lunedì 29 marzo 2010

Scalfari contro Berlusconi


Come puntualmente accade ad ogni appuntamento elettorale, Eugenio Scalfari chiama alle urne gli elettori, cercando di mobilitare i lettori di Repubblica per dare il voto al Partito Democratico. La cosa interessante è che ogni volta Scalfari agita lo spettro dell'emergenza democratica e sostiene che è assolutamente fondamentale correre a votare per contrastare Berlusconi, per difendere la Costituzione, la legalità ecc. Ogni volta, poi, è sempre la più importante, quella definitiva, dopo di che c'è il serio rischio di un'involuzione democratica, di una deriva autoritaria ecc.
Dall'altra parte, da sedici anni a questa parte assistiamo agli appelli in tv di Berlusconi, che invita il "suo" popolo dei "moderati" a non disertare le urne, a fare una chiara "scelta di campo" e a votare contro il terribile pericolo comunista, contro questa sinistra antidemocratica che vuole alzare le tasse, intercettare tutti, togliere la libertà ai cittadini.
Questo scontro tra i due schieramenti prosegue da sedici anni, durante i quali i due schieramenti si sono succeduti al governo senza che vi fossero sostanziali cambiamenti nella vita degli Italiani. L'unico risultato di rilievo è stato l'ingresso nell'Euro da parte del primo governo Prodi (1996-1998), e la concomitante notevole riduzione del deficit. Da quel momento i governi che si sono succeduti non hanno fatto granché, evitando quelle riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno (riduzione dei costi della politica, aumento dell'efficienza della pubblica amministrazione, lotta alla criminalità organizzata, aumento della competitività, riduzione del debito pubblico ecc.).
E così è ormai diffusa la sensazione che l'Italia sia un Paese in lento declino, declino che emerge dallo scivolare in fondo alle classifiche internazionali (dal Pil che sostanzialmente è fermo da dieci anni, al livello di corruzione che è tra i più elevati, alla bassa competitività, alla giustizia che non funziona, alle infrastrutture che non si fanno). Di fronte ad un Paese in queste condizioni una classe politica seria avrebbe per prima cosa il coraggio di riconoscere che il pericolo non sta nell'avversario (la destra per la sinistra, la sinistra per la destra), ma nel declino generale del Paese, che coinvolge tutti. E tra un declino gestito dalla destra e un declino gestito dalla sinistra, in fondo non c'è una grande differenza. Anche la considerazione sul governo locale (in fondo queste sono elezioni regionali) non porta a chissà quale differenza tra i due schieramenti: esistono regioni ben governate dalla destra (Lombardia, Veneto) e regioni ben governate dalla sinistra (Emilia-Romagna, Toscana), come esistono regioni mal governate dalla destra (Sicilia, Molise) e regioni mal governate dalla sinistra (Campania, Calabria). Questo naturalmente non vuol dire che non vi siano differenze tra i due schieramenti, ma soltanto che la contrapposizione sterile che tende a demonizzare l'avversario non giova al Paese, mentre una classe politica strapagata, autoreferenziale e inamovibile continua ad occupare semplicemente il potere senza pensare a risolvere i problemi gravi dell'Italia.

mercoledì 24 marzo 2010

Più ricchi, più poveri

"Voi non diventerete mai ricchi", era il titolo di un capitolo del libro di Michael Moore "Stupid White Men" di qualche anno fa. Giusto richiamo al buon senso, per un popolo da troppo ingannato con l'idea del "sogno americano", che se può valere per qualcuno, certamente non vale per la stragrande maggioranza della popolazione (il classico "uno su mille ce la fa").
In questi bassi tempi è bene ricordare anche le cose più banali. Dopo trent'anni di neoliberismo, in cui il guadagno e il profitto sono stati posti come traguardo fondamentale per tutti, è bene sottolineare l'errore di questa idea e riflettere sui danni che ha fatto. Uno dei corollari dell'assurdo principio secondo cui i soldi sono la cosa più importante, è che i soldi si devono fare subito, e che bisogna massimizzare i guadagni e ridurre al minimo i costi.
Ma fare i soldi subito, non significa creare ricchezza sul lungo periodo. L'azienda che per ridurre i costi taglia i posti di lavoro, o utilizza prodotti vecchi per risparmiare sui costi, sul breve periodo potrà anche ottenere buoni risultati, ma sul lungo periodo rischia seriamente di perdere quote di mercato e di fallire.
Il risultato paradossale di questa mentalità, che dagli Stati Uniti si è a poco a poco estesa in tutto il mondo, senza tuttavia raggiungere i livelli americani, è stato che tutto ciò che ha valore per le persone, da fine è diventato mezzo (per fare soldi), e dunque è stato squalificato nella sua essenza. Se i soldi contano più di tutto, tutto il resto non conta nulla, e questo è un paradosso perché i soldi in origine dovrebbero servire proprio per ottenere degli scopi importanti per gli esseri umani. Dunque, non è un caso che la finanziarizzazione dell'economia produca crisi a ripetizione, e che l'adorazione per la ricchezza alla lunga produca povertà. Lo scadimento della qualità dei prodotti è l'altro ovvio risultato della cultura dell'iperconsumismo (a sua volta inventato per convincere-costringere gli individui ad acquistare il più possibile). Le cose non hanno valore, le persone neanche. Anche la qualità della vita ovviamente peggiora, si lavora sempre di più, guadagnando sempre meno. L'idea di base del neoliberismo, che se la politica aiuta i ricchi, poi le briciole ricadono su tutti, si è dimostrata fallimentare. Le briciole della torta del signore non sono sufficienti a nutrire l'intera servitù.
Come si vede, dietro la crisi si nascondono idee sbagliate che magari abbiamo tutti più o meno introiettato. Invece dobbiamo tornare alle origini. Non è per "fare i soldi" che i musicisti più bravi sono diventati ricchi e famosi, non è per diventare ricchi che i bambini che amavano il calcio e giocavano tutti i giorni sono poi diventati giocatori di serie A, né è per i soldi che gli imprenditori di un tempo erano orgogliosi di dare lavoro a molte persone. Intendiamoci, gli affamati di soldi ci sono sempre stati, ma sono sempre stati una minoranza, e sono sempre stati abili a sfruttare le capacità, le passioni e gli interessi altrui. Il discografico che ha scoperto i Beatles in uno scantinato sarà stato anche contento di arricchirsi grazie a loro, ma se tutti pensano solo a fare i soldi, non ci saranno più gruppi come i Beatles (tutt'al più ci saranno ragazzi che sognano di andare al Grande Fratello). Il manager della Coca-Cola che un secolo fa reinvestiva il 40% dei ricavi in pubblicità, era un pioniere che sfruttava i bisogni e i desideri della società (la gente voleva bere una bevanda fresca, condividere uno status ecc.). Ma se tutti diventano manager della Coca-Cola e venditori, la società crolla. Se non ci sono più valori, non c'è più niente da vendere.
La crisi economica è in primo luogo una crisi morale. I soldi (visti come fine e non come mezzo) sono come un cancro che ci divora. Secondo una diabolica legge del contrappasso, se un'intera società si dà la priorità della ricchezza, non solo avrà rinunciato alle cose importanti della vita per inseguire una chimera, ma si ritroverà anche più povera. Come i concorrenti del Grande Fratello, sicuramente più poveri (oltre che più vuoti di passioni e di ideali) dei Beatles.

mercoledì 17 marzo 2010

Non comprare mai nulla a rate!

Giorni fa, durante un'amabile conversazione post prandium, un'amica e il marito mi raccontavano di aver acquistato a rate un televisore al plasma da 42 pollici, quando era uscito da poco e costava circa mille Euro. Il vecchio televisore, un ingombrante apparecchio a tubo catodico, ancora perfettamente funzionante, era stato relegato in cantina.
Alla mia osservazione che l'acquisto a rate non è la migliore scelta (modo educato per dire che è una pessima scelta), mi hanno risposto che al momento non disponevano sul conto corrente dei soldi necessari all'acquisto, per cui hanno "dovuto" optare per l'acquisto a rate. A loro sembrava tutto normale. Io invece non ho potuto fare a meno di pensare a cosa avrebbero detto al riguardo i nostri nonni. "Che cosa? Hai comprato un televisore da mille Euro senza avere neanche mille Euro in banca?".
Il credito al consumo sta purtroppo diventando un comportamento diffuso. La speranza è che la crisi possa spingere i "consumatori" a più miti consigli, ma vista la contraddizione di fondo tra la mentalità consumistica e gli stipendi bassi (ma per la mentalità consumistica gli stipendi non sono mai abbastanza alti), ho paura che le cose non andanno così. Pur di continuare a spendere, gli italiani si indebitano sempre di più, sulla scia dei loro "colleghi" anglo-sassoni. Naturalmente da questo discorso va escluso l'acquisto della casa, che essendo un bene duraturo che si rivaluta nel tempo, comporta tutta un'altra serie di considerazioni. Ma acquistare a rate un bene di consumo è secondo me inaccettabile, è una vera e propria follia. E questo, prima ancora che da un punto di vista morale, da un punto di vista di buon senso pratico. Soprattutto in un'epoca come quella odierna in cui nulla (matrimonio, posto di lavoro...) è sicuro.
E le spiegazioni che in genere si danno per giustificare questa modalità di acquisto ("lo desideravo", "altrimenti come avrei fatto") mostra la mutazione sopravvenuta negli esseri umani a causa del consumismo: ci si comporta come bambini, e ci si lascia guidare soltanto dal desiderio (la risposta tipica del bambino al rifiuto da parte dei genitori di acquistare un giocattolo è "ma io lo voglio!").
Quale sarebbe allora il comportamento più sensato? Il principio da seguire è semplice, quasi ovvio: bisogna partire da ciò che si ha, non da ciò che si desidera. Per cui, il comportamento da seguire sarà altrettanto semplice: se ho i soldi lo compro. Altrimenti, no.
Se non ho neanche mille Euro sul conto corrente non mi compro un televisore, ma comincio a risparmiare per avere una riserva di liquidità sufficiente a fronteggiare eventuali periodi difficili o acquisti necessari e imprevisti (come facevano i nostri nonni...). Dopo, eventualmente compro anche il televisore. L'avere la disponibilità non è naturalmente una condizione sufficiente per comprare, ma necessaria, sì.

La mia amica ha però ricevuto l'appoggio di una sua amica, la quale ha sostenuto che io potevo pure avere ragione in teoria o in quel caso particolare, ma se ci sono di mezzo i figli, è necessario comprare a rate, perché loro vogliono la playstation e altri giocattoli, e se non ci sono i soldi, come si fa?
In primo luogo, occorrerebbe avere il coraggio di dire che fare i figli non è obbligatorio, per cui se non si disponse della ricchezza sufficiente a crescerli senza problemi e a garantire loro un futuro di benessere (ovviamente, anche senza la playstation!), sarebbe a mio avviso più sensato non farli. In secondo luogo, è molto più educativo insegnare ai figli il valore delle cose e del denaro, e dir loro chiaramente e semplicemente: "costa troppo", o "non ho i soldi", piuttosto che accontentarli in tutto. Altrimenti i figli da grandi ripeteranno gli errori dei genitori e diventeranno anche loro dei consumatori compulsivi, delle "tasche bucate", come è ormai oggi la maggior parte delle persone, anche se non se ne accorge.

domenica 14 marzo 2010

Nuovo scandalo Chiesa e pedofilia

Il recente non-scandalo (nel senso che ormai notizie del genere non stupiscono più) dei preti pedofili in Germania ha costretto anche i telegiornali italiani a far filtrare qualche notizia, se non altro perché il Vaticano, di fronte alla marea montante di notizie e polemiche in quello e in altri Paesi (ma naturalmente non in Italia) ha ritenuto di intervenire con dichiarazioni "rassicuranti" secondo le quali la Chiesa cattolica non sarebbe coinvolta nella pedofilia più delle altre chiese, e più della società civile, dove anzi i casi di pedofilia sarebbero di più (Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano).
(Insomma siamo più o meno al livello delle smentite di Berlusconi sulla D'Addario, riportate dal Tg1 senza che si fosse mai data la notizia del caso Berlusconi-escort).
Ora, a parte che queste dichiarazioni mostrano come ormai la Chiesa sia sulle difensive (con tanto di accuse di "accanimento" contro la stessa e il Papa), quello che sta emergendo è che l'abuso nei confronti dell'infanzia e dell'adoloscenza fosse diffuso praticamente in tutti i Paesi in cui la Chiesa ha una presenza consistente (e chissà cosa è accaduto in Italia). Inoltre, la cosa che emerge è che i maltrattamenti erano di ogni tipo, per cui non ci si può limitare ai soli abusi sessuali: anche laddove non vi era violenza sessuale, nei tanti collegi gestiti da preti e suore, sono stati diffusi e sistematici i maltrattamenti e gli abusi di tipo fisico e psicologico. Il fatto che la verità venga fuori soltanto ora, e che si aprano inchieste su ciò che è accaduto nei decenni passati, non deve stupire più di tanto, e semmai mostra come il mondo di oggi (almeno al di fuori dell'Italia) sia abbastanza laico da poter affrontare certi argomenti senza tabù.
La triste verità è che un tempo, se un bambino o un ragazzo avesse provato a denunciare le violenze subite da sacerdoti, non sarebbe stato creduto, l'inchiesta sarebbe stata insabbiata ecc. E qui si vede ancora una volta tutta la potenza dell'ideologia: quando si dice qualcosa che va contro l'ideologia dominante, l'atteggiamento tipico è il rifiuto, la negazione, anche se ciò che si dice è vero. E così le migliaia di bambini e ragazzi feriti (nell'anima ancora prima che nel fisico) in tutto il mondo sono solo l'ennesima vittima sull'altare della religione. Religione che continua a mietere vittime da secoli, tra guerre di religioni, crociate, inquisizioni, torture, roghi.
E il maldestro tentativo da parte del Vaticano di coinvolgere le altre religioni semmai mostra come sia la religione in sé, e non certo solo quella cattolica, ad essere intrinsecamente portatrice di violenza. Vi è anche chi ha ricordato come in realtà la maggior parte degli abusi sui bambini avvenga in famiglia: vero, e infatti anche la famiglia è un istituzione-tabù, uno degli idoli della società, che come tutti gli idoli esige le sue vittime da immolare.
Il fatto che per decenni (ma chissà cosa succedeva nei secoli passati...) la Chiesa abbia cercato di nascondere i casi di pedofilia e si sia limitata a trasferire i responsabili da una diocesi all'altra, non stupisce, se si entra nella logica della Chiesa stessa: in primo luogo, conta la sopravvivenza della Chiesa, contro possibili scandali che potrebbero mettere a repentaglio la fiducia da parte dei fedeli. Tutto il resto viene dopo. Del resto nella logica religiosa l'individuo non è visto come portatore di diritti, per cui gli eventuali abusi nei suoi confronti al massimo vengono derubricati a peccati. Ora, il peccato agli occhi di un cristiano può anche essere un fatto gravissimo, ma in ogni caso è qualcosa di cui si dovrà rendere conto a Dio, che sicuramente ricompenserà in qualche modo le vittime innocenti. Il fatto che nella logica cattolica la scala dei peccati sia così diversa rispetto a quello che è il senso comune moderno, dovrebbe far riflettere sulla frattura insanabile che ormai si è creata tra la Chiesa e la società civile: per la Chiesa ad esempio l'aborto è più grave della pedofilia.
Per quanto detto fino ad ora, i recenti richiami al celibato come alla causa degli abusi da parte dei preti non convince fino in fondo. Da tempo i sociologi hanno individuato nelle istituzioni chiuse e gerarchiche (carceri, caserme, collegi, famiglie ecc.) dei luoghi privilegiati di violenza. La presenza della religione (e dunque dell'autorità divina che si confonde con quella umana) conferisce un'arma in più a chi dispone del potere. E purtroppo la storia ci dice che chi dispone di un potere, prima o poi lo usa (e se può, ne abusa).

lunedì 8 marzo 2010

Le menzogne sulle donne


Ho l'impressione che quest'anno le celebrazioni dell'8 marzo siano state accompagnate da un carico di moralismo e ipocrisia persino superiori agli anni passati. Ormai le donne vengono celebrate senza remore come "migliori" degli uomini (riescono meglio in tutto quello che fanno, sono più sensibili ma anche più intelligenti), il che implica logicamente che gli uomini siano peggiori e dunque "inferiori" (ma se le cose venissero presentate così, si vedrebbe chiaramente l'impostazione razzistica del discorso). La cosa non spaventa perché tanto gli uomini hanno ancora il potere, per cui è facile concedere qualche elogio di troppo, per chi si accontenta...
Il richiamo alla parità dei diritti poi, è sacrosanto, ma se si vuole veramente che le donne (e tutti gli altri individui) siano liberi, occorrerebbe denunciare gli idoli della società moderna come tali, mentre su questo versante non si fa nulla, anzi si continua a lanciare segnali ben precisi, assegnando dei ruoli alle persone, soprattutto a quelle di sesso femminile. E così il tema ricorrente torna ad essere "come concili la famiglia e la carriera", che un tempo erano soltanto le domande banali che venivano rivolte a donne dello spettacolo, felicemente (si presupponeva) mamme e nello stesso tempo donne "realizzate", in carriera.
Sarebbe invece ora di dire, per una vera liberazione personale, che non è obbligatorio sposarsi, non è obbligatorio mettere su famiglia, non è obbligatorio "realizzarsi" attraverso il lavoro, non è obbligatorio essere belle ecc., e che anzi in genere quando ci si immola anche solo ad uno di questi "totem", si finisce per autoannullarsi, per diventare persone nervosi, tristi e stressate, se non del tutto esaurite. E' inutile parlare di parità dei diritti quando la pressione sociale costringe le persone ad uniformarsi a degli stereotipi. Se non si denunciano gli idoli della società moderna (famiglia, lavoro, denaro, successo), non si fanno passi avanti sostanziali. Anzi, la vita delle persone (e nel caso specifico delle donne) diventa ancora più dura: è ovvio che è più difficile conciliare esigenze così diverse, è più difficile essere nello stesso tempo donna in carriera, madre, moglie, sexy e giovanile oggetto di desiderio, e chi più ne ha più ne metta. Se una persona vuole veramente essere libera, dovrebbe abbandonare i ruoli che la società le impone, e fare solo ciò che veramente desidera, o considera veramente importante.

martedì 2 marzo 2010

La Cina ringrazia i Repubblicani

La Cina è ormai avviata verso la leadership mondiale. Ormai è solo questione di anni, o al massimo di decenni. Entro il 2050 la Cina diventerà la prima potenza economica mondiale. Forse era inevitabile, vista l'enorme popolazione cinese, ma sicuramente un grosso aiuto arriva da trent'anni a questa parte dal Partito Repubblicano americano. Tutto comincia negli anni '70, con l'affermarsi dell'ideologia neo-liberista, che viene fatta propria dai Repubblicani, i quali poi vincono le elezioni con Reagan (1980-1988) e Bush padre (1988-1992). Il sistema che introducono, basato su meno tasse e meno regole, e sulla liberalizzazione della finanza (vengono progressivamente smantellate le regole che erano stata poste negli anni '30 per evitare una nuova crisi come quella del '29), apparentemente funziona. Certo, i cittadini sono costretti a lavorare più che in Europa e sono meno protetti, se uno viene licenziato finisce per strada, le disuguaglianze sociali e la criminalità sono elevate, ma l'economia nel suo complesso tira, e il crollo dell'Unione Sovietica fa pensare che lo sforzo sia stato utile. Intanto però si accumula un grosso deficit federale. Strano, da parte di un partito portatore di un'ideologia dello stato leggero, che dovrebbe spendere poco. Ma c'è una voce di spesa che cresce senza controllo: le spese militari. Ovvio, si dirà, c'era da combattere la Guerra Fredda e da sconfiggere a distanza l'Unione Sovietica con la corsa agli armamenti. Vero.
Però dal 2000 (quindi 9 anni dopo la fine dell'Unione Sovietica) i Repubblicani riprendono il potere con Bush figlio. Il predecessore Clinton gli lascia uno Stato dalle finanze floride: non c'è deficit, lo Stato è in attivo. E cosa si mette a fare Bush? taglia di nuovo le tasse, soprattutto per i ricchi (ricalcando l'ideologia reaganiana secondo la quale se si lasciano i ricchi liberi di arricchirsi ulteriormente, poi le briciole cadranno su tutti), e nel contempo ricomincia ad aumentare le spese militari. Questa volta non c'è più l'Impero del Male da combattere, ma ecco che se ne trova un altro, anzi due: Saddam Hussein e il terrorismo. Meno entrate, più spese: Bush figlio scava un deficit enorme, e viene riconfermato nel 2004. Nel frattempo continua l'opera di smantellamento delle regole della finanza (proseguito per la verità anche sotto Clinton, anch'egli influenzato dall'ideologia neo-liberista, ma meno portato all'imperialismo militare), e la crisi del 2000, con lo scoppio della bolla della New Economy, viene "risolta" da Bush e dal suo alleato Greenspan, a capo della Federal Reserve, abbassando a zero i tassi di interesse, cioè drogando ulteriormente il sistema.
Intanto, dopo la caduta del Muro e con l'avvento della globalizzazione, con i capitali liberi di andare dove vogliono si verifica un colossale spostamento della produzione, con le corporations americane che sbarcano in Cina e in altri Paesi emergenti, perché preferiscono delocalizzare la produzione in posti più convenienti.
La Cina si ritrova così a diventare in pochi anni il centro mondiale della produzione di merci. All'inizio si limitano ad eseguire gli ordini, ma pian piano imparano come si fa, e cominciano a produrre da sé le merci di tutti i tipi, anche quelle più sofisticate, e a venderle al mondo. Grazie al neo-liberismo la Cina diventa il centro dell'economia mondiale.
Intanto il sistema sanitario americano continua a spolpare i cittadini risultando il più costoso del mondo (anche se non copre 45 milioni di americani), e dunque risultando insostenibile per l'intero Paese (a causa dei costi troppo elevati vanno sul lastrico parecchie aziende, oltre parecchie famiglie dove c'è qualcuno che si ammala).
Intanto il marketing e la pubblicità onnipresente continuano a indurre i "consumatori" americani a consumare il più possibile, indebitandosi fino al collo. La bolla immobiliare spinge verso l'alto i prezzi delle case, e la gente si indebita ancora di più (credendo invece di essere più ricca, perché i mutui vengono rinegoziati verso l'alto e vengono usati a mo' di prestito). A causa della politica che ha favorito le aziende e i ricchi a scapito dei lavoratori, i salari e gli stipendi non crescono da trent'anni, ma niente paura: la bolla delle Borse fornisce il denaro mancante per continuare a consumare alla grande. Gli Americani consumano così tanto che il Paese è costretto ad importare un'enorme quantità di merci dall'estero. Si sommano così debito privato, debito pubblico e debito estero. Ma l'economia sembra andare bene, il Pil cresce, la Borsa sale (secondo l'ideologia neo-liberista, l'importante è che il Pil cresca e la Borsa salga).
E così si arriva al 2008. Arriva la crisi, e di colpo la Borsa crolla, milioni di americani perdono il lavoro, grandi banche e aziende rischiano di fallire e devono essere salvate dallo Stato. Il Pil non sale più. Il deficit pubblico arriva alle stelle. Oggi l'America è un Paese sostanzialmente fallito, che non dichiara bancarotta solo perché la sua moneta, il dollaro, è ancora la moneta di riserva mondiale.
Altri Paesi, come la Cina e il Giappone, sono pieni di dollari, e cominciano a fare shopping tra le aziende americane. Nel pieno della crisi, gli americani decidono di votare per Obama. E' intelligente e affidabile, parla bene e sembra dotato di un grande senso morale. Bush e i Repubblicani vengono abbandonati perché vengono visti giustamente come responsabili del fallimento economico e militare (le guerra in Iraq e in Afghanistan non hanno portato grandi risultati, ma si sono rivelati soltanto un costo economico e in termini di vite umane).
Ci si aspetterebbe anche presso i Repubblicani un cambio della guardia, e uno spostamento verso posizioni più moderate. Se il Paese è in piena crisi, le persone ragionevoli dovrebbero collaborare per fare in modo di uscirne. Invece no.
Invece i Repubblicani, non paghi di aver portato il Paese alla catastrofe, fanno di tutto per ostacolare Obama. Non vogliono che faccia la riforma sanitaria. Lo accusano demagogicamente di aiutare Wall Street (loro che hanno da trent'anni basato la propria politica sugli interessi di Wall Street!) e di trascurare i cittadini. Non solo gli hanno lasciato in mano la patata bollente, ma adesso lo attaccano perché non ha la bacchetta magica e non riesce a risolvere tutti i problemi da loro stessi creati.
Se fossi un complottista e facessi propria la legge del sospetto crederei quasi che i Repubblicani siano pagati dai cinesi per distruggere l'America. Ma la spiegazione è molto più semplice. Il potere delle multinazionali e delle élite finanziarie sta distruggendo il Paese per un eccesso di ingordigia e bramosia.
La Cina, che non pensa solo a crescere ma anche a risparmiare, che non pensa solo a fare i soldi oggi ma anche a non diventare povera domani, che non pensa solo al presente ma anche al futuro, ringrazia. Prepariamoci al secolo cinese. L'America ha scelto di abdicare. Ma non si può dire che non se la sia cercata.