sabato 21 dicembre 2013

L'Italia non è un PIGS

Nel 2010 un oscuro ma valente economista scriveva:
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
"This suggests that external debt (be it private or public) rather than public debt per se should be a matter of concern.
Take Italy as a counterexample. As a matter of fact, Italy has withstood so far the global financial crisis, despite having a debt of around 120 GDP points. In 2007 its public debt was 117 GDP points, larger than the Greek one, but its external debt was only 21 GDP points (as compared to 104 GDP points in Greece). Another counterexample is provided by Japan, that has the largest public debt worldwide (over 200 GDP points, some 17% of world
GDP). Nobody is worried by a Japanese financial crisis, perhaps because Japan is also the largest net external creditor, with net foreign assets equal to about 50% of its GDP."

In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.

mercoledì 11 dicembre 2013

I mitici anni 70


Secondo i critici "di sinistra" dell'Euro, si dovrebbe uscire dall'Euro e tornare ad un sistema come quello degli anni '70, in cui la banca centrale era sotto controllo del governo, che poteva dunque farle stampare la moneta necessaria a sostenere le sue spese; se questo generava inflazione (infatti negli anni '70 l'inflazione era al 20%) secondo loro questo non costituiva un problema, perché con la scala mobile i salari recuperavano il terreno perduto con l'aumento dei prezzi. Infatti negli anni '70 il Pil cresceva, i salari reali crescevano, e dunque andava tutto bene. I problemi, sostengono sempre questi "opinionisti" della rete, sono sorti negli anni '80, o meglio a partire dal 1981, quando il "divorzio" tra Banca d'Italia e Tesoro spinse in alto i tassi di interesse. Il raddoppio del debito pubblico italiano degli anni '80 fu dunque dovuto al maggior tasso di interesse, e non alla spesa pubblica improduttiva o clientelare. Dunque, il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) viene riabilitato, la corruzione non c'entra niente, è tutta colpa della politica monetaria. Torniamo alla sovranità monetaria!
Ma cosa c'è di sbagliato in questa tesi?
Un piccolo particolare, e cioè che il debito pubblico cresceva anche negli anni '70. Magari meno che negli anni '80, ma cresceva anche negli anni '70, durante i quali passò dal 40% al 60%, il che significa che aumentò della metà. Questo da solo basta a smentire i sostenitori degli anni '70 come di un'epoca in cui tutto andava bene. E' infatti evidente come sul lungo periodo un sistema in cui il debito pubblico tende ad aumentare della metà ogni dieci anni sia insostenibile.
Guardando il grafico, si vede come l'aumento del debito pubblico si sia verificato più o meno in un periodo che va dal 1964 al 1994: all'interno di questo periodo è abbastanza inutile distinguere periodi "buoni" e periodi "cattivi", a meno che non si voglia decidere se sia meglio un calcio o un pugno.
Ma perché negli anni '70 il debito pubblico aumentava? semplice, perché lo Stato cercava di tenere in piedi con iniezioni di spesa pubblica un sistema che da solo non si reggeva.
E questo fa cadere anche la tesi secondo la quale la spesa pubblica si ripaga da sola, perché fa aumentare la domanda. In parte è vero che fa aumentare la domanda, ma evidentemente questo non è sufficiente a ripagare l'aumento della spesa. In pratica, non è vero che la spesa pubblica si autofinanzia sempre e comunque: lo fa solo se è produttiva, cioè se è finalizzata a costruire qualcosa che darà un ritorno economico. E questo è provato dal fatto che, ogni volta che un Paese ha dovuto sostenere un forte aumento della spesa pubblica per fare una guerra (come ad esempio gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il debito pubblico passò in pochi anni dal 40% al 120% del Pil) il debito pubblico ha conosciuto un forte aumento, anche se tutta la popolazione era impegnata a tempo pieno a lavorare.
Dunque, i sostenitori degli anni '70 come di un Paradiso economico si ingannano. Negli anni '70 lo stato spendeva a deficit, più di quanto incassasse, cioè la sua spesa non era produttiva, non generava valore, non generava un ritorno economico. Però siccome lo stato controllava la banca centrale, la usava per stampare la moneta di cui aveva bisogno, generando inflazione che in parte compensava l'aumento del debito. Dunque il debito cresceva sì, ma meno di quanto sarebbe stato se non avesse stampato moneta, perché stampando moneta scaricava una parte delle sue spese sui cittadini.
Dunque già negli anni '70 l'Italia cercava di nascondere sotto il tappeto il difetto di competitività che aveva rispetto agli altri paesi europei con iniezioni di spesa pubblica; negli anni '80 si cambiò paradigma, e venne ridotta l'inflazione separando Tesoro e Banca d'Italia e abolendo la scala mobile, ma per il resto non si affrontarono le radici del problema, cioè non si ridusse la spesa pubblica improduttiva, e dunque il debito pubblico continuò a crescere, a ritmi ancora superiori perché giustamente il mercato, cioè gli investitori italiani ed esteri, esigevano interessi elevati per ripagare il rischio di acquistare il debito di uno stato così poco affidabile. Dunque si fece, come al solito in Italia, una riforma a metà, anzi si posero le premesse per una riforma che poi non si fece. Invece gli Stati che non avevano un deficit strutturale, come la Germania, cioè non spendevano sistematicamente più di quanto incassavano, si finanziavano tranquillamente il loro debito sul mercato. Quindi i tassi di interesse elevati negli anni '80 non erano la causa del debito, ma la conseguenza di uno Stato con conti pubblici non a posto (cioè in deficit strutturale).
Nel 1992 con la crisi valutaria, cominciarono le manovre lacrime-e-sangue, che ridussero il deficit strutturale, ma lo fecero non riducendo (se non di poco) la spesa pubblica improduttiva, ma aumentando le tasse, e dunque condannando l'Italia ad una stagnazione che dura tuttora.
Che ci piaccia o no, non è possibile essere ricchi se non si è efficienti e produttivi. Purtroppo, spesso i desideri si scontrano con la realtà. Solo che gli adulti se ne rendono conto, e si adattano alla realtà dei fatti. I bambini no.
In ogni caso, anche se tutta questa ricostruzione fosse sbagliata, i teorici degli "anni-70-paradiso" dovrebbero spiegare come mai negli anni '70 il debito pubblico sia aumentato, contraddicendo le loro teorie farlocche sulla spesa pubblica sempre buona, sull'inflazione che non è un problema e sui tassi di interesse come unica causa del debito pubblico.

venerdì 15 novembre 2013

Brancaccio demolisce Bagnai

Oggi Alberto Bagnai è stato ospite di Santoro, ma purtroppo non si è parlato delle possibili soluzioni, ma ci si è limitati ad un'analisi, peraltro neanche approfondita, ai problemi dati dalla rigidità del cambio e agli squilibri tra importazioni ed esportazioni tra Germania e paesi periferici dell'area Euro. Come è noto, Bagnai sostiene che si debba uscire dall'Euro, e che questo non creerebbe problemi per l'Italia.
Ho trovato però un video di qualche mese fa in cui Emiliano Brancaccio demolisce la posizione di Bagnai:
http://www.youtube.com/watch?v=xSdO4NpCH-U
Brancaccio è un economista di sinistra e comunque critico nei confronti dell’Euro, però accusa Bagnai di dare per scontato che se l’Italia esce dall’Euro e svaluta, non ci saranno problemi di inflazione e quindi di impoverimento dei salari e degli stipendi; Bagnai basa questa tesi ottimistica soltanto sul precedente della svalutazione del ‘92, come se si potesse utilizzare un solo precedente, tra l’altro con alcuni elementi diversi rispetto ad oggi, e ignorando gli altri precedenti storici meno favorevoli. Bagnai, visibilmente imbarazzato, non sa bene cosa replicare. 
Nel video c’è anche una polemica personale, dovuta ad un precedente: Bagnai come al solito ha insultato chi non la pensava come lui, e quindi gli era capitato di chiamare Brancaccio “nazista” e lo aveva accusato di agire per interesse, pur senza citarlo. Questa polemica ci dice qualcosa sul carattere di Bagnai, ma oltre a questo non è molto interessante. 
Nella sostanza, la critica di Brancaccio è che Bagnai la fa semplice, fa credere che “basta uscire e stiamo a posto”, e inoltre fa un discorso nazionalista (la nostra povera patria attaccata dai tedeschi cattivi), che non dovrebbe essere fatto da chi si dice di sinistra. Inoltre Bagnai crede o fa finta di credere che sia sufficiente svalutare per risolvere tutti i problemi di minore competitività. E poi pensa che una nostra uscita dall'Euro non porterebbe al rischio di speculazione contro il nostro debito pubblico e quindi ad un rischio di default.
Alla fine comunque Brancaccio salva Bagnai dicendo che ha commesso solo due errori, ma sono errori belli grossi, perché se le cose stanno così, cade l’idea di uscire dall’Euro da un giorno all’altro senza avere problemi. 
Ho trovato anche un post sul suo blog in cui Brancaccio spiega più o meno le stesse cose, ed è questo:
In pratica, Brancaccio accusa Bagnai di pensare che basti uscire dall’Euro e tutto si sistemerà, che non ci sarà inflazione perché gli italiani ridurranno, con l’elasticità della domanda, da soli le importazioni dei beni esteri che saranno aumentati di prezzo (ma anche questo non è dimostrato dai precedenti storici), e che nessuno verrà a fare shopping in Italia (il fatto che lo stiano già facendo non significa che non lo faranno ancor di più quando la loro moneta diventasse più forte della nostra). In realtà se vogliamo uscire dall’euro, dice Brancaccio, dobbiamo anche indicizzare i salari, per evitare che l’inflazione se li mangi, dobbiamo bloccare i prezzi di alcuni beni (immagino il pane e altri simili), dobbiamo limitare gli scambi con l’estero e l’acquisizione di nostre banche e industrie dagli stranieri. 
Ecco, a questo punto forse si capisce meglio perché Bagnai queste cose non le dice: perché un messaggio del genere avrebbe chiaramente un impatto minore sull’opinione pubblica, suonerebbe come protezionistico e poco rassicurante. In pratica, è evidente che se usciamo dall’Euro ci sarebbero dei rischi (per tacere del rischio di speculazione sul nostro debito), e che quindi alla fine non è affatto detto che staremmo meglio, dovremmo governare una serie di variabili rischiose col rischio di doverci chiudere rispetto al mondo (e chissà che questo non potrebbe portare anche ad una ritorsione sui prodotti italiani da parte dei mercati esteri). Tra l’altro le misure di chiusura dei mercati alla lunga possono far peggiorare l’economia, che diventerebbe meno competitiva, come è accaduto recentemente ad alcuni Paesi dell'America Latina, che si sono chiusi demagogicamente ai mercati esteri (ma queste sono mie considerazioni che magari Brancaccio non approverebbe). Quindi immagino che Bagnai non dica queste cose non perché non le sappia, ma perché sa che è meglio non dirle, per ottenere il suo scopo, di sganciarci dall’odiata Germania e dagli odiati mercati internazionali.  
Anche riguardo all'idea di non pagare il debito ai creditori esteri, Brancaccio risponde con una critica: il debito si può pure ripudiare, ma poi bisogna vedere, se si ricomincia a importare più di quanto si esporta, a chi chiediamo un prestito: non certo a quei creditori a cui abbiamo appena detto che non paghiamo il debito, e che ce la farebbero pagare cara, quindi i sostenitori del no-debito devono anche dire come si vuole controllare la bilancia commerciale verso l'estero.
La lezione di Brancaccio è molto più interessante delle semplificazioni dei complottisti anti-Euro e anti-tedeschi. Brancaccio è un economista vero che affronta i problemi reali, sia pure dal proprio punto di vista, che si può condividere o meno. 





martedì 18 giugno 2013

Il Bagnaino

Gli italiani, si sa, sono sempre stati un popolo di commissari tecnici della Nazionale di calcio. Il bar è sempre stato il luogo in cui sfoggiare la propria competenza sui terzini fluidificanti e i mediani di spinta. Da quando c'è la Rete, si stanno diffondendo nuove figure di esperti, che pontificano sulle diverse branche dello scibile umano, nei forum e nei blog.
Gli esperti del Web non hanno mai studiato niente, in genere non sono laureati in niente, eppure, anzi proprio per questo, si ritengono ferratissimi su un determinato argomento, solo per aver letto qualche blog, spesso scritto a sua volta da esperti pari a loro. E così abbiamo gli esperti-non-laureati di fitness, di economia, di alimentazione ecc.
Il grillino è stato protagonista degli ultimi mesi, infestando il web con insulti e accuse di corruzione, nella migliore delle ipotesi morale, nei confronti di chiunque non fosse d'accordo con il Verbo di Beppe. Il grillino si ritiene in grado di governare meglio di chi fa questo per mestiere da una vita, e conosce la scienza meglio degli scienziati, perché a differenza dei politici e degli scienziati lui non è corrotto, mentre a differenza dei cittadini comuni, lui è informato.
In ambito più strettamente economico, si sta diffondendo un'altra figura di esperto, il seguace di Alberto Bagnai, l'economista che considera "scientificamente provato" che dobbiamo uscire dall'Euro.
Se il grillino è l'anti-scientifico per eccellenza, il bagnaino è pseudo-scientifico, cioè usa argomenti che pretende siano scientifici, selezionando solo quelli che gli fanno comodo, per trarre conclusioni proprie. Il bagnaino crede che gli economisti mainstream non capiscono niente, che sono sporchi agenti del capitale, però utilizza le loro analisi per giungere alle proprie conclusioni indiscutibili.
Come il grillino crede che i vaccini fanno male, che Giuliani prevede i terremoti e che l'Aids non esiste, così il bagnaino crede che il debito pubblico è il risparmio dei privati e dunque più cresce e più si diventa ricchi, che se un Paese svaluta non ci sarà inflazione, che se lo Stato stampa moneta il Paese diventerà più ricco, che la spesa pubblica è buona per definizione, che la corruzione e gli sprechi pubblici non esistono o comunque non creano problemi, che se un Paese fa le riforme per diventare più competitivo è cattivo, mentre se non le fa e aumenta la spesa pubblica è buono ecc.
Il bagnaino crede che la Germania è cattiva e la Grecia è buona, che prima di entrare nell'Euro la Grecia e l'Irlanda erano Paesi ricchissimi e che sono stati impoveriti dall'Euro, che la crisi è causata dall'Euro, che i Paesi che non hanno l'Euro come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno benissimo, che l'Italia sarebbe un Paese enormemente ricco e competitivo, ma che è stato fatto entrare nell'Euro da una congiura degli industriali tedeschi e francesi, con la complicità di politici, economisti e imprenditori italiani i quali avrebbero portato il proprio Paese al macello, venendosi per un piatto di lenticchie. Il bagnaino crede poi che l'Euro favorisce la Germania e sfavorisce l'Italia, senza chiedersi perché questo accade. Siccome il suo guru è molto sfuggente sull'argomento, egli non se ne cura. Egli pensa che gli unici modi per rendere più competitiva un'economia siano abbassare i salari o svalutare la moneta. Eppure basterebbe leggere una pagina di Wikipedia per farsi un'idea un po' meno superficiale sull'argomento.
Inoltre, il bagnaino crede che le riforme magnifiche promosse dal loro guru sono state realizzate in Argentina, che infatti è un Paese ricco e felice. L'Argentina è il modello da seguire in primo luogo perché ha fatto default, non ha pagato i debiti punendo così i ricconi capitalisti, e inoltre ha avuto il coraggio di nazionalizzare alcune industrie e di chiudere la frontiera alle importazioni, riducendo il tasso di "liberismo" e dunque instaurando una vera democrazia popolare. Poco importa che il reddito medio dell'Argentina sia ancora molto più basso di quello dei Paesi europei, e che abbia un'inflazione molto alta e una penuria di alcuni beni: abbiate fede e vedrete che in futuro starà meglio!
Chi si intende un po' di economia sa che l'economia non è (ancora) una vera scienza, dal momento che presenta teorie diverse, anzi del tutto opposte, che spiegano gli stessi fenomeni da punti di vista molto diversi tra loro. Uno dei motivi è che in economia non è possibile fare esperimenti, e non resta che studiare le correlazioni tra i fenomeni, che però sono difficili da studiare perché ci sono moltissime variabili. Inoltre l'economia è una materia sensibile agli interessi umani, per cui è molto più facile rispetto ad altre discipline che si cerchino di dimostrare le proprie tesi spacciando le correlazioni spurie per rapporti di causa-effetto.
E così esiste una sola fisica, una sola biologia, una sola geologia, ma non esiste una sola economia. Certo, alcuni fenomeni sono stati studiati in maniera rigorosa e con i numeri, ed è stato possibile ricavare leggi anche in economia, ma soltanto in ambiti limitati e a certe condizioni, e quello che vale per un dato Paese e una data epoca non vale sempre. Invece il bagnaino crede che esista una sola economia, le cui leggi sono state studiate dagli economisti mainstream, ma il cui unico vero e autorizzato interprete è lui, il Bagnai. Per cui è stato Tizio a dire che l'Euro non può funzionare, è stato Caio a dire che non dobbiamo preoccuparci dell'inflazione, è stato Sempronio a dire che il debito pubblico non è un problema, ma la conclusione a tutto ciò, e cioè che dobbiamo uscire dall'Euro, fare default e tornare agli anni '70 è soltanto di Bagnai. Ma il bagnaino ci crede ciecamente, e non gli viene in mente che vi potrebbero essere altre strade, come ad esempio realizzare quell'unione politica e fiscale, che secondo gli stessi economisti mainstream che si usano solo quando fanno comodo sarebbe necessaria per mantenere in vita una unità monetaria, e soprattutto crede che chi non è d'accordo è stupido, ignorante o in malafede.
Comunque il bagnaino non ha sempre vita facile perché se la deve vedere con altri esperti del ramo, quali sono ad esempio i signoraggisti, i barnardiani, ecc. E' curioso: il Web consente alle persone di comunicare, di conoscere i punti di vista altrui, e invece di diventare più moderati e più aperti alle opinioni altrui, molti continuano a a credere di essere gli unici possessori della Verità Assoluta.
A scanso di equivoci, naturalmente non c'è niente di male nell'essere seguaci di questo o quello, ma è un po' ridicolo pretendere di avere capito tutto senza avere studiato le basi di un argomento. Questo è un effetto perverso del Web: siccome presenta una quantità impressionante di dati, opinioni, pareri, così molti pensano di essere dispensati dalla fatica di studiare, trovano la pappa pronta e devono solo scegliere quella che preferiscono, ignorando la differenza tra informazione e conoscenza.


lunedì 27 maggio 2013

Il Pd, partito di centro

Le ultime vicende politiche, tra cui l'appoggio al finanziamento delle scuole private in occasione del Referendum a Bologna, hanno mostrato come il Pd sia ormai (o forse lo è da tempo) un partito di centro. Da questo punto di vista non stupisce l'alleanza con Berlusconi e il Pdl per dar vita al governo Letta. Se in precedenza, nel pieno della tempesta finanziaria del 2011, poteva avere un senso appoggiare la nascita del governo Monti, il fatto che poi il Pd abbia mantenuto questa posizione (e abbia accettato che Monti facesse pagare la crisi soprattutto ai pensionati senza contrastare i privilegi) la dice lunga sulla sua natura.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.

venerdì 3 maggio 2013

La fine del PD

Le divisioni nel Partito Democratico emerse durante le votazioni per il Presidente della Repubblica, hanno messo in mostra la sostanziale incapacità da parte del partito di seguire un'unica linea politica. Negli ultimi mesi del 2012, la candidatura di Matteo Renzi alle primarie e il suo porre l'accento sulla questione anagrafica (il giovane rottamatore che vuole mandare a casa i vecchi), ha nascosto la vera questione, che è una questione politica: il Pd è diviso tra correnti fortemente ideologizzate, che non accetterebbero mai che il partito finisse nelle mani delle correnti che considerano troppo lontane. Lo ammise Massimo D'Alema quando disse che, qualora Renzi avesse vinto le primarie, avrebbe fatto una "battaglia" all'interno del partito. Sarebbe come se Hillary Clinton avesse dato battaglia contro Obama dopo aver perso le primarie. Interessante poi la scelta, da parte di D'Alema ma anche di Veltroni, di non candidarsi alle elezioni, senza però ritirarsi dalla politica, anzi, per poter agire con più libertà all'interno del partito. D'altro canto all'interno del Pd, sia nella classe dirigente che tra i simpatizzanti, c'è chi pensa che Renzi sia un "infiltrato di destra". Che ci possano essere posizioni diverse all'interno di un partito ci può stare, ma questo linguaggio mostra come il PD non si possa considerare un partito democratico come quello americano, un partito "liquido", cioè un partito poco ideologizzato la cui linea viene decisa da chi vince le primarie, senza veti e guerre interne.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.

mercoledì 20 marzo 2013

Sono proprio tutti uguali

Ci risiamo. Sabrina Nobile delle Iene è tornata a sottoporre i nuovi Parlamentari a domande elementari di cultura generale e attualità, e come era accaduto nelle precedenti legislature, alcuni di loro hanno fatto una pessima figura (qui il video). La notizia è che è stata pizzicata anche una parlamentare del Movimento 5 Stelle, quello che si era presentato come il nuovo, quello che doveva portare la meritocrazia al posto delle raccomandazioni e delle nomine fatte secondo logiche di potere. Ebbene, la deputata Gessica Rostellato non sa cosa sia la Bce né chi sia Mario Draghi (che secondo lei è "uno che vuole candidarsi alla Presidenza della Repubblica"), il che significa che non è informata e che non legge i giornali. La cosa in fondo è comprensibile da parte di una rappresentante di un movimento che pensa che i giornali siano robaccia di regime, ma evidentemente la Rostellato non ha saputo fare un uso adeguato neanche di quel Web che sarebbe il luogo sacro della Verità. Magari perché non ha studiato prima, quindi non ha imparato a selezionare le fonti, né a riconoscere ciò che bisogna sapere da ciò che è irrilevante. E forse a leggere tutti i giorni soltanto il blog di Grillo non si diventa poi così informati.
Si potrebbe replicare che la Rostellato può essere solo una pecora nera, che non è giusto metterla in croce per una lieve dimenticanza, che non sono tutti così... può darsi, ma allora questo dovrebbe valere anche per gli altri.
Invece va ricordato che la reazione degli spettatori delle Iene è stata per anni una giusta reazione di indignazione, e la conclusione che molti hanno tratto dalle precedenti inchieste è stata che "sono tutti ignoranti", che "sono tutti uguali" e che "devono andare tutti a casa". Ora invece cominciamo a scoprire che i parlamentari del Movimento 5 Stelle non sono migliori degli altri. In poche settimane abbiamo già conosciuto la falsa laureata, il complottista dei microchip e l'ammiratrice del fascismo. Si potrebbe replicare che i partiti sono lo specchio della società, e la società italiana non è particolarmente colta. Verissimo. Ma allora il 5 Stelle è un partito come gli altri. Anzi, gli altri almeno qualche punta di eccellenza ce l'hanno (ad esempio i neoeletti presidenti delle camere, Boldrini e Grasso), i 5 Stelle non mi pare.
Del resto, Grillo ha voluto selezionare i parlamentari in base alla non appartenenza ai partiti e l'assenza di condanne. L'idea cioè sarebbe che chiunque può fare politica, purché sia onesto e non compromesso coi partiti. Io mi permetto di dissentire. Forse sarebbe stato meglio inserire anche una clausola sulla cultura generale. Si sarebbe potuto usare come parametro i risultati durante tutta la carriera scolastica, ad esempio si dovevano candidare solo quelli che avessero preso il massimo dei voti a partire dalla scuola dell'obbligo. Ma se Grillo avesse fatto una cosa del genere, il suo movimento non avrebbe preso tutti quei voti alle elezioni, perché il successo elettorale si è basato sulla logica "Maria de Filippi" (chiunque può arrivare in alto) che ha consentito a tanti elettori di identificarsi nel movimento, mentre con la "logica dei professori" i risultati sarebbero stati pessimi, come accade ad esempio regolarmente ai Radicali, perché come si sa agli italiani la cultura e la preparazione non piacciono. Inoltre, ma certo non ultimo, come ben sanno i partiti tradizionali, chi è colto è più difficilmente manipolabile.
Forse una cosa che sfugge a Grillo e a tanti altri è che la cultura non è slegata dai valori morali. Infatti la persona colta non è qualcuno che si è inzeppato di conoscenza, ma è uno che si è sforzato di imparare per capire, e di capire per poter risolvere i problemi. Presentarsi in Parlamento senza avere studiato e senza neanche informarsi sull'attualità significa essere presuntuosi, significa pensare che non c'è bisogno di studiare, di riflettere, di ragionare, per capire come risolvere i problemi.
Per quanto mi riguarda, un partito che candida anche solo un personaggio così scarso è inaffidabile. Da questo punto di vista ha ragione Grillo a dire che i partiti sono tutti uguali, ma in questo giudizio dovrebbe aggiungerci anche il suo.

martedì 12 marzo 2013

Grillino demystified


Come accadeva già con Berlusconi, il problema principale non è il candidato ma sono gli elettori. Infatti, dietro il successo di un politico, si nasconde una serie di idee che i suoi elettori professano. Queste idee possono essersi sedimentate nella società civile nel corso degli anni, oppure possono essere state introdotte nel cervello degli elettori da una sapiente campagna di stampa. Sta di fatto che ci sono.

Quelli che non votavano Berlusconi si sono chiesti per anni: quando capiranno? quando smetteranno di votarlo? ma gli elettori di Berlusconi non capivano, e continuavano a votarlo. Ma perché? Semplice, perché dal loro punto di vista non c'era niente da capire. Infatti, l'elettore berlusconiano medio, pensa che i politici siano tutti ladri. Anzi, pensa che l'uomo per natura è ladro, che chi può ruba. Inoltre, l'elettore berlusconiano medio pensa che i comunisti mangiano i bambini. E soprattutto, che vogliono fargli pagare più tasse (o le tasse). Ecco perché Berlusconi è stato votato nonostante i suoi processi, nonostante gli scandali che hanno spesso coinvolto quelli del suo partito e i suoi alleati. Invece, il crollo dei consensi, Berlusconi l'ha ottenuto quando ha messo l'Imu, il redditometro ed Equitalia. Poi, si è ripreso in parte, sostenendo in campagna elettorale di non avere nulla a che fare con quei provvedimenti (come Bart Simpson quando dice: "non sono stato io").

Comunque nel caso di Berlusconi è stato, almeno all'inizio, difficile capire i suoi elettori, perché in genere non parlavano, si mimetizzavano, si nascondevano, mentre nel caso dei grillini è facile perché hanno lasciato e lasciano in continuazione in rete, il loro luogo d'elezione, ampie testimonianze sulla loro visione del mondo. Spesso mi è capitato di discutere con loro, come credo a molti, e quasi sempre sono stato accusato di essere: disinformato, corrotto, pagato dalle banche o dai partiti. Be' che dire, magari fossi pagato. Ok, era solo una battuta.
In pratica, per il grillino medio, chi non è d'accordo con lui (e dunque a sua volta è d'accordo con Beppe) è ignorante o in malafede. Da ciò si deduce che per il grillino

1- esiste una sola verità.

Per questo una discussione è praticamente impossibile, perché il grillino è stato educato (diciamo così) a screditare sistematicamente chi non la pensa come lui. Prendiamo ad esempio gli inceneritori: al grillino non interessa il fatto che ce ne siano tanti in tutta Europa, anche in Paesi che normalmente consideriamo più avanzati del nostro, né che eminenti scienziati non li considerano dannosi: evidentemente i governi che hanno deciso di costruirli erano corrotti, e gli scienziati che li difendono sono... anche loro corrotti.
Il punto non è naturalmente che si possa essere contrari agli inceneritori, ma semmai che il grillino non riconosce la legittimità delle idee diverse dalla sua. Questo è naturalmente un atteggiamento antidemocratico, ma lui non lo sa.
Questo avviene anche per una semplificazione estrema del pensiero, che non tiene conto dei pro e dei contro, né delle alternative. Il grillino non pensa cioè che una cosa (in questo caso l'inceneritore) potrebbe avere dei pro e dei contro, potrebbe portare dei danni che però vanno paragonati alle alternative. No: per lui una cosa o è buona o è cattiva, o fa bene o fa male. Con questa logica si dovrebbero abolire le automobili perché in circa un secolo hanno prodotto milioni di morti sulle strade. Ma naturalmente il grillino, con una logica faziosa, usa questo modo di ragionare solo per le cose che non piacciono a lui. Quindi magari prende l'automobile per andare a comprare il pollo a chilometro zero o per farsi una bella gita al mare. Ma non vuole sentir parlare di inceneritori, perché non piacciono a lui, e soprattutto al suo capo.
Pensiamo anche alla Tav: il grillino non concepisce che, almeno in linea teorica, una grande opera come quella possa portare dei vantaggi, che in futuro forse il traffico di merci in Europa potrebbe aumentare, che forse a lungo andare sarebbe meno inquinante trasportare le merci su rotaia anziché su gomma, che chi ha concepito l'opera non l'ha fatto soltanto per biechi interessi ecc. No: per lui è tutto chiaro, la Tav è un crimine, punto e basta.
Un altro esempio si potrebbe fare per i vaccini: per il grillino medio i vaccini fanno male. E come "prova" ti porta il fatto che anni fa un ministro prese una tangente da una multinazionale che produceva i vaccini (il che per lui è la prova inconfutabile che i vaccini fanno male), oppure ti porta qualche caso di bambini che si sono ammalati o sono morti dopo aver preso dei vaccini. Anche qui, il grillino non valuta i pro e i contro e le alternative: non gli viene in mente che senza vaccini i bambini morti potrebbero essere milioni. No: per lui i vaccini, come tutto, o sono buoni, o sono cattivi. Una via di mezzo non esiste. Una scelta tra alternative, nessuna delle quali porti dritto al paradiso, neanche.
Se la verità è una sola, ne discende che

2- solo chi possiede la verità ha il diritto di governare, e lo deve fare da solo.

Il grillino pensa che basti che il Movimento vada (da solo) al governo, perché tutto si risolva e l'Italia diventi un paradiso.
Ma perché fino a questo momento i governi non hanno applicato quell'unica verità che per loro è così evidente? Semplice, perché sono disonesti. I partiti non hanno alcuna funzione positiva, sono solo associazioni a delinquere, servono solo per rubare il denaro dei cittadini onesti. Essendo la verità una sola, non c'è niente da mediare, niente da discutere, niente da elaborare. Ecco perché per il grllino

3- in politica l'onestà è tutto

Questo discende dagli assunti precedenti: se la verità è una sola ed è già conosciuta, è evidente che, se chi è al governo ora non la applica, ciò non può essere dovuto che alla sua disonestà. Infatti, per il grillino tutti i politici (tranne Grillo e Casaleggio), sono corrotti e antepongono i loro biechi interessi personali al bene pubblico. In realtà, a ben guardare questo potrebbe essere dovuto anche all'ignoranza o alla stupidità di chi è al governo, ma in generale i grillini battono sul tasto dell'onestà, e in secondo luogo, della disinformazione, mentre la stupidità non viene contemplata come possibile causa del malgoverno.
Quindi, chi si aspetta che adesso i grillini "aprano gli occhi", ora che ci comincia a capire quanto siano impreparati i nuovi parlamentari del Movimento, si sbaglia, perché per loro la preparazione non è importante (come non lo è l'onestà per i berlusconiani). Conta solo essere onesti, tanto poi si tratterà di pigiare sul tasto per votare i provvedimenti giusti voluti "dalla base" (cioè da Grillo e Casaleggio).

E quindi a che servono i partiti? Vagli a spiegare che i partiti esistono in tutti i Paesi (almeno quelli democratici), che servono a rappresentare i diversi pezzi della società, mediando i loro interessi, trovando un punto comune tra esigenze diverse, elaborando un programma coerente ecc. E che per funzionare, i partiti hanno un costo, come ha un costo tutto. No, per il grillino, dal momento che la verità è una sola, e per governare basta applicarla, ecco che

4- i partiti sono inutili

Un'altra caratteristica del grillino è l'incapacità di fare un'analisi equilibrata dello stato attuale dell'Italia. Per fare questo bisogna saper usare i numeri, saper scegliere qualche parametro misurabile, e fare il confronto con gli altri paesi. Ad esempio, se si usa il Pil, si scopre che l'Italia è al decimo posto nel mondo, se si usa la speranza di vita, si scopre che l'Italia è al quarto posto nel mondo, e al secondo tra i Paesi grandi dopo il Giappone. Se si guarda all'Indice di Sviluppo Umano, si vede che l'Italia fa comunque parte del primo gruppo. Quindi, avrà dei problemi, ma non è il Paese peggiore in cui vivere. Ad esempio in Spagna, dove non ci sono D'Alema e Berlusconi, la disocuppazione è il doppio che in Italia. Ma il grillino, da bravo arci-italiano, senza guardare a cosa accade all'estero, pensa che l'Italia sia al livello del Burkina Faso. E pensa, perché glielo ha raccontato Grillo nel suo blog, che

5- i partiti hanno distrutto l'Italia.

Intanto, una frase del genere comporta che l'Italia sia un Paese distrutto. Ma è vero? Siamo forse al livello del 1945, siamo ridotti a un cumulo di macerie? Qui si vede proprio l'incapacità di valutare i fatti. E questo è molto strano: almeno, nel 1945 l'Italia era stata distrutta dalla guerra. Quindi per i grillini i governi degli ultimi venti anni avrebbero fatto più o meno i danni di una guerra mondiale. Questo significa che per loro

6- La situazione di un Paese dipende interamente dal suo governo

Si vede che gli storici, i sociologi e gli economisti non hanno capito niente, perché nelle analisi delle crisi e delle decadenze del passato (come ad esempio l'antica Roma o l'Unione Sovietica), ma anche delle ascese e dei periodi di crescita, non viene mai citata come unica causa il governo. Nel bene e nel male, lo stato di una società dipende dalle forze produttive e dalle condizioni economiche, sociali, culturali e politiche di quella società. Se ad esempio i cittadini hanno come scopo nella vita quello di imboscarsi in un ministero per non lavorare, oppure se non pagano le tasse, questo andazzo avrà ripercussioni negative sull'intera società. Anzi da questo punto di vista la stessa esistenza dei grillini è uno dei sintomi della decadenza della società (cioè la società civile tende ad autoassolversi e non riconosce le cause dei propri mali). Eppure sono secoli che gli storici e i filosofi denunciano i difetti degli italiani, da Guicciardini a Leopardi, da Mazzini a Gramsci. Ma no, per i grillini è tutta colpa dei partiti. Per uscire da questo impasse, forse farebbero bene ogni tanto ad aprire qualche libro, invece di leggere soltanto il blog di Grillo o di Byoblu.

Ora vorrei sapere come si può pensare che un governo democraticamente eletto, anzi una serie di governi che ogni volta vengono scelti dai cittadini, possano distruggere da soli un Paese. Una cosa del genere può capitare in una dittatura, dal momento che chi comanda può imporre la propria volontà, e per anni, alla società intera. Invece qui si presuppone che mentre in Italia i due schieramenti (Il Pdl e il Pdmenoelle, per usare il linguaggio di Grillo) si succedevano distruggendo l'Italia, la società civile ne subiva la mala politica passivamente, che gli elettori continuavano a votarli, che la confindustria, i sindacati, i mass media, siano rimasti a guardare, anzi abbiano approvato la distruzione del Paese, senza avere alcuna colpa! Quindi gli elettori, che secondo i grillini sono puri e onesti, hanno votato per vent'anni per una classe politica che stava distruggendo il loro Paese senza batter ciglio!
Da questo si capisce che altro credo del grillino è che "il sistema è marcio". Infatti secondo il grillino,

7- esiste un unico sistema corrotto, che unisce partiti, sindacati e organi d'informazione

che ha avallato la mala politica senza mai fare una critica, e che dunque va spazzato via.
Peccato che uno dei temi preferiti da Grillo, quello dei costi della politica, sia stato portato alla ribalta da due giornalisti del Corriere, Stella e Rizzo, con il loro libro "La casta". E peccato che è stata una trasmissione come Le iene a screditare i parlamentari con le loro inchieste sull'ignoranza dei parlamentari, o sul loro consumo di droga. E che dire di trasmissioni come Report o Presa diretta, che da anni ci raccontano degli scandali giudiziari e delle magagne dei partiti? Inoltre il grillino ignora che questi scandali emergono spesso dagli stessi giornali di partito o comunque vicini a una parte politica, i quali sia pure in maniera faziosa, approfittano di qualunque inchiesta che coinvolga l'altra parte per gettare fango sulla parte opposta. Questo, che ai grillini non piace perché loro vorrebbero che ci fosse un solo organo di informazione come la Pravda sovietica, si chiama pluralismo dell'informazione. Per esempio, il Giornale accusa la sinistra, l'Unità accusa la destra, e poi il lettore si fa la sua idea. Poi vi sono giornali più indipendenti dal potere politico, che magari riportano le inchieste che riguardano entrambe (o tutte) le parti.
Ma no, il grillino medio non sopporta che vi siano idee e punti di vista diversi, e vorrebbe abolire televisioni e giornali. Tranne un canale pubblico, che diventerà presto l'organo televisivo del Movimento 5 Stelle, quando Grillo otterrà il 100% dei voti, come ha detto di desiderare e che sicuramente gli spetta (è un passo avanti, Berlusconi si era limitato a volere il 51%) e come ottengono i dittatori nei loro plebisciti.

Fintanto che i grillini crederanno a queste 7 idee, senza metterle in discussione, non "apriranno gli occhi" su Grillo e sul Movimento 5 Stelle. Qualunque cosa faranno. A meno che non smentiscano essi stessi questi assunti, come ha fatto Berlusconi quando ha alzato le tasse. Solo in quel caso i loro elettori li abbandoneranno.

venerdì 1 marzo 2013

La vittoria di Grillo


La vittoria a metà di Grillo (la sua lista è il primo partito ma non ha la maggioranza) pone diversi interrogativi sugli avvenimenti futuri.
Grillo ha condotto una campagna elettorale in cui è riuscito ad intercettare il malcontento di molti elettori provenienti sia dalla sinistra che dalla destra. Il risultato però è che, se dovesse governare, scontenterebbe inevitabilmente qualcuno. Ad esempio i piccoli imprenditori che lo hanno votato abbandonando Berlusconi o la Lega, non credo che sarebbero molto contenti della decrescita felice che è nell'orizzonte di molti grillini "di sinistra", e certamente non si accontenterebbero del no alla Tav e dell'acqua pubblica. Va bene grazie, ma che ci facciamo? direbbero giustamente.
D'altro canto il suo programma è quasi interamente un vago elenco di tagliare, eliminare, via questo, via quest'altro (ad esempio: via la legge Gelmini, via la legge Biagi) senza dirci con cosa intende sostituirle. Vi sono poi lampanti contraddizioni: prima si tuona contro l'intrusione dei partiti nelle banche, e poi si propone la nazionalizzazione delle banche stesse. Come se le banche nazionalizzate non venissero in qualche modo controllate dal potere politico (volendo essere maligni si potrebbe sospettare che è proprio questo a cui mira Grillo, ma io sono ingenuo e puro e quindi non lo penso).
Comunque, la forza di Grillo non sta certo nella sostanza delle proposte, ma è stata quella di far credere che si possa far pagare la crisi interamente alla classe politica, alla "casta", anzi alleviando le sofferenze sociali con provvedimenti costosissimi quali il sussidio di disoccupazione universale. Basterebbe fare due conti (quanto costa la politica e quanto costerebbe questo provvedimento) per capire l'inganno, ma si sa, la gente non è precisamente portata per la matematica. Ma proprio in questo consiste la demagogia, nell'individuare facili capri espiatori (un tempo gli ebrei o i comunisti, oggi "la casta") in modo da assolvere il popolo da tutte le sue responsabilità. E infatti Grillo ha anche abilmente tuonato contro il redditometro ed Equitalia, facendo capire che la lotta all'evasione fiscale, l'unica che potrebbe fornire le risorse necessarie, non sarebbe la sua priorità, come del resto non lo sarebbe e non lo è mai stato per il suo predecessore, il suo collega barzellettiere. D'altro canto, se avesse detto "farò pagare le tasse a tutti" avrebbe preso molti meno voti. Quello che aveva promesso il risanamento dell'economia italiana attraverso il rigore, e cioè Monti, è stato sonoramente bocciato dagli Italiani.
Dunque Grillo ha ottenuto un buon successo con facili promesse elettorali, senza peraltro spazzare via tutti come aveva promesso. Proprio come faceva il suo predecessore, che comunque si è difeso con lo stesso metodo (via l'Imu, condoni ecc.). Il problema però è che in base alla sua personalità dittatoriale, e da buon leader populista, che vuole solo il potere, Grillo vorrebbe la maggioranza assoluta. Per ottenerla dovrebbe rimanere all'opposizione, sperando che gli altri partiti commettano altri errori, in modo da vincere le prossime elezioni. A quel punto potrebbe sostituire Berlusconi come leader populista, potrebbe insediarsi in Parlamento e magari non fare niente per 5 anni, proprio come ogni leader populista che si rispetti (va bene, lo ammetto, non sono sempre ingenuo e puro).
Ora, l'unica speranza è che i grillini eletti in Parlamento siano migliori del loro leader, e che aprano gli occhi.
I grillini dovrebbero capire che alle elezioni non hanno preso né il 100% né il 51% dei voti, che non possono governare da soli, che non esistono solo loro, che i loro voti sono validi quanto gli altri, che milioni di italiani hanno votato altre forze politiche, che anche le altre forze politiche hanno diritto di esistere, che anche i loro rappresentanti (e i loro elettori) hanno delle idee e dei valori. Inoltre dovrebbero capire che fuori del loro computer e del blog di Beppe esiste il mondo, che esiste l'Unione Europea, la Cina, la Bce, lo spread, la Nato, l'esercito, il debito pubblico ecc. E che la maggioranza di chi li ha votati non lo ha fatto perché ha letto il blog, non sa nulla della mitologia del web, delle scie chimiche, dei vaccini che fanno male, dei terremoti che si possono prevedere ma gli scienziati cattivi non lo dicono, della Montalcini che avrebbe comprato il premio Nobel, dell'Aids che non esiste, della prevenzione dal cancro come inutile anzi dannosa, della decrescita felice, dell'acqua pubblica, del wi-fi pubblico e del no alla Tav come soluzione di tutti i mali ecc. Quelli che hanno votato Grillo in maggioranza lo hanno sentito parlare nelle piazze o in televisione, e hanno ingenuamente creduto alle sue promesse, lo hanno ritenuto capace di risolvere i problemi concreti, di trovare loro un lavoro, di assicurare loro una pensione ecc.
Al momento sembra che i grillini (o meglio, Grillo, l'unico che fino ad ora ha parlato) pretendano che il parlamento voti tutti i provvedimenti da loro desiderati, a scatola chiusa, passivamente. Ma il parlamento non è il blog di Grillo.
E' divertente che alcuni commentatori vicini a Grillo sostengano che non c'è bisogno di votare la fiducia ad un eventuale governo a guida Pd, basta che qualche senatore grillino esca dall'aula, e poi ci penserà Monti a dare i voti necessari per la fiducia. Ma dove sta scritto che Monti sia disposto ad appoggiare un governo a guida Pd per poi lasciare che l'agenda la detti il Movimento 5 stelle? Questo dare per scontato che gli altri facciano ciò che vogliamo noi, denota una scarsa maturità.
Per ora siamo veramente alle comiche. Il delirio di onnipotenza grillino è destinato prima o poi a scontrarsi con la realtà. Ma a quale prezzo per l'Italia? Gli italiani, sempre pronti a votare per il demagogo che le spara più grosse, comunque se lo meriterebbero.

venerdì 15 febbraio 2013

Chiunque vinca, non cambierà nulla

Chiunque vinca, non cambierà niente. Questa frase potrebbe sembrare una amara constatazione da parte di chi crede che l'Italia sia ostaggio della casta o di una classe politica inconcludente. In realtà con la presenza alle elezioni di movimenti nuovi o che si definiscono rivoluzionari come quelli di Grillo o Ingroia potrebbe far sperare che possano esserci grandi cambiamenti.
Ma supponiamo che alle prossime elezioni uno dei candidati ottenga un risultato tale da poter governare da solo. Cosa accadrebbe?
Ci potremmo chiedere se nella storia sia mai avvenuta una rivoluzione tale da portare un grosso cambiamento in pochi mesi, in cui si sia verificato un miracolo economico, sociale, ecc, in breve tempo.
A ben guardare, questo non è mai accaduto.
Quando si è verificato un miracolo economico, non è mai stato soltanto il risultato dell'azione di un governo, e in ogni caso è avvenuto in tempi lunghi.
Roosevelt ha introdotto negli anni '30 in America importanti elementi di protezione sociale, ma non è riuscito a sconfiggere la Grande Depressione, che è stata superata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale.
Il boom economico italiano è iniziato dopo più di dieci anni dopo la fine della guerra, e dall'avvio del Piano Marshall. Milioni di italiani hanno fatto sacrifici e lavorato duramente per migliorare le proprie condizioni di vita: non è stato un colpo di bacchetta magica di un governo.
Il boom cinese è avvenuto in seguito alle riforme di Deng, ma anche in seguito all'afflusso di capitali americani, e comunque ci sono voluti trent'anni per vedere risultati tangibili nella società cinese, e inoltre questo non è avvenuto senza lati negativi, dallo sfruttamento del lavoro all'inquinamento.
L'Unione Sovietica è diventata una superpotenza, ma ci sono voluti trent'anni, una guerra civile, una carestia e la deportazione di milioni di persone.
Questo non significa che la rivoluzione a volte non possa essere auspicabile o necessaria. Ma va ricordato che pensare che un governo da solo possa cambiare le cose in meglio, in breve tempo e senza contraccolpi negativi, è veramente da ingenui.
Questo avviene per alcune ragioni che se si vuole sono ovvie, ma spesso non ci si pensa. In primo luogo la società è complessa, ci sono diversi gruppi sociali con diverse esigenze e diversi interessi. In secondo luogo, proprio la complessità della situazione e la presenza di diverse variabili fa sì che non sempre si riesca a raggiungere l'obiettivo che ci si poneva. Una delle tragedie della storia è l'eterogenesi dei fini: si tenta di fare una cosa, e si ottiene un effetto imprevisto. Come accade nelle previsioni del tempo: vi sono così tante variabili, che ci vogliono calcolatori in grado di fare miliardi di operazioni, e comunque le previsioni attendibili non vanno oltre pochi giorni.
Un esempio pratico è rappresentato dal governo Monti, che nel tentare di recuperare la fiducia dei mercati, ha aggravato la recessione. Ovviamente i critici dicono, a posteriori, che Monti è un incompetente, che c'era una facile alternativa per risolvere tutto ecc. Ma non è così, è che la coperta è corta, e c'erano diverse esigenze in contraddizione tra loro, come quando si prescrive una medicina che ha degli effetti collaterali.

Ma facciamo qualche ipotesi sulle prossime elezioni.

Immaginiamo che Grillo vinca le elezioni, e cominci ad attuare alcune promesse, come ad esempio l'abolizione delle province, il dimezzamento dei parlamentari, l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali. Cosa accadrebbe? nel breve periodo, che migliaia di persone perderebbero il lavoro e finirebbero per strada. Sempre che le categorie coinvolte non facciano resistenza, magari anche appellandosi a qualche tribunale, al Tar, alla Corte Costituzionale, ecc. Se la riforma riuscisse, ci sarebbe uno sconvolgimento degli assetti politici, ma il risultato sarebbe difficilmente prevedibile. Magari pochi ricchi riuscirebbero a prendere in mano la politica, autofinanziandosi. Anche tra i giornali, magari ne sopravviverebbero pochi, finanziati da grandi gruppi industriali. Insomma il risultato potrebbe essere una americanizzazione della politica e dell'informazione italiana, mentre i proponenti desideravano la democrazia diretta... Ma queste sono solo ipotesi. La verità è che nessuno sa cosa accadrebbe realmente.

Oppure, immaginiamo che si faccia un referendum sull'Euro e gli italiani decidano di uscire. Cosa accadrebbe? vi sarebbe una serie di incognite, dal rischio di inflazione al problema di come ripagare i debiti con l'estero, al rischio di generare il crollo dell'Euro e una nuova recessione mondiale, al rischio che il Made in Italy venga screditato in tutto il mondo e che crollino le esportazioni. Ovviamente, quelli che sostengono l'uscita dall'Euro, si dicono sicuri di sapere che andrebbe tutto per il meglio. E noi dovremmo creder loro sulla parola.

Oppure, immaginiamo che vinca una formazione di estrema sinistra e decida di fare una patrimoniale per recuperare ricchezza e redistribuirla ai poveri. Quanto potrebbe recuperare? Ad esempio, 50 miliardi presi a 500.000 persone, cioè 100.000 Euro a testa. Ma sarebbe fattibile? Da dove li prenderebbero, dai conti correnti? E cosa ci farebbero? Potrebbero redistribuirli ai 10 milioni di italiani più poveri, ma sarebbero 5mila euro a testa. Per carità, meglio di niente... Ma comunque, cosa accadrebbe poi? Alcuni ricchi potrebbero fuggire all'estero, o semplicemente spostare i propri capitali all'estero. Se venissero colpiti i redditi, almeno nel breve periodo potrebbero crollare alcuni settori economici (lusso, case ecc.).

Oppure ipotizziamo che vinca le elezioni una formazione decisa a distruggere la mafia, e che ci riesca (e anche qui siamo di manica larga perché tra il dire e il fare...). Almeno nel breve periodo, il Sud si troverebbe senza un reddito di miliardi di Euro che prima aveva, mentre gli imprenditori del Nord si vedrebbero mancare una fonte di finanziamento a cui erano abituati. Ovviamente io auspico che la mafia venga sconfitta, ma neanche questa sarebbe una passeggiata di salute. Di fatto l'economia italiana dovrebbe riorganizzarsi, trovare altre fonti di ricchezza, investire in nuovi settori produttivi.

Fino ad ora ho ipotizzato che ci sia un solo partito o movimento dotato di una solida maggioranza parlamentare. Ma questo è comunque poco probabile. Fino a che fossero pubblicabili, i sondaggi davano Grillo intorno al 15% e Ingroia intorno al 4%. Anche se crescessero sensibilmente, è improbabile che vincano da soli. Se uno non vince da solo, o accetta di andare all'opposizione, oppure deve dare vita ad un governo di coalizione, accettando i compromessi con gli alleati, come ben sanno gli elettori della Lega, che non hanno mai visto i risultati del federalismo, che i loro alleati, dal momento che avevano una grossa base elettorale al Sud, non volevano
realizzare.

Dico tutto questo non per dire che non vi siano riforme auspicabili, ma solo per far notare (anche se so che nessuno mi ascolterà) che chi ci promette una rivoluzione, e la trasformazione in breve tempo dell'Italia nel Paese di Bengodi, ci sta soltanto predendo in giro.



martedì 12 febbraio 2013

L'Imu sulla prima casa e la campagna elettorale

Il modo come è stato impostato il dibattito sull'Imu nella campagna elettorale mi sembra ridicolo. Premesso che un Paese che imposta la campagna elettorale sulla casa è un Paese vecchio, che cerca di tesaurizzare ciò che ha costruito in passato invece di pensare al futuro, sono comunque assurdi gli argomenti che vengono portati.
Alcuni dicono: "la prima casa è sacra": ma se te la tassano non significa che te la stiano togliendo. D'altro canto, se non ti tassano la casa ma poi ti aumentano il ticket o la retta per l'asilo nido, cosa ti cambia? Alla fine quello che conta è quanto paghi di tasse in totale, no? A meno che tu non sia proprietario di case di lusso, in tal caso se ti tolgono l'Imu, probabilmente avrai un bel risparmio. Berlusconi ha detto che di Imu ha pagato 300.000 Euro. Ecco, la promessa di togliere l'Imu è una promessa mascherata, apparentemente per il popolo, ma in realtà a favore dei ricchi. 
Avrebbe più senso promettere di abbassare la pressione fiscale in generale. Ma perché fino ad ora non ci è riuscito nessuno? perché se non si vuole far fallire lo stato bisognerebbe anche abbassare la spesa pubblica, cosa che provocherebbe proteste e malumori nelle categorie che verrebbero colpite. E siccome chi governa vuole il consenso, preferisce fare promesse in campagna elettorale, e poi lasciare tutto com'è.
Un'altro argomento che ha poco senso è che "la prima casa è impignorabile". Se fosse così, un truffatore o un individuo pieno di debiti potrebbe vendere tutto ciò che possiede, comprare una casa (magari una villa), e nessuno potrebbe più toccargli le proprietà. Si potrebbe anche acquistare una casa che non ci si può permettere, con un mutuo alto, e poi non pagare le rate. 

domenica 3 febbraio 2013

Giuliani, l'uomo che (non) prevedeva i terremoti.

Come diceva Niels Bohr, "fare previsioni è una cosa molto difficile, specialmente per il futuro." Invece è facilissimo fare una previsione a posteriori, e dire "io l'avevo detto". Se qualcuno sostiene di essere in grado di prevedere i terremoti, che si fa? gli si crede sulla parola? Sì, se non si possiede una mentalità scientifica. Ad esempio Beppe Grillo, che non crede mai alle verità ufficiali, si mostra decisamente credulone quando si tratta di dare retta a qualcuno che smentisce i governi o gli scienziati. In seguito al terremoto dell'Emilia del maggio 2012, Grillo ha intervistato nel suo blog Giuliani, esordendo con un terrificante: "Giampaolo Giuliani è in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto. La sua ricerca sui precursori sismici ha salvato la vita a quanti, nel 2009 in Abruzzo e in questi giorni in Emilia Romagna, hanno dato ascolto ai suoi allarmi."
Dunque all'indomani di un terremoto che ha provocato diverse vittime, Grillo insinua che vi sia già chi è in grado di prevedere i terremoti, e dunque insinua indirettamente che la comunità scientifica e il governo sono colpevoli dal momento che non lo hanno voluto ascoltare. In questo modo Grillo come spesso accade fa disinformazione e fa arrabbiare inutilmente i suoi poveri lettori (naturalmente Giuliani è stato intervistato anche da Santoro).
Giuliani viene presentato come "sismologo", ma per sua stessa ammissione non è neanche laureato. Probabilmente questo non è un problema, anzi è un pregio, per chi nutre una profonda diffidenza nei confronti dei "professori" (basti ricordare gli epiteti riservati da Grillo a noti scienziati, come Veronesi, chiamato "Cancronesi", e la Montalcini, chiamata "vecchia puttana").
Ma come si deve comportare un profano che sentisse dire che c'è gente in grado di prevedere i terremoti? semplice, accendere il cervello e ragionare. Se qualcuno fosse in grado di prevedere i terremoti, perché la scienza non dovrebbe ascoltarlo? Se invece fosse soltanto un'ipotesi, una frontiera nella ricerca, perché i governi, magari di Paesi avanzati tecnologicamente ma ad alto rischio sismico come Stati Uniti e Giappone, non dovrebbero finanziare la ricerca, in modo da consentire di salvare migliaia di vite umane? ma poi, siamo sicuri che già non lo facciano?
Ovviamente, chi sostiene di essere in grado di prevedere i terremoti, dovrebbe fornire le prove di questa affermazione. Cioè dovrebbe fornire delle previsioni prima che si verifichi un evento, con un comunicato ufficiale o una comunicazione chiaramente verificabile. E naturalmente queste previsioni dovrebbero essere verificabili scientificamente, cioè dovrebbero essere numeriche, specificando l'area interessata, la magnitudo attesa, l'intervallo di tempo in cui si dovrebbe verificare l'evento, e la probabilità che si verifichi l'evento. Nel caso di Giuliani questo non è accaduto.
Lui però sostiene di essere in possesso di un metodo infallibile per prevedere i terremoti, ma che per farlo ci vorrebbe una fitta rete di rilevamenti del radon in tutto il territorio italiano. Ma finché questo non viene fatto, come può essere sicuro che funzioni? Invece lui è sicuro, e nell'intervista di Grillo dice: "Ma questo… mi domando e dico: ma questi scienziati che cazzo di scienziati sono che oggi ancora noi non riusciamo… abbiamo ancora morti per terremoto, siamo nel 2012! Che cazzo studiano?!"
Qui si vede l'impazienza di chi pretende tutto e subito, come se gli scienziati fossero degli sciamani, dei maghi.
In realtà, le ricerche sul radon come possibile precursore dei terremoti già esistono. Ad esempio in California lo studiano da vent'anni, ma non hanno ancora trovato una correlazione sicura tra emissione di radon e terremoti. Dunque gli scienziati non dormono e sono già in cerca di un metodo per prevedere i terremoti. Se fino ad ora non è stato dimostrato che il radon da solo è un precursore sicuro e preciso dei terremoti, vuol dire che probabilmente non lo è. Questo non vuol dire che sicuramente non lo sia, ma va comunque notato come la natura sia estremamente complessa, per cui è difficile che vi sia un unico precursore o una sola causa che spieghi tutto. Sarebbe come pretendere di prevedere la neve a Roma utilizzando un unico parametro (ad esempio la temperatura al suolo). A volte può funzionare, a volte no.
Questo video è molto interessante. Byoblu (quello che crede al golpe di Napolitano) questa volta ha fatto un'operazione meritoria, cioè non ha parlato, ma ha messo a confronto uno scienziato vero (Antonio Piersanti dell'Ingv) con lo stesso Giuliani. In pratica, Giuliani sostiene di aver chiesto un confronto con gli scienziati, ma questi avrebbero rifiutato. Ascoltando il video si capisce chiaramente chi è l'esperto e chi no. L'esperto non è affatto chiuso a nuove scoperte, ma appunto vuole le prove. Questa è l'essenza della mentalità scientifica. Invece Giuliani si limita in maniera un po' infantile a chiedere ascolto.

Comunque a tale proposito può essere utile fare qualche considerazione riguardo le materie in cui non c'è accordo tra gli scienziati, anche se questo non pare essere il caso (non conosco uno scienziato vero che sostenga che i terremoti si possano prevedere oggi). Quando tra gli scienziati non c'è un accordo, per il non esperto vi è un facile modo per orientarsi, e cioè ricordare che nella scienza la maggioranza conta. Questo perché si tratta di una maggioranza qualificata, fatta di gente selezionata, che ha studiato e studia ogni giorno una determinata materia.
Spiega Piersanti: "Le idee scientifiche non sono monolitiche o singolari, un'idea scientifica accettata si forma per aggregazione di centinaia di unità... un'idea scientifica diventa accettata quando decine, centinaia di gruppi di ricerca arrivano tutti allo stesso risultato".
"La verità o falsità scientifica su una cosa c'è quando su mille, 999 pensano una cosa e dieci un'altra, o uno, capisci è una questione anche statistica".
Questa è una considerazione molto importante. La comunità scientifica è fatta di tanti centri di ricerca indipendenti tra loro, e una tesi viene dimostrata quando molte ricerche indipendenti confermano lo stesso risultato. Invece chi non conosce queste cose e magari ha una mentalità complottistica, come ad esempio Grillo, tra i 999 che sostengono A e l'uno che sostiene B, si fida di quell'uno, intervista lui, crede a lui.

Tra l'altro, pare che Giuliani non abbia previsto neanche il terremoto dell'Aquila. L'ingv ha anche postato un video che ne mostra le contraddizioni.

giovedì 24 gennaio 2013

Le banche e la crisi

In questo blog cerco sempre di affrontare gli argomenti con un certo distacco. Non sto sempre sulla notizia, né mi interessa commentare il fatto del giorno, che magari presto verrà dimenticato. Anzi, faccio così con più convinzione da quando osservo come il web sia diventato una specie di sfogatoio, in cui ogni avvenimento viene commentato in tempo reale da tutti, sui social network, nei forum, nello spazio per i commenti ai siti dei giornali, senza soffermarsi a ragionare, ma dividendo ogni volta il mondo in buoni e cattivi.
Quello che dovrebbe essere un luogo per confrontarsi con le opinioni altrui, rischia di diventare un luogo dove l'emotività prende il sopravvento.
Purtroppo molte persone commettono l'errore di dare per scontato che la verità ufficiale sia sempre sbagliata, e che chi urla di più sia quello che ha capito di più. Tra l'altro, a ben guardare non c'è neanche una verità ufficiale, almeno non nell'ambito politico, ci sono solo opinioni circostanziate, documentate, autorevoli, e panzane bell'e buone.
Una strategia facile per ottenere consensi è quella che consiste nell'attaccare un personaggio autorevole. Qualcuno che ci seguirà lo troveremo sicuramente. Basti pensare a Grillo, che ha attaccato uno dopo l'altro personaggi autorevoli del mondo scientifico come la Montalcini e Veronesi.
Un altra vittima della furia della Rete è Napolitano. Siccome nei sondaggi è l'unico personaggio politico che ottiene il consenso della maggioranza della popolazione, ecco che attaccarlo consente di ottenere seguito da parte di chi è arrabbiato contro il sistema, e pensa che se fosse lui al potere, risolvere tutti i problemi in cinque minuti.
Nel mio piccolo cerco di contrastare, ovviamente sapendo che è impossibile, questa marea montante, e in questo modo mi espongo anche a critiche del tipo: chi ti paga? chi c'è dietro? che sono le tipiche critiche di chi in genere non collega il cervello.
Ora, visto che uno dei capri espiatori di questi tempi di crisi sono le banche, mi vedo costretto a puntualizzare certe cose. Qualcuno penserà che "sono pagato dalle banche", ma non fa nulla, ci sta.
Attaccare le banche è facile. Lo fanno spesso anche i politici. Infatti, in genere nessuno risponderà. Se attacchi un personaggio specifico, rischi di essere querelato, o comunque lui potrebbe rispondere utilizzando i mezzi di informazione. Ma se fai un attacco generico, e te la prendi con "le banche", è molto probabile che non risponda nessuno. E così l'accusa verrà creduta valida da molti.
Le banche vengono accusate di tenersi i soldi e non erogare il credito ai cittadini. Ma come, hanno ricevuto miliardi dalla Banca Centrale europa, e adesso se li tengono per sé?
Questa accusa non tiene conto del fatto che le banche erogano credito per mestiere, e facendo ciò (giustamente) ci guadagnano. Quindi, perché non dovrebbero prestare i soldi, se è il loro mestiere?
Se non prestano i soldi, evidentemente è perché non ce li hanno. E perché non ce li hanno? semplice, perché in un periodo di crisi, la prima cosa che si verifica è il credit crunch. Migliaia di cittadini smettono di pagare le rate del mutuo, e migliaia di aziende smettono di restituire i prestiti.
Si chiamano sofferenze. In questa situazione, le banche hanno più difficoltà ad erogare il credito. Inoltre, se l'economia è in crisi, aumenta la probabilità che chi contrae un debito, abbia difficoltà a restituirlo. Ad esempio se dovesse perdere il lavoro.
Quindi, è vero che le banche hanno preso i soldi (in prestito) dalla BCE, ma con quei soldi in parte hanno tratto ossigeno per non morire, in parte hanno comprato titoli di stato, evitando il tracollo dello stato stesso.
In pratica, con questa operazione gli stati hanno salvato sé stessi, e hanno evitato che le banche rimanessero proprio senza soldi.
Detto ciò, non ignoro che alcune banche, in primo luogo le grandi banche d'affari americane, sono state una delle cause principali della crisi, con le operazioni spericolate sui derivati e i mutui subprime.
E non ignoro che le banche sono state spesso al centro di indagini per evasione o elusione fiscale, e per altri reati di tipo finanziario. Ma se è per questo, indagini simili hanno interessato anche le grandi aziende. E per la verità anche le piccole. Personalmente non riesco a trovare nelle banche un tasso di illegalità superiore o un carattere specifico, rispetto agli altri soggetti economici, alla politica e alla società nel suo complesso.
Forse sbaglio, per carità. Ma mi pare che le banche siano più che altro un facile capro espiatorio. Si attaccano loro per ottenere facili consensi, senza dover proporre qualcosa di serio per cambiare le cose.




mercoledì 9 gennaio 2013

Monti e Berlusconi


E così il partito di Franco Fiorito e Nicole Minetti ha ritrovato l'alleanza con il partito di Belsito e Renzo Bossi. I due partiti si erano separati in seguito alla nascita del governo Monti, che per la Lega era un partito pessimo perché... metteva le tasse. Infatti come è noto le tasse Monti le ha messe per gioco, per divertimento. Furba anche la strategia di Berlusconi: prima ha sostenuto Monti, lasciando che fosse lui a sporcarsi le mani con misure impopolari come la reintroduzione dell'Imu, poi ha fatto cadere il governo giusto in tempo per evitare che passassero alcune leggi come l'assegnazione delle frequenze tv. E adesso va tutti i giorni in televisione a dire che il governo Monti è stato una sciagura perché... ha messo l'Imu.
Intanto l'importante iniziativa politica di Giorgia Meloni e Guido Crosetto, che avevano coraggiosamente affermato di voler fondare un movimento politico che non stesse né con Monti né con Berlusconi, ha finalmente portato un grande risultato, con la nascita del movimento chiamato "Fratelli d'Italia", che si è subito alleato... con Berlusconi.
Intanto la discesa (anzi la salita in campo) di Monti ha fatto sì che vi sia un'altra coalizione competitiva nel campo del centro-destra, per cui gli elettori cosiddetti moderati ora non hanno più scuse. Devono scegliere tra Monti e Berlusconi, tra la serietà e la demagogia. Chi sceglieranno? I sondaggi dicono che comunque l'alleanza Lega-Pdl ha ancora almeno un 25% di consensi, in pratica un italiano su 4. Ma chi sono questi elettori disposti a votare per chi ha governato per 8 degli ultimi 10 anni, lasciando l'Italia in una stagnazione unica al mondo (dopo Haiti)? E come è possibile che siano disposti a votare di nuovo per i partiti protagonisti dei tanti scandali di corruzione emersi negli ultimi mesi? E come è possibile che siano disposti a votare per un candidato premier che è chiaramente visto come ridicolo e impresentabile in tutto il mondo?
Per capire come sia possibile una cosa del genere occorre tenere presente che l'Italia è un Paese enormemente patrimonializzato, per cui esiste una fetta della popolazione (ora comunque minoritaria a causa della crisi) che se la può cavare ancora per molti anni, anche se l'econonmia non cresce più. Per un ricco pensionato che magari possiede tre case o per un professionista che dispone di un buono stipendio, è conveniente votare per chi comunque fa capire che non gli alzerà le tasse (anche se si è capito che non è capace di abbassargliele), che non gli darà fastidio, che lo lascerà in pace. C'è poi tutta l'enorme platea degli evasori, che sa bene qual è il parito, o meglio la coalizione di riferimento, per loro.
Berlusconi ha rappresentato e rappresenta quella parte dell'Italia che crede, o vuole credere, che gli anni '80 non siano mai finiti. Il sistema politico-economico del Caf (Craxi, Adreotti, Forlani), basato sulla spesa pubblica facile, spesso legata alla corruzione, e sulla tolleranza dell'evasione e dell'economia in nero, oggi non è più possibile perché l'Italia è nell'Euro, e deve per forza rimanere al passo degli altri Paesi europei, quanto a competitività ed efficienza. Il messaggio politico di Berlusconi nella sostanza è stato sempre "in Italia va tutto bene", a cui si è affiancato quello della Lega, che è stato qualcosa tipo: "al nord va tutto bene". Questa è la ragione del fatto che i due partiti sono stati alleati quasi sempre nel corso degli ultimi 18 anni. Di fatto sono due partiti simili, fondati l'uno sull'egoismo territoriale, l'altro sull'egoismo di classe. Come abbiamo visto in Grecia, una parte della società è capace di andare tranquillamente avanti come aveva fatto prima, anche se nel frattempo il Paese va in malora. La corruzione e l'evasione non diminuiscono, chi è al governo non fa le riforme. Naturalmente l'alleanza tra le inefficienze del nord e quelle del sud presenta delle contraddizioni, perché il nord è comunque molto più produttivo, ed entro certi limiti si può permettere di mantenere inutili consigli provinciali e consiglieri regionali che rubano, ma la natura demagogica dei due partiti fa sì che la contraddizione possa venire tranquillamente tollerata, infatti alla Lega come al Pdl non interessa veramente cambiare le cose, perché sanno che basta cavalcare i problemi per ottenere il consenso sufficiente ad occupare le poltrone. Non essendo votati per le riforme che promettono ma per conservare dei privilegi, non hanno motivi particolari per cambiare le cose. Tanto sanno che per il loro elettorato l'unica cosa che conta è pagare meno tasse.
Il divorzio del Pdl dalla Confindustria, avvenuto ormai più di un anno fa, ha mostrato la vera natura del centro-destra targato Berlusconi, che non è legato alla parte produttiva, ma a quella patrimonializzata e/o parassitaria, del Paese. Una parte però così consistente che è comunque in grado di influire sulla vita politica del Paese. Anche in tempo di crisi.
Dall'altra parte c'è Monti, che ha capito che se il sistema non viene seriamente riformato, crolla. Ma questo interessa la parte più consapevole dell'elettorato, e anche quelli che per il mestiere che fanno hanno un diretto interesse a vivere in un sistema efficiente. Ad esempio, le aziende che si confrontano nel mercato. Invece le categorie protette e le aziende che lavorano per lo stato, i monopolitisti, i pensionati e chi vive di rendita, non hanno di questi problemi. Questa è la ragione per cui oggi ci sono due destre, perché gli interessi delle categorie di riferimento si sono divisi.
Ed è anche questa la ragione della inevitabile convergenza tra una delle due destre, quella di Monti, con la sinistra moderata di Bersani. Perché anche la sinistra sa che per evitare il tracollo, il sistema deve essere riformato. Cosa che a quanto si vede non interessa alle categorie privilegiate.

martedì 1 gennaio 2013

La Germania telefonò a Napolitano. E fu subito "golpe"... o no?


Come insegna Umberto Eco, la cultura consiste nella capacità di distinguere. Fare di tutta l'erba un fascio, o dare giudizi senza sfumature, magari può essere attraente perché fa credere di avere in mano la situazione, di aver saputo interpretare la realtà, ma spesso allontana dalla verità delle cose. Purtroppo però in rete tende a prevalere proprio questo tipo di linguaggio, seguendo l'esempio non proprio fulgido della stessa politica, che nella cosiddetta seconda Repubblica è diventato più rozzo ed estremista, più basato sugli slogan e meno sugli argomenti.
Basti pensare a quando Antonio Di Pietro paragonò in Parlamento Berlusconi a Videla. Ora, non è necessario essere fans berlusconiani per non capire che si tratta di un paragone improprio. Anzi, è proprio questo il punto, è proprio qui la capacità di distinguere: io posso essere fortemente critico nei confronti di Berlusconi, ma non per questo lo paragono ad un dittatore condannato per crimini contro l'umanità. Anzi, se ho degli argomenti sensati, userò quelli per criticare il mio avversario politico. Se la mia critica diventa eccessiva e fuori luogo, perderà di efficacia.
Stesso discorso vale per chi usa il termine "golpe" riferendosi alla caduta del governo Berlusconi e al conferimento dell'incarico di formare un nuovo governo a Mario Monti, avvenuto nel novembre 2011. La questione non è se si sta con Monti o con Berlusconi, se si trova simpatica la Fornero o si apprezza la riforma delle pensioni. Queste sono materie opinabili in cui la critica è lecita. La cosa assurda è parlare di golpe, termine che fa pensare a Francisco Franco, ai colonnelli in Grecia, a Pinochet. E se ci si abitua a parlare di golpe, il giorno che ne venisse uno vero, magari neanche verrebbe riconosciuto. In questo modo la critica, proprio perché eccessiva, diventa ridicola. Ma purtroppo, proprio perché eccessiva, in rete ha successo. E questo smentisce l'ottimismo di Grillo, secondo cui la Rete è il luogo in cui trionfa la verità perché se qualcuno dice una sciocchezza, viene subito sconfessato. Può darsi che venga sconfessato, ma non è detto che non abbia ugualmente successo.
Ad esempio, un anno fa un blog ("byoblu.com") che ha un discreto seguito, tanto che il suo autore, Claudio Messora, è stato ospite in trasmissioni televisive come Matrix, pubblicò un articolo intitolato: "La Germania telefonò a Napolitano. E fu subito "golpe"..." Interessante anche l'uso del termine "Germania" contrapposto a Napolitano. Se si voleva usare una terminologia da libro di storia, si poteva dire "la Germania telefonò all'Italia", ma in questo modo si è evidentemente voluta rimarcare tutta la potenza di un Paese, la Germania, che avrebbe schiacciato con il suo peso un solo, piccolo uomo, il quale fu evidentemente costretto ad accettare il diktat. Dunque, non fu il presidente tedesco Wulff, ma "la Germania", a telefonare a Napolitano!
L'aspetto interessante della mentalità complottistica non sta tanto nelle ricostruzioni fantasiose dei suoi autori in sé, quanto nelle conseguenze, nell'aspetto che il mondo avrebbe se le loro elucubrazioni fossero vere. Ad esempio chi crede al signoraggio (inteso come un furto perpetrato da parte della banca centrale nei confronti dei popoli, che sarebbe la causa di tutti i debiti e della stessa povertà), che se ne renda conto o meno, deve credere anche che vi sia un complotto mondiale per tenerlo nascosto. Cioè deve credere che in tutto il mondo le migliaia di professori universitari, di storia, di economia, di filosofia ecc., e poi tutti gli scrittori, giornalisti, intellettuali, e anche i capi di stato e di governo, i partiti di maggioranza e opposizione, terrebbero nascosta questa verità al grande pubblico. Ma ecco che una minoranza di eroi, non i premi Nobel, non gli accademici di successo, ma l'oscuro Professor Tizio, il volenteroso blogger Caio, e lo sconosciuto politico Sempronio, trovano il coraggio di rompere questo muro di silenzio, e per il bene dell'umanità si immolano per denunciare questo grande sopruso, trovando sponda (guarda caso) soltanto in alcuni partiti estremisti.
Ma torniamo al "golpe" di Napolitano. Anche qui la storia delineata avrebbe caratteristiche simili, altrettanto improbabili. Dunque, a un certo punto, secondo Byoblu "Roberto Sommella, vicedirettore di Milano Finanza, racconta che il capo dello Stato tedesco, Wulff (poi costretto alle dimissioni per l'accusa di corruzione) telefonò a Giorgio Napolitano per esercitare pressioni al fine di ribaltare il Governo Berlusconi e sostituirlo con un Governo Monti." Per carità, se lo dice Roberto Sommella, non abbiamo motivo di non crederci. Comunque, qui già si dà per scontato di sapere cosa si due capi di stato si siano detti. Forse il capo di stato tedesco ha espresso preoccupazione per la situazione, che stava vedendo lo spread italiano salire da mesi, creando il rischio di far precipitare tutta l'Europa e il mondo intero in una nuova, grave crisi economica. In quel periodo gli occhi del monto erano puntati sull'Italia, e non solo quelli della Germania, ma anche degli Stati Uniti, per dire. In tutto il mondo si parlava del governo Berlusconi, del fatto che l'Italia avesse un debito pubblico elevato e che non crescesse da dieci anni, del fatto che i mercati temessero che la crisi dell'Euro si riversasse sul Paese più grande, causando un effetto domino ecc.
No, i complottisti sono sicuri che Wulff ha semplicemente chiesto, anzi ordinato, a Napolitano, di cambiare governo. E naturalmente Napolitano, da sempre uomo delle istituzioni, si sarebbe fatto dettare l'agenda da un capo di Stato straniero, e avrebbe accettato senza batter ciglio.
Ma se anche fosse vero questo, dal momento che non è stato Napolitano a far cadere il governo, ma sono stati i parlamentari di Berlusconi a fargli mancare la maggioranza, ci si potrebbe chiedere: chi li ha convinti a fare ciò? Napolitano? Cioè, i parlamentari berlusconiani, che sono stati disposti a votare qualunque cosa per compiacere il loro capo, persino che Ruby è la nipote di Mubarak, avrebbero ceduto alle pressioni di un presidente della Repubblica, per giunta ex comunista, cioè proveniente da quella parte politica che il loro capo ha sempre odiato? La risposta per Byoblu ce la dà un senatore: "Subito dopo, prima ancora delle dimissioni del Governo, la Troika fece visita ai parlamentari per costringerli a dare la fiducia ad un esecutivo che non c'era ancora, mentre era viceversa in carica quello vecchio". Anche di questo non c'è una prova, ma vengono riportate le parole di un senatore, Massimo Garavaglia. Anche questo non stupisce: i complottisti, che non credono mai alle verità ufficiali, che vedono biechi interessi dappertutto, credono però ciecamente alle parole di questo o quello, quando gli fa comodo. Chi è d'accordo con loro non ha interessi da difendere, è soltanto un paladino della libertà. Gli altri, sono tutti corrotti o in malafede. Lo stesso Byoblu si chiede come mai queste cose il senatore le abbia dette soltanto una volta: "Unica domanda: Garavaglia è stato ospite all'Ultima Parola, il 15 settembre scorso: perché queste cose non le ha dette? Perché le dice in un convegno, davanti a poche persone, e tace in televisione, di fronte all'Italia intera?" Ma questa domanda evidentemente non crea nella mente complottista qualche dubbio sull'attendibilità della fonte, ma semmai lo rinforza nella sua convinzione: se il senatore non ha detto quelle cose in televisione, vuol dire che poi è stato messo a tacere! Tra l'altro il senatore Garavaglia è della Lega. Cosa c'è di male? niente, ma stranamente Byoblu non lo dice. Forse ha paura che qualche lettore possa trovare poco affidabile una denuncia se proveniente da un esponente leghista?
Comunque, chi crede nella ricostruzione del "golpe", deve credere anche che a questo colpo di stato abbiano aderito le principali forze politiche del Parlamento (con la luminosa eccezione della Lega e dell'Idv), compreso il partito di Berlusconi, che ha appoggiato il nuovo governo Monti. Sarebbe come se dopo il golpe di Pinochet, il partito di Allende avesse deciso di appoggiare il nuovo governo. Inoltre deve credere anche che la Chiesa e i principali giornali che hanno sostenuto Monti o comunque non hanno denunciato alcun golpe, abbiano avallato questo golpe, dunque rendendosene complici, e deve credere anche, come ha detto recentemente Berlusconi, che quella dello spread è stata un'invenzione, che sono stati i mercati stessi a premere per far cadere il governo Berlusconi. Dunque, ed è curioso, ma in fondo non tanto perché accade spesso, la sinistra antagonista si trova d'accordo con Berlusconi: è stato ordito un complotto per farlo cadere. Altre prove? Che Monti fa parte della Trilaterale, che è stato consigliere internazionale di Goldman Sachs e membro del Bilderberg. Un altro post di Byoblu si intitola: "E' provato: lo spread un imbroglio dei tedeschi". E quale sarebbe in questo caso la prova? "All'origine dell'impennata dello spread ci fu Deutsche Bank, che nel luglio 2011 vendette una quantità ingente di Btp, Si parla anche di 7 miliardi. Un rilascio sul mercato di queste dimensioni avrebbe fatto innalzare perfino la temperatura delle calotte polari. Ora sappiamo anche perché: il 20 ottobre 2011 Deutsche Bank presenta un lungo lavoro al Governo tedesco e alla Troika (Fmi, Bce e Ue), intitolato "Guadagni, concorrenza e crescita", nel quale chiede esplicitamente che vengano privatizzati i sistemi welfare e i beni pubblici di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda". Un aspetto interessante del complottismo, è che porta come "prove", ciò che è stato detto da qualcun altro, il quale a sua volta riporta quanto sentito da qualcun altro, in una catena infinita di rimandi, che per lui evidentemente rafforzano l'evidenza, anziché diminuirla. In questo caso la "prova" sarebbe un articolo del Fatto quotidiano, che senza citare fonti, dice "abbiamo letto un documento della Deutsche Bank". Comunque, il punto non è neanche che dobbiamo credere sulla parola ad un blog, il quale crede sulla parola ad un articolo di un giornale. Il punto è che dobbiamo credere anche che, se una banca privata fa una determinata richiesta ad uno o più governi, questi ovviamente risponderanno di sì. Cioè, il punto non è che non esistano determinate forze economiche che perseguano determinati interessi, ma il non saperle pesare, rispetto a tutte le forze presenti nella società. La visione della società che emerge è grottesca. I capitalisti vogliono privatizzare tutto e distruggere lo stato sociale, ovvio, e i governi, altrettanto ovvio, obbediscono. I giornali approvano, la chiesa benedice, il pubblico applaude.
Ma alla fine, cosa rimane di questa storia? per chi ha una mentalità scientifica, cioè pretende le prove, rimane poco e niente, cioè alcuni fatti conclamati (l'aumento dello spread, la crisi dell'Euro, la caduta del governo Berlusconi e la sua sostituzione con Monti), più una serie di supposizioni, illazioni, indizi ecc. Ma allora, a cosa dobbiamo credere?
Umberto Eco nel Pendolo di Foucault ha mostrato in maniera magistrale come si possano fare le ricostruzioni più fantasiose, dando per scontato che ciò che appare possibile, sia accaduto realmente.
La cosa che io trovo interessante delle ricostruzioni complottistiche è che in genere non servono, non aggiungono nulla alle critiche (serie) che si possono fare su un determinato argomento. Ad esempio, non c'era bisogno di credere che Bush fosse il mandante dell'attentato alle Torri gemelle per criticare la sua politica estera, e la sua decisione di attaccare l'Afghanistan e/o l'Iraq. E non c'è bisogno di credere al golpe di Napolitano o della Troika per porre il tema del rapporto tra democrazia e finanza o per criticare l'attuale architettura dell'Euro. Anzi, come per l'esempio iniziale di Di Pietro con Berlusconi, queste critiche eccessive fanno perdere di credibilità a chi propone una via alternativa allo stato di cose esistente.
Se chi critica Monti crede al golpe e vede la finanza come una sorta di Spectre, qualcuno potrebbe concludere che Monti sia quanto di meglio offra al momento la politica in Italia. Anche in questo caso, occorre fare uno sforzo e distinguere tra le critiche sensate e quelle campate in aria.