martedì 23 agosto 2011

Più tasse per i ricchi


L'attuale crisi economica ha almeno un pregio, quello di costringerci a riflettere sulla società in cui viviamo e a chiederci quali possano essere i modi per riformarla in modo da risolvere i problemi più grandi, a cominciare dal tema del debito pubblico, della povertà che ritorna, e delle disuguaglianze sociali.

Durante il New Deal, l'aliquota più alta per i ricchi negli Stati Uniti arrivava al 90%, ed era ancora molto elevata (al di sopra del 70%) negli anni '60. Eppure l'economia cresceva in maniera solida, senza scossoni, e la popolazione nel suo complesso diventava nel tempo più benestante.
Da quando nel 1980 con il neo-liberismo di Reagan e Thatcher è stato introdotto il mantra del "meno tasse", a fronte di una crescita economica comunque inferiore, si è allargato il divario tra ricchi e poveri, è aumentato gradualmente il debito pubblico, la finanza ha assunto un peso sempre maggiore nell'economia al punto da influenzare (in peggio) la stessa industria, spingendola non a produrre di più o con più efficienza, ma a garantire guadagni nel breve termine per la finanza stessa. A lungo andare il potere d'acquisto della classe media, quella che trae il proprio sostentamento dal lavoro dipendente, si sta erodendo, al punto che la stessa classe media è minacciata di scomparire, e la società tende a polarizzarsi tra un gruppo di super-ricchi e un gruppo di nuovi poveri.
Uno degli aspetti su cui a mio avviso si insiste poco è la presenza di una enorme quantità di denaro che viene indirizzata verso gli investimenti nel campo della finanza: si tratta del guadagno dei milionari, che una volta creatosi un solido patrimonio e avendo soddisfatto le proprie esigenze "di base" (cioè la loro vita lussuosa), si ritrovano con un ingente gruzzolo che decidono di utilizzare per investimenti altamente speculativi, dal momento che eventuali perdite non rischiano di compromettere il loro tenore di vita. Nel mondo si stima che vi siano alcuni milioni di persone che mettono "da parte" più di un milione di Euro, e che poi le banche utilizzeranno per i loro investimenti spericolati.
E' questa ingente massa di denaro il motore della speculazione finanziaria, che crea le premesse per continue bolle (non c'è altro modo per guadagnare tanto e presto che quello di creare bolle speculative).
Una soluzione, più ancora efficace della "Tobin Tax", la tassa sulle transazioni finanziarie, sarebbe quella di tassare i redditi personali in maniera progressiva ben oltre le attuali fasce di reddito. Se un individuo che guadagna più di 75.000 Euro all'anno può essere tassato al 41%, perché uno che ne guadagna 10 volte tanto non può essere tassato ad un livello più alto, ad esempio al 70%? E uno che guadagna milioni di Euro l'anno, come i calciatori o i supermanager delle aziende, perché non potrebbe essere tassato al 90%, come accadeva negli anni '40 negli Stati Uniti?
In questo modo si otterrebbero risorse per lo stato sociale e per le infrastrutture, e nello stesso tempo si tarperebbero le ali alle speculazioni finanziarie che generano bolle speculative. I super-ricchi si arrabbieranno un po', ma poi scopriranno che in fondo non si vive male anche guadagnando, per dire, 1 milione di Euro l'anno, anche se ogni tanto verrà loro forse la nostalgia dei 9 che sono stati "requisiti" dallo Stato, per mandare avanti gli asili nido o le mense dei poveri.
Naturalmente alla base di questa decisione vi dovrebbe essere una nuova consapevolezza nell'opinione pubblica, che la ricchezza non è tutto, che comunque la maggior parte della popolazione non può diventare ricca, che le disuguaglianze sociali alla lunga minano le basi della convivenza civile e della stessa crescita economica, perché se la maggioranza della popolazione si impoverisce, le stesse aziende vedono ridursi la clientela potenziale. Infatti, anche se lo scopo non sarebbe solo quello della crescita economica, è degno di interesse il fatto che la crescita era più alta nelle epoche in cui i ricchi erano tassati di più.
Il famoso "Trickle-down economics", il mantra dei Repubblicani americani, secondo cui detassare i ricchi avrebbe provocato una "ricaduta" positiva per l'intera popolazione, all'atto pratico ha provato di essere falso. I soldi sono rimasti in mano ai ricchi, e le briciole non sono ricadute sul resto della popolazione.
Insomma, il neo-liberismo dopo trenta anni in cui ha spadroneggiato sembra aver fatto il suo tempo, e sarebbe ora di tornare ad una visione di tipo social-democratico, che veda il progresso come qualcosa che c'è veramente quando è per tutti, come diceva Henry Ford, protagonista di un'epoca in cui gli industriali non separavano il desiderio di arricchirsi dalle ricadute sociali del loro lavoro.





domenica 21 agosto 2011

La manovra e le caste


Gli elettori di centro-destra, dopo aver accettato senza batter ciglio tutte le leggi ad personam di Berlusconi, pare siano molto arrabbiati per la manovra lacrime-e-sangue che il governo ha varato e il Parlamento si appresta ad approvare. Certamente, come si dice, pecunia non olet, e quando si toccano gli interessi personali, persino i leader carismatici perdono rapidamente l'aura di invincibilità e i loro fan adoranti si raffreddano parecchio.
Eppure non ci voleva molto per capire che un governo che non fa riforme, che non riduce in maniera intelligente la spesa pubblica (cioè non con tagli lineari, ma andando a colpire gli sprechi), che non riesce a far crescere l'economia, prima o poi sarebbe stato costretto a "mettere le mani nelle tasche degli Italiani".
E ora che c'è da andare a colpire gli interessi e la festa è finita, ormai nel centro-destra siamo alla guerra per bande. Si segnala anche la "rottura" tra Libero e il Giornale, con il primo che coerentemente, dopo aver raccontato per anni che la sinistra era il partito della casta e delle tasse mentre la destra era una coalizione liberale fatta di galantuomini votati allo snellimento dell'apparato dello Stato, ormai non può più nascondere la verità e dunque ora parla di tradimento, mentre il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, è ridotto ad un patetico "crediamoci ancora", come a dire: abbiamo fatto trenta e facciamo trentuno, in questi anni ce ne siamo bevute tante, e ora beviamoci pure questa.

Sono tempi duri per le caste. Fino a questo momento la politica del Paese più corporativo d'Europa si era organizzata come una distribuzione di favori ai diversi gruppi di interesse. Ora che c'è la crisi e si sta scoprendo che gli interessi particolari rischiano di far crollare tutto, i politici sono colti di sorpresa e non sanno più cosa dire o fare. L'afasia di Berlusconi e le farneticazioni di Bossi stanno lì a testimoniarlo. Sono finiti i tempi in cui si poteva promettere baldanzosi grandi vantaggi per i propri elettori, in cui si poteva dire che "evadere le tasse è moralmente lecito" o che il federalismo porterà più soldi al nord...

E così, dopo anni in cui i politici hanno fatto la bella vita, con gli elettori che glielo consentivano felici, sperando di ottenere qualcosa in cambio, ormai non restano che le "parole in libertà"...

Il contributo di solidarietà, contrariamente a quanto sostiene chi lo vorrebbe eliminare, non colpisce la "classe media", perché è molto difficile far rientrare in questa categoria chi guadagna più di 90.000 Euro l'anno. Certamente se questo reddito serve per sostenere una famiglia con due o tre figli, all'atto pratico non sarà equivalente al reddito di un single, ma rimane comunque difficile definire classe media chi guadagna 7.500 Euro al mese. In ogni caso, anche volendo far rientrare nella classe media chi ha questo reddito e ha dei figli, occorre tenere presente che il contributo per chi supera di poco i 90.000 Euro di reddito è limitato, mentre aumenta progressivamente con l'aumentare del reddito dichiarato. La "stangata" ci sarebbe per chi guadagna centinaia di migliaia di Euro, o persino milioni di Euro l'anno. L'errore fondamentale che commette chi vorrebbe cancellare questa norma, è di non capire che bisogna recuperare moltissime risorse, e questa non esclude le altre. Tanto è vero che oltre a questo contributo, il governo intende anche tagliare i trasferimenti ai ministeri e agli enti locali, che semmai sarebbero i provvidementi da eliminare. Si è sostenuto che però far pagare chi è onesto è iniquo, e che semmai si dovrebbe stanare gli evasori. Di nuovo, non ci si rende conto che si dovrebbero fare entrambe le cose, se non si vuole che l'Italia fallisca. Quindi l'errore non è il contributo di solidarietà in sé, è il fatto che non viene affiancato a misure incisive per la lotta all'evasione e per la riduzione dei privilegi delle vare caste d'Italia. Il fatto che Casini e il Pd vogliano eliminare il contributo di solidarietà fa pensare che non si siano resi veramente conto della situazione in cui versa il Paese.

Un errore ancora più clamoroso è però quello di Bossi sulle pensioni. Non è la prima volta che la Lega "fa quadrato" sulle pensioni: nel 1994 fece cadere il primo governo Berlusconi perché voleva riformare le pensioni. Intanto è assolutamente demagogico l'accostamente dei pensionati alla "povera gente", dal momento che non tutti i pensionati sono poveri. Inoltre, il tema non è quello di "tagliare le pensioni", ma semmai quello di elevare l'età pensionabile, come si sta facendo in altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania. Una delle resistenze maggiori della stessa Germania nei confronti dell'istituzione ad esempio degli Eurobond, si trova nel timore dei suoi elettori che questo significherebbe "pagare le pensioni a greci e italiani". Elevare l'età pensionabile, rapportandola all'aumentata speranza di vita, non sembra coincidere con l'andare contro i "poveracci", come dice Bossi. Difendendo a spada tratta le pensioni la Lega mostra di essere un partito vecchio, l'equivalente politico della Cgil.

L'eliminazione di alcune Province rischia di essere un provvidemnto impossibile da realizzare, dal momento che come era prevedibile sono già scattate le proteste degli amministratori locali coinvolti. Più sensato sarebbe abolirle tutte, come hanno proposto l'Udc e l'Idv, mentre il Pd, colpevolmente, non è d'accordo. Il Pd ha moltissimi dirigenti che lavorano nelle province, che se scomparissero, non saprebbe dove mandarli. Il vecchio tema dei "trombati" della politica ritorna prepotente, dimostrando ancora una volta come ormai l'Italia sia ridotta ad un insieme di caste e corporazioni, con i partiti che non sono da meno, anzi hanno il ruolo di gestire ciascuno, oltre che i propri, gli interessi delle proprie caste di riferimento. Questo spiega anche il fatto che la Lega, che ormai si è rivelata essere la nuova Dc (o il nuovo Partito Comunista?) del nord, oltre a dire "le pensioni non si toccano", dice anche "le province non si toccano".

In questo quadro non stupisce che i politici cattolici e vicini al Vaticano dicano "il Vaticano non si tocca", mentre qualcuno ha cominciato giustamente a far notare come, se vale il principio di chiedere un sacrificio a tutti, e soprattutto alle "caste" privilegiate, questo debba valere anche per il Vaticano, che ad esempio non paga l'Ici sui suoi alberghi, facendo tra l'altro concorrenza sleale agli alberghi laici che non hanno santi in paradiso. Un altro aspetto sarebbe quello dell'8 per mille: se lo si vuole mantenere, si stabilisca quanto meno che venga erogato solo nella misura in cui lo scelgono i contribuenti, e non con l'attuale meccanismo furbo che assegna alla Chiesa anche la quota di chi non si esprime.

Interessante poi il dibattito sulla patrimoniale. Fino a qualche anno fa ne parlava solo Bertinotti, e solo farne cenno era appunto considerato una prova evidente di comunismo. La cosa interessante è che ora ne parlino anche esponenti del centro-destra. Alcuni non sono d'accordo, ma la parola non è più un tabù. Peccato che sulla patrimoniale il centro-destra ci aveva fatto la campagna elettorale del 2008 (la sinistra odia i ricchi e quindi vuole mettere una patrimoniale per punirli).

Curiosa anche la sorte della tracciabilità dei pagamenti, anch'essa additata come misura poliziesca e vessatoria, che solo dei comunisti e per giunta sanguisughe come Visco e Padoa Schioppa potevano avere l'idea di stabilire per legge. Tolta di fretta da Tremonti appena insediatosi nel 2008, con il plauso dei liberali all'amatriciana che fino a poco tempo fa popolavano i giornali italiani e che facevano finta di non sapere che in America chi non paga le tasse va in galera, ora la tracciabilità dei pagamenti è tornata, e tutti si dicono d'accordo che si debba colpire l'evasione, che è il vero scandalo ecc.ecc. Chissà se avranno il coraggio di abbassarla a livelli da colpire le normali transazioni dove normalmente si evade (Visco e Padoa Schioppa la volevano portare gradualmente a 100 Euro). Fino a poco tempo fa nel centro-destra se ne inventavano di tutti i colori per respingere l'idea, arrivando persino a dirsi preoccupati per la badante romena che non avrebbe potuto essere pagata dalla nonnina per cui lavorava...