sabato 2 aprile 2011

Fuga dal dollaro?


Gli Stati Uniti hanno un indubbio e grande vantaggio: la loro moneta, il dollaro, è la valuta di riserva mondiale. Questo consente loro di adottare una politica di espansione monetaria superiore agli altri paesi, e di indebitarsi verso l'estero (importando più di quanto esportano) senza rischiare di vedersi rifiutato qualche pagamento. E per pagare i debiti non hanno da fare altro che stampare nuova moneta. Certamente le banche degli altri paesi (ad esempio i paesi esportatori come la Cina o la Germania) che ricevono dollari in cambio dell'esportazione dei beni, non considereranno il dollaro carta straccia, dal momento che è la moneta di riserva mondiale.
Così è sempre stato nel dopoguerra. Gli Stati Uniti hanno dunque avuto il privilegio di poter mantenere un tenore di vita più alto. Questo privilegio se si vuole è stato dovuto al fatto che erano la prima potenza economica e militare del mondo, e all'indubbio prestigio conseguente al fatto di aver liberato il mondo dal nazi-fascismo. Così furono loro gli architetti del nuovo ordine economico e finanziario che fu deciso dagli accordi di Bretton Woods del 1944.
Ma l'indebitamento ha dei limiti, e se si tira troppo la corda, si rischia di far crollare il sistema. Avere la moneta di riserva mondiale è un onore ma anche (entro certi limiti) un onere: gli altri paesi presuppongono che quella moneta sia e rimanga stabile.
Negli ultimi dieci anni, invece, dapprima sotto Bush presidente e Greenspan (sostituito poi da Bernanke) alla guida della Fed, e poi dopo la crisi del 2008 con Obama e Bernanke, gli Stati Uniti hanno operato una politica di espansione monetaria senza precedenti, politica dovuta dapprima alla necessità di fare fronte alla crisi finanziaria del 2000 (o alla scelta di ignorare il problema), e poi a quella del 2008.
Questa grande espansione non ha provocato (per ora) inflazione all'interno, né negli altri paesi occidentali, probabilmente perché dall'altro lato c'era un forte fattore deflattivo rappresentato dallo spostamento della produzione verso la Cina, che ha inondato il mondo di merci a basso costo.
La Cina, insieme agli altri paesi esportatori (come il Giappone e i paesi petroliferi), ha accettato di finanziare lo stesso debito americano, comprando titoli del suo debito pubblico.
Bene o male si è creato un equilibrio da cui ha tratto vantaggio il mondo intero. Ma era un equilibrio instabile, o comunque, sul lungo termine, insostenibile.
Ora però la situazione sembra decisamente fuori controllo, perché in seguito alla crisi del 2008 gli Stati Uniti hanno aumentato il deficit federale al punto da dover collocare sul mercato enormi quantità di titoli di debito pubblico. A quanto pare, questa tendenza sta portando a considerare sempre meno affidabile il dollaro da parte dei paesi esportatori, che sembra siano interessati sempre meno ad acquistare i titoli del Tesoro americano. Per ovviare a questo inconveniente la Banca centrale americana ha cominciato ad acquistare direttamente i buoni del tesoro, semplicemente stampando moneta. Quindi, ora non c'è più neanche il controllo del mercato, che assicurava che i dollari venissero accettati dalle banche centrali degli altri paesi. Si tratta di una "manovra non convenzionale", che getta una luce negativa sulle capacità degli Stati Uniti di finanziare il proprio debito nei prossimi anni. Se continueranno con questo gioco, c'è il rischio che provochino una inflazione più o meno importante. Che forse però sarà l'unico modo per uscire dal rischio fallimento e per riequilibrare l'enorme debito: con una moneta più debole gli Stati Uniti importeranno di meno ed esporteranno di più, ripianando lo squilibrio attale, inoltre i suoi consumatori perderanno potere d'acquisto e dunque dovranno ridurre il tenore di vita (riducendo anche per questa via la loro attitudine ad indebitarsi e a comprare all'estero).
Nel frattempo cosa farà il resto del mondo? Dovrà trovare un nuovo equilibrio e trovare una nuova moneta di riserva. Certamente il cambiamento non sarà senza conseguenze anche per gli altri paesi, perché a sua volta l'Europa e la Cina si troveranno una moneta forte (perché il dollaro sarà indebolito), che ridurrà le loro capacità di esportare. Inoltre, finché l'inflazione non scoppia in America, l'enorme liquidità immessa nel sistema (con i tassi di interesse americani a zero molti sono indotti a prendere in prestito dei capitali a fini speculativi, portandoli dove rendono di più, e quindi giocando sui cambi) sta provocando il surriscaldamento dei mercati in altri paesi, come il Brasile, con il conseguente rischio di bolle immobiliari e di altro genere. Infatti, poiché i mercati sono interdipendenti, immettere nuova moneta nei mercati finanziari comporta di fatto uno spostamento di essa verso altri paesi, che dunque si ritrovano in difficoltà perché i nuovi capitali tendono a surriscaldare l'economia e favoriscono la creazione di bolle.
La crisi non è finita; nei prossimi anni ne vedremo (ahinoi) delle belle.

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