domenica 24 maggio 2009

L'Irlanda sconvolta dall'inchiesta sui preti pedofili

Una notizia per ora censurata dai telegiornali italiani riguarda il rapporto della "Child Abuse Commission", che ha mostrato come in Irlanda vi sia stato per decenni un sistematico maltrattamento nei confronti dei bambini da parte del personale ecclesiastico dei collegi e degli istituti gestiti dalla Chiesa cattolica. E come era accaduto nei tanti Paesi dove scandali del genere sono venuti alla luce, è emerso come la Chiesa abbia sistematicamente cercato di coprire i colpevoli e di mettere tutto a tacere. I racconti dei bambini vittime degli abusi, nel frattempo diventati adulti, come è emerso dall'inchiesta della commissione, sono semplicemente sconvolgenti.
Ancora una volta emerge come la Chiesa sia un'istituzione violenta e repressiva, che quando ha avuto il potere lo ha sempre usato contro le persone. In particolare emerge la grande percentuale di ecclesiastici dediti all'abuso sessuale, ovvio risultato di una morale sessuofobica, repressiva e contro natura.
Spero che queste notizie (che però in Italia vengono il più possibile censurate) contribuiscano a far sì che i cittadini possano aprire gli occhi e rendersi conto che una società moderna non ha bisogno di chiese e di religioni di alcun tipo, tantomeno della Chiesa cattolica.

da Repubblica del 22.5.09
"La mia Irlanda complice dei preti pedofili ", di Joseph O’Connor (il grassetto è mio).

"L'Irlanda in questi giorni sta vivendo un trauma inverosimile e terribile. Dopo aver trascorso il decennio scorso a crogiolarci in una cappa di autocompiacimento per i nostri successi economici, ci troviamo di fronte a una realtà completamente diversa, dalla quale risulta che quel boom è stato illusorio. Politici corrotti, avidi banchieri, speculatori immobiliari hanno quasi mandato a rotoli il nostro Paese e, come se non bastasse, la notizia ufficiale di questi giorni dei maltrattamenti e delle sevizie dei preti sui bambini a loro affidati conferma ciò che sapevamo da tempo nel fondo dei nostri cuori.
In altri Paesi i pedofili si nascondono: in Irlanda si nascondono in piena vista. Nella maggioranza dei casi, i bambini vittime di soprusi e violenza non sono stati creduti. Nessuno ha dato loro retta, nemmeno le loro famiglie. Poiché le rivelazioni delle sistematiche violenze e sopraffazioni sui bambini irlandesi arrivano in questa fase della nostra storia è inevitabile che scatenino rabbia e collera profonde. In parte questa reazione è dovuta ai racconti, così strazianti, così pieni di episodi crudeli da far venire le lacrime agli occhi di chi li legge. In parte, però, è dovuta anche al fatto che è ormai palese che per decenni l'organizzazione più potente e ricca di Irlanda, la Chiesa Cattolica nelle sue molteplici denominazioni, ha fatto tutto ciò che le era possibile per mettere a tacere le sue vittime.
Le scuse - se mai ci sono state - sono state equivoche e ambigue. Sono state assunte frotte di avvocati, incaricati di contestare le accuse. Quando, per le pressioni delle associazioni dei violentati e di un'opinione pubblica sempre più inferocita, si è riusciti a ottenere dalla Chiesa un programma di risarcimenti di natura finanziaria, le sue condizioni si sono rivelate talmente generose nei confronti dei colpevoli che molti hanno giudicato il comportamento del governo a dir poco inadeguato.
Dal mio punto di vista, però, esiste un contesto più ampio in grado di spiegare l'ira del popolo irlandese. Sappiamo che la responsabilità è di molti: le colpe non sono solo della Chiesa Cattolica, né solo di una sfilza di ingiustificabili governi irlandesi, ma della società stessa, di ogni suo elemento. È proprio questo a far sentire così profondamente a disagio l´Irlanda. Quasi tutti erano a conoscenza dei preti pedofili e violenti. Non sto esagerando: una delle organizzazioni di sopravvissuti a questi abominevoli reati si chiama "One in Four" ("Uno su quattro") perché è stato statisticamente provato che circa un quarto dei bambini irlandesi ha subito un maltrattamento fisico o una violenza sessuale, a casa propria, a scuola, ovunque avrebbe dovuto sentirsi invece protetto. C'è chi ha distolto gli occhi guardando, chi si è tappato le orecchie. I bambini sono stati trattati con un'irrilevanza sovrumana in Irlanda, una società che per difendere un prete sarebbe disposta a mettersi a testa in giù in una contorsione morale, ma che per un bambino vittima di stupro non muoverebbe un dito.
Mio padre, cresciuto in un quartiere della classe operaia nella parte antica di Dublino, ricevette l'unica istruzione dai Christian Brothers: malgrado non abbia subito maltrattamenti, né sia mai stato molestato sessualmente, e benché parli con rispetto di quegli istitutori che si occupano dei bambini più poveri, a scuola visse sempre nella paura. Certo, mi riferisco agli anni Quaranta, quando forse i metodi di insegnamento erano ovunque autoritari e brutali. Ma un amico mio coetaneo, che ha frequentato la stessa scuola negli anni Ottanta, mi ha parlato del suo terrore sui banchi di scuola, giorno dopo giorno. Il panico lo assaliva non appena varcava i cancelli della scuola e si dileguava soltanto quando rientrava a casa. Ancora oggi, non è mai tornato a visitare la sua scuola, si tiene alla larga addirittura dalla strada dove si trova, proprio come un vicino di casa che ha riferito a mia moglie di non poter vedere nemmeno da lontano l´edificio nel quale ha studiato, quello stesso istituto gestito dai Christian Brothers. È inevitabile a questo punto chiedersi: dove erano gli ispettori del governo? Dove erano i funzionari? E i burocrati? Come si è potuto permettere che tutto ciò accadesse?
Devo sottolineare che il contributo dato dalla giornalista irlandese Mary Raftery sul canale televisivo nazionale Rte è stato determinante per porre fine all´omertà. La leadership audace e coraggiosa di cui ha dato prova il giornalista Colm O'Gorman - egli stesso vittima di violenze sessuali e maltrattamenti dai preti - è stata fondamentale per costringere le autorità a guardare in faccia la verità. Persone come loro si sono rifiutate di essere messe a tacere, pur avendo incontrato nella loro ricerca di giustizia un numero davvero irrisorio di alleati. Ora penso di sapere perché. Il comportamento di alcuni preti e di alcune suore è stato sicuramente delinquenziale, nella piena accezione del termine. Ma niente è mai stato fatto per fermarli. L'Irlanda, già afflitta dal senso di colpa per gli insuccessi finanziari, ora lo è anche per questi casi di maltrattamento e violenza su minori. Siamo entrati in un vortice di recriminazione, una spirale nella quale gli innocenti sono puniti con i colpevoli. È comprensibile. Alcuni esponenti del clero meritano sicuramente di essere oggetto di stigma, ma il mio ammonimento è che questa è un'altra forma di equivoco morale. Per evitare le accuse si deve essere scioccati, o quanto meno fingere di esserlo. Solo così si riesce a frapporre della distanza tra sé e simili avvenimenti osceni. C'è tuttavia un dato, nudo e crudo, di cui non si può non tener conto: non possiamo dimenticare quanto poco lo Stato abbia fatto per proteggere i poveri irlandesi, e in che misura i bambini irlandesi poveri, più vulnerabili e deboli, affidati a istituzioni di crudeltà dickensiana, siano stati letteralmente abbandonati nella santità dei bassifondi morali. Si tratta di una vecchia storia, una storia terribile. Quando puntate un dito per accusare, siate sempre consapevoli che tre delle dita della vostra stessa mano puntano contro di voi."

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martedì 5 maggio 2009

Noi e la Svezia




Un breve confronto tra l'Italia e la Svezia può essere utile per capire le differenze tra il modello scandinavo, tradizionalmente socialdemocratico, basato sul lavoro e sulla parità dei diritti, e quello italiano. La cosa importante da capire è che tutto si tiene, per cui le singole voci si influenzano reciprocamente. Ad esempio se i salari sono alti, la gente è incentivata a lavorare; se i servizi sociali sono di qualità, la gente è incentivata a pagare le tasse, se il livello di istruzione è basso si produrrà poca ricchezza, l'assenza di lavoro spinge molte persone ad entrare nel circuito della criminalità ecc.


  • Lavoro.

In Svezia lavorano tutti, donne e uomini. Il tasso di occupazione è dell'81% tra gli uomini e del 79% tra le donne (popolazione tra i 15 e i 54 anni).

In Italia il tasso di occupazione è tra i più bassi dell'Occidente (il 69% della popolazione tra i 15 e i 54 anni), soprattutto quella femminile (il 57%). E non sto parlando qui della disoccupazione: la percentuale degli occupati si calcola sul totale della popolazione attiva (escludendo dunque bambini e anziani). La differenza con la disoccupazione è semplice: c'è chi non lavora e non cerca neanche il lavoro, per cui sfugge alle statistiche sulla disoccupazione. I motivi per cui persone che non hanno un lavoro, non ne sono in cerca, possono essere diversi: perché non sperano di trovarlo (cosa che accade soprattutto al Sud), perché si devono o si vogliono occupare della famiglia (per tradizione molte donne italiane sceglievano di fare la casalinga mentre il "capofamiglia" pensava a portare a casa lo stipendio, ma oggi pesa soprattutto lo scarso livello dello stato sociale, con pochi asili nido e strutture per anziani, che costringe molte persone, sopratutto donne, a dedicarsi a tempo pieno alla famiglia), perché i salari sono bassi (l'Italia ha i salari più bassi d'Europa) e le condizioni di lavoro poco dignitose (tra lavori precari e sottopagati), per cui entrare nel mondo del lavoro, se non è proprio una necessità, non è molto incentivante.

  • Salari.



  • In Svezia i salari sono alti, e non ci sono sostanziali differenze nelle retribuzioni tra uomini e donne. In Italia sono bassi (l'Italia ha i salari più bassi d'Europa). Le donne guadagnano meno degli uomini, anche se sono in genere più preparate (hanno mediamente un grado di istruzione più elevato o comunque con punteggi più alti).

    • Sindacati.

    In Svezia tutti i lavoratori sono iscritti ai sindacati, i quali tutelano realmente i loro interessi, con il risultato che i lavoratori sono soddisfatti dell'attività dei sindacati. In Italia i sindacati hanno tra gli iscritti in maggioranza pensionati e lavoratori delli grandi imprese, e la maggioranza dei lavoratori non è soddisfatta della tutela offerta dai sindacati. I sindacati sono la categoria istituzionale che riscuote il più basso indice di gradimento tra la popolazione, addirittura inferiore a quella dei politici (solo il 17% degli italiani ha fiducia nei sindacati).

  • Tasse.



  • In Svezia sono alte, e tutti le pagano. In Italia erano tradizionalmente basse, ma sono aumentate gradualmente con l'aumentare del debito pubblico. Ma l'evasione fiscale in Italia è enorme (è la più alta dell'Occidente), anche sotto forma di lavoro nero e imprese totalmente sconosciute al Fisco. Il risultato è un circolo vizioso per cui lo Stato è "costretto" ad aumentare il livello delle imposte per compensare le mancate entrate causate dall'evasione.

  • Servizi sociali.



  • In Svezia sono ottimi, in Italia sono spesso scadenti e deficitari. La spesa sociale italiana è elevata solo per le pensioni. Mancano strumenti come i sussidi di disoccupazione e gli ammortizzatori sociali, che negli altri Paesi europei sono diffusi.

    • Donne in politica.

    In Svezia vi è una sostanziale parità nell'accesso alla politica nei posti di potere, compresa la politica. In Italia la percentuale di donne che si occupa di politica, che siede in Parlamento ecc., è la più bassa d'Europa.

    • Istruzione.

    In Svezia il tasso di istruzione è elevato e l'evasione scolastica praticamente inesistente. L'Italia ha uno dei livelli di istruzione più bassi dell'Occidente, ad esempio ha il più basso numero di laureati d'Europa. Inoltre il livello dell'istruzione media al Sud è decisamente peggiore che al Nord; anche l'evasione scolastica al Sud è elevata, con un numero elevato di studenti che diserta le lezioni delle scuole primarie e secondarie.

    • Criminalità.

    Oltre all'elevato tasso di evasione ed elusione fiscale, l'Italia si distingue per avere intere regioni in mano alla criminalità organizzata. Questo ha effetti depressivi sull'economia e l'occupazione. Ad esempio l'Italia del Sud praticamente non attrae capitali stranieri. Gli stranieri investono poco in Italia, e certo non al Sud.


    • Disuguaglianze sociali.

    In Svezia si ritiene che "nessuno si deve sentire molto meglio degli altri", una concezione che farebbe fatica anche solo ad essere compresa in Paesi caratterizzati da elevate disuguaglianze sociali come l'Italia o gli Stati Uniti. L'Italia ha le più grandi differenza tra ricchi e poveri d'Europa. Gli Stati Uniti hanno differenze ancora più grandi, con la differenza però che questi ultimi hanno anche un elevato grado di mobilità sociale, per in base al merito si può effettuare la scalata sociale pur partendo dal basso; l'Italia invece ha anche il più basso grado di mobilità sociale, il che significa che in genere i figli dei ricchi rimarranno ricchi, e i figli dei poveri rimarranno poveri. Quindi, nel nostro Paese non c'è affatto una parità di opportunità tra i più e i meno fortunati. Questo sancisce anche la sconfitta della scuola, che evidentemente non è all'altezza di quanto prescritto nell'articolo 34 della Costituzione: "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi".

    Da questa breve analisi emerge come purtroppo il nostro Paese sia per certi aspetti un Paese pre-moderno, ben lontano dagli standard di civiltà ormai affermatisi in Europa. Certo il confronto con la Svezia è impietoso, ma la distanza rispetto agli altri Paesi dell'Europa continentale (compresi grandi Paesi come la Francia o la Germania) è comunque notevole.

    Da dove dobbiamo partire per colmare questo incredibile divario?

    Forse dovremmo ricominciare, seguendo la lezione dalla Svezia, a prendere familiarità con un termine che abbiamo messo da parte ormai da troppo tempo: uguaglianza. Ricordando però che il termine non va visto in senso repressivo-massificante, ma piuttosto come uguaglianza delle opportunità, dei diritti e dei doveri.

    domenica 3 maggio 2009

    Arisa e i nuovi schiavi


    Credo che l'Italia sia l'unico Paese occidentale dove i giovani scrivono canzoni così. Questa tristissima canzone fa il paio con quella di Povia. Ormai siamo tornati agli anni '50, e neanche a suon di censure, ma volontariamente. Non solo abbiamo riscoperto i Valori Tradizionali della Famiglia, ma accettiamo anche di essere schiavizzati nel lavoro. Ci mancano giusto Dio e la Patria e torniamo al Ventennio...

    Io sono - Arisa

    Le sette e già mi alzo, poi
    mi preparo il pranzo perché
    non mangio a casa mai
    ed anche il mio ragazzo si
    sbatte come un pazzo mi
    dice stai tranquilla e vai
    perchè talvolta cedo e a
    volte non ci credo, mi sembra
    tutto una bugia
    ma credo in certi sogni che
    sono dei bisogni
    e riempiono la vita mia

    E quando si organizza
    la serata tra un bicchiere
    e una risata fatta in compagnia
    mi rendo conto che mi serve poco,
    che tutta questa vita
    è un grande gioco

    Io sono una donna
    che crede all'amore che
    vuole il suo uomo
    soltanto per sè voglio
    essere mamma perché
    la mia mamma è la cosa
    più bella che c'è mi
    piace il natale, domenica
    al mare, poi alzarsi da
    tavola verso le tre
    perchè la famiglia a me
    mi meraviglia, mi piglia,
    vorrei farne una da me.

    La mia generazione se
    aspetta la pensione può
    darsi non arrivi mai
    col mutuo resti sotto
    allora c'è l'affitto per una
    vita pagherai
    ma non mi piango addosso
    e accetto il compromesso,
    mi godo quel che ho
    perchè la vita è un dono
    ed io credo nel buono di quel
    che ho fatto e che farò.

    E quindi amici non si può
    mollare, io continuerò a
    sognare una casa che
    che abbia un balconcino
    con le piante e un angolo
    cottura bello grande.

    Io sono una donna
    che crede all'amore che
    vuole il suo uomo
    soltanto per sé voglio
    essere mamma perché
    la mia mamma è la cosa
    più bella che c'è mi
    piace il natale, domenica
    al mare, poi alzarsi da
    tavola verso le tre
    perchè la famiglia a me
    mi meraviglia, mi piglia,
    vorrei farne una da me.