votata, prima di autodistruggersi, a drenare ricchezza dai cittadini verso le banche e i fondi di investimento privati.

E l'amministrazione Obama, vuoi perché prigioniera delle lobby della finanza e delle corporation, con l'opposizione repubblicana che tifa per esse, vuoi perché contagiata dall'ideologia del neo-liberismo e della deregolamentazione, ha generosamente aiutato quella stessa finanza che aveva provocato il disastro nel 2008, regalando soldi alle banche, con i quali soldi i banchieri si sono regalati bonus da record proprio nell'anno successivo al loro fallimento. Inoltre, per aiutare le banche che continuano ad avere problemi e per dare un po' di stimolo all'economia, la Federal Reserve (banca centrale) sta stampando grandi quantità di moneta, scelta che serve solo a prendere tempo e a nascondere la polvere sotto il tappeto, tra l'altro esportando i propri problemi nei mercati esteri attraverso l'inflazione.

E qui si vede l'impasse in cui si trovano gli Stati Uniti: per ridurre i debiti hanno bisogno di crescere, ma la crescita (reale, non drogata da debiti e spesa pubblica) ormai non c'è più, perché il paese non è più competitivo, e senza il sostegno statale (che produce deficit, e quindi nuovi debiti) l'economia tornerebbe in recessione. Il governo dovrebbe prendere atto di ciò, e impostare un piano lacrime-e-sangue che abbandoni i sogni di ripresa e pensi ad evitare il disastro, aumentando fortemente le imposte, soprattutto per il ceto più abbiente, e riducendo le spese inutili (a partire da quelle militari), ma questo provocherebbe le proteste dell'opposizione, e forse di molti deputati della stessa maggioranza (che per la verità ormai al Congresso è una minoranza).


Insomma il paese avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio, di capire la gravità della situazione, e di fare in modo che possano lavorare tutti insieme per uscire da una situazione non più sostenibile. Ma la litigiosità e l'emotività del dibattito pubblico americano non promettono nulla di buono. Per cui temo che si tiri a campare finché arriverà il disastro.

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