Le ultime vicende politiche, tra cui l'appoggio al finanziamento delle scuole private in occasione del Referendum a Bologna, hanno mostrato come il Pd sia ormai (o forse lo è da tempo) un partito di centro. Da questo punto di vista non stupisce l'alleanza con Berlusconi e il Pdl per dar vita al governo Letta. Se in precedenza, nel pieno della tempesta finanziaria del 2011, poteva avere un senso appoggiare la nascita del governo Monti, il fatto che poi il Pd abbia mantenuto questa posizione (e abbia accettato che Monti facesse pagare la crisi soprattutto ai pensionati senza contrastare i privilegi) la dice lunga sulla sua natura.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.
Un osservatorio indipendente sui fatti di cronaca, politica, attualità e cultura.
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lunedì 27 maggio 2013
venerdì 3 maggio 2013
La fine del PD
Le divisioni nel Partito Democratico emerse durante le votazioni per il Presidente della Repubblica, hanno messo in mostra la sostanziale incapacità da parte del partito di seguire un'unica linea politica. Negli ultimi mesi del 2012, la candidatura di Matteo Renzi alle primarie e il suo porre l'accento sulla questione anagrafica (il giovane rottamatore che vuole mandare a casa i vecchi), ha nascosto la vera questione, che è una questione politica: il Pd è diviso tra correnti fortemente ideologizzate, che non accetterebbero mai che il partito finisse nelle mani delle correnti che considerano troppo lontane. Lo ammise Massimo D'Alema quando disse che, qualora Renzi avesse vinto le primarie, avrebbe fatto una "battaglia" all'interno del partito. Sarebbe come se Hillary Clinton avesse dato battaglia contro Obama dopo aver perso le primarie. Interessante poi la scelta, da parte di D'Alema ma anche di Veltroni, di non candidarsi alle elezioni, senza però ritirarsi dalla politica, anzi, per poter agire con più libertà all'interno del partito. D'altro canto all'interno del Pd, sia nella classe dirigente che tra i simpatizzanti, c'è chi pensa che Renzi sia un "infiltrato di destra". Che ci possano essere posizioni diverse all'interno di un partito ci può stare, ma questo linguaggio mostra come il PD non si possa considerare un partito democratico come quello americano, un partito "liquido", cioè un partito poco ideologizzato la cui linea viene decisa da chi vince le primarie, senza veti e guerre interne.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
venerdì 8 luglio 2011
Il Pd e la Casta

Brutti tempi per i partiti. Mentre gli elettori del Pdl e della Lega, anche i più ottimisti, si stanno rendendo conto che i loro rappresentanti al governo non intendono fare le riforme che avevano promesso, a cominciare dal taglio delle tasse e dalla riduzione della spesa pubblica, se non per il minimo indispensabile che consenta di onorare gli impegni presi con l'Europa, gli elettori del Partito Democratico sono di nuovo alle prese con fatti poco edificanti che coinvolgono il principale partito di centro-sinistra.
La questione morale torna alla ribalta: se il Pdl è ormai abitualmente coinvolto nelle inchieste giudiziarie, tanto che quasi non ci si fa più caso, il Pd è tornato ad essere coinvolto in un'inchiesta, quella relativa all'Enac e alle tangenti ai politici da parte di imprenditori interessati ad ottenere degli appalti. Riguardo a quest'ultima inchiesta, al di là delle eventuali responsabilità che starà alla magistratura stabilire, ci si chiede come fosse possibile che lo stesso uomo fosse amministrazione dell’Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) e contemporaneamente coordinatore nazionale dell’area Trasporto aereo del Pd. Siamo di fronte ad un conflitto di interessi che mostra il carattere dei partiti italiani, che in luogo di vedere la politica come amministrazione del bene pubblico, la vedono come potere da occupare.
La recente votazione parlamentare in cui il Pd si è astenuto sulla proposta di abolizione delle Province proposta dall'Idv e appoggiata dal Terzo Polo, ha gettato una luce ancor più sinistra su un partito che alle ultime elezioni aveva ottenuto un buon risultato, forse più per demeriti altrui che per meriti propri. Del resto il modo come il Pd ha condotto la campagna elettorale, con il buon lavoro di Bersani e il sostanziale silenzio del resto della classe dirigente, mostra il tentativo, per ora riuscito ma che non può durare a lungo, da parte del Pd di mostrarsi come partito di governo, in grado di riformare il Paese, senza cambiare veramente. La classe dirigente è sempre lì, solo che ha imparato che meno si fa vedere, più risultati ottiene. In attesa di tornare al governo, si intende.
Certamente il meccanismo delle primarie rappresenta un punto di forza che consente di intercettare le preferenze degli elettori quanto alla leadership, ma forse ci vuole qualcosa di più per impedire che lo stesso Pd venga travolto dall'ondata di antipolitica, che soprattutto in un'epoca di crisi come questa sta dilagando nel Paese.
Lo stesso fastidio che alcuni dirigenti del Pd mostrano di fronte al tema dell'antipolitica mostra la loro sostanziale incapacità di comprendere che sono finiti i tempi (se mai ci sono stati) in cui gli elettori appoggiavano i partiti in virtù dell'ideologia e dei valori di cui si facevano rappresentanti, senza chiedere azioni sostanziali, ma limitandosi ad un'opera di rappresentanza.
Fintanto che la classe politica italiana sarà iperprivilegiata rispetto a quella del resto d'Europa, l'antipolitica sarà una risposta sacrosanta, e nessuno potrà tirarsene fuori sbandierando una supposta superiorità morale (che all'atto pratico è anche dubbio che ci sia).
Fino a prova contraria il Pd è né più né meno del Pdl e della Lega un partito della Casta. Solo i fatti, e non certo l'indignazione di questo o quello, potranno smentire un'affermazione del genere.
domenica 29 marzo 2009
Il discorso di Anna Finocchiaro

Ritengo utile riportare la bellissima dichiarazione di voto di Anna Finocchiaro al Senato del 26 marzo, riguardo alla discussione sul testamento biologico. Esso spiega benissimo la posizione di chi ritiene che la legge come è passata al Senato, che impedisce di scegliere liberamente se e quando interrompere le cure, va contro la dignità dell'uomo. Il grassetto è mio.
"Questo disegno di legge è fondato sul tradimento e su parole ingannevoli. Il suo titolo dice "disposizioni in materia di dichiarazioni di volontà anticipate" e dunque gli italiani sono portati a credere che chi esprimerà una propria volontà, sia essa quella che chiede di essere mantenuto in vita artificialmente il più a lungo possibile, sia quella di finire la propria vita naturalmente, la vedrà rispettata.Non è così. Quelle dichiarazioni di volontà non sono vincolanti, potranno essere comunque disattese e il tradimento arriverà nel momento della maggiore debolezza, quando non ci sarà più la possibilità di dire NO e dire SI'. C'è una straordinaria violenza in questo. Voi vi state arrogando il diritto di sostituirvi a ciascun uomo, di scambiare la sua volontà con la vostra. Nessuno, niente, vi autorizza salvo la vostra prepotenza. Non vi autorizza la Costituzione, che state allo stesso modo tradendo e non vi rendete conto, proprio voi che vi chiamate Popolo delle libertà, (la vostra, suppongo) di quanto il pensiero cattolico democratico seppe, in quell'articolo 32 della Costituzione, difendere la libertà e la dignità umana (così intimamente connesse da non poter essere scisse) contro l'orrore e la violenza della volontà di Stato nell'imposizione di pratiche sanitarie sui corpi. Qui vi perdete. Qui si capisce quanto fragile sia la vostra concezione della libertà e della dignità dell'uomo, della sua volontà libera di tornare naturalmente, per chi crede, creatura di Dio, tra le braccia del Padre o, per chi non crede, di finire dignitosamente come è naturale che accada, sperando di avere lasciato segni, affetti, esempi nel mondo.Tornare naturalmente, presidente Gasparri, che c'entra l'eutanasia? Perché vuole ancora inquinare questa discussione? Il PD è contrario all'eutanasia - chiaro? Sì, sottosegretario Roccella, le parole possono essere spade. Voi avete brandito come spade le parole vita e morte, facendo un gran fracasso. Qui dove era tempo del raccoglimento e della parola pesata. Qui dove il vostro fracasso voleva nascondere che ciò di cui si stava parlando era altro, era la scelta tra vita artificiale e morte naturale. Era, come dire, un altro tema. Che avete voluto ignorare ed eludere. Perché qui, ancora, avreste dovuto fare i conti con un'altra grande questione, seria, inquietante e cioè come si ricollochi la dignità della persona umana di fronte al progredire della scienza. E se vi sia e vi possa essere una prepotenza della scienza che travolge il senso dell'esistenza umana. E se la dignitosa libertà dell'uomo possa essere argine rispetto a questo. Non vi capisco, e forse, se riflettete non lo capite anche voi. Perché, come in molti sostengono, e come dice la legge sulla fecondazione assistita, non è legittimo manipolare la vita per evitare malattie e malformazioni, ed invece sarebbe ed è, secondo voi, legittimo manipolare la morte e costringere un corpo per mesi, per anni, su un letto, attaccato a macchine, tubi e cannule. In un'ossessione, che è vostra, ma non di quell' uomo o di quella donna a cui quel corpo appartiene, perché la loro volontà era che si compisse naturalmente ciò che è scritto che deve compiersi. Noi vogliamo garantire il diritto di quella scelta. Solo questo. Ho ascoltato i vostri interventi sul diritto alla vita. Non mi hanno convinto. Innanzitutto come giurista. Non c'è un diritto che vive fuori dal soggetto che ne dispone e che lo esercita. Io ho il diritto alla vita e lo Stato deve garantire che io possa esercitarlo e non dispone della inviolabilità del mio corpo. Ce l'ho perché sono una donna o un uomo, e vivo in un paese democratico. Io ho diritto a non vedere praticati sul mio corpo trattamenti sanitari che non voglio, e lo Stato deve garantire questo diritto. Noi abbiamo in ogni maniera consentita, cercato di trasferire nel testo la netta affermazione della sacralità della vita, della sua intangibilità e della conseguente impossibilità di disporne da parte di qualunque soggetto istituzionale. Ma vi sfugge un particolare. O meglio un essenziale presupposto. La Costituzione non crea diritti, li riconosce perché essi appartengono agli uomini che nascono liberi ed uguali, e il patto tra gli uomini - la Costituzione democratica - è che lo Stato rispetti quei diritti, li garantisca nel loro esercizio, promuova ogni condizione perché possano esplicarsi. Perché lo Stato limiti la propria forza, non perché la trasformi, in ogni campo, in un suo monopolio. Individuo e Stato, libertà e autorità, questo è il punto. E lo era nel '48 perché uscivamo da uno Stato totalitario, perché altrove, con i regimi comunisti si radicavano altri regimi totalitari. Voi sembrate ignorarlo. Voi che vi chiamate Popolo delle libertà.E c'è un'altra cosa che voglio dire, parlo come Presidente del mio Gruppo, ma parlo anche come persona. Io ho imparato molto, proprio molto, dal dibattito interno al mio gruppo, dal confronto così serrato, e anche difficile talvolta con sensibilità diverse dalle mie su queste questioni. Ho imparato a dubitare. Delle mie certezze, della mia pretesa razionalità, del cartesianesimo delle mie convinzioni. Ho dubitato. E' stato un privilegio e faceva male, è stato costoso. Ma io e gli altri, cito Franco Marini, ma potrei citare Bosone o Soliani o Rutelli o Scanu e i tanti altri, e dovrei citarli uno per uno ma non posso, abbiamo potuto farlo, di discutere così fra noi, e poi di decidere, rispettandoci di più e di più comprendendoci, perché, appunto, non abbiamo avuto paura di farlo. E io, per prima, ho sperimentato mentre infuriavano su di noi le polemiche e le ricostruzioni, anche grottesche - spesso ingenerose - di questo lavoro, che esso poteva essere fatto solo partendo dal riconoscimento pieno e senza condizioni, dell'a priori della libertà di ciascuno. La straordinaria bellezza di questo percorso, il suo straordinario valore sono il nostro contributo politico. Da parte vostra ho visto paura e sordità. Non un segno, uno solo, che eravate disponibili ad ascoltare, a comprendere, a dubitare. Eppure molte sono state le occasioni che con sforzo sincero vi sono state offerte dai nostri senatori e dalle nostre senatrici. Sono forte di tutto questo nell'annunciare il voto contrario del Gruppo del PD a questo testo mentre, come è inevitabile, tra pochi minuti, tra i vostri scroscianti applausi, morirà la libertà e la dignità dell'uomo - così come garantita dall'art. 32, 2° comma, 2^ Parte della Costituzione repubblicana, così come scritta da Aldo Moro."
martedì 17 marzo 2009
I Teodem, una spina nel fianco

Sabotare dall'interno, si sa, è il modo migliore per mandare in rovina un progetto. Ed è precisamente questo che si propongono di fare i cosiddetti Teodem, i cattolici fondamentalisti del Partito Democratico.
I Teodem rappresentano l'avamposto della Chiesa nel Pd, ed hanno lo scopo, neanche troppo dissimulato, di impedire che il Pd si comporti da partito laico e progressista sui temi legati ai diritti civili, quali il riconoscimento delle coppie di fatto, il testamento biologico, il divorzio breve ecc.
Il risultato è che nel Parlamento italiano viene a mancare un partito veramente laico, capace di riportare l'Italia al passo con i paesi civili (ad esempio gli unici paesi dell'Europa occidentale dove le coppie di fatto non sono riconosciute, sono l'Italia, l'Irlanda e la Grecia), e così viene anche resa impotente l'azione della maggioranza del Pd, composto da persone, compresi i cattolici democratici, che sarebbero favorevoli a leggi che estendessero i diritti civili.
In questo modo, poi, viene anche in secondo piano la differenza con il centro-destra, attualmente appiattito sulle posizioni più intransigenti della Chiesa.
Ma, se le cose stanno così, perché il Pd accetta di tenere tra le proprie fila questi personaggi dalle idee così illiberali? Semplice, per puro calcolo politico. Il Pd infatti da un lato pensa che tanto comunque gli elettori di sinistra, laici e libertari, lo voteranno, e dall'altro pensa che così si prenderà anche molti voti "moderati" e cattolici. E invece, sbaglia: gli elettori laici, sempre più delusi, disertano le urne, mentre quelli cattolici preferiscono indirizzare i propri voti verso i partiti clericali al 100% come l'Udc. E così il Pd continua a perdere sistematicamente tutte le elezioni, e per guadagnare qualche voto cattolico e non scontentare troppo la Chiesa, perde milioni di voti, che potrebbero provenire anche dagli elettori di centro-destra, che spesso sono più avanti dei loro rappresentanti, e sui certi temi non sono certo contenti che passi la linea della Chiesa.
Morale della favola: non si può tenere il piede in due staffe, o si è laici, o non lo si è.
Io, per parte mia, finché nel Pd ci saranno i Teodem, non andrò a votare.
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