domenica 19 dicembre 2010

Fenomenologia del Giornale

Se il Giornale non fosse di proprietà di Berlusconi, sarebbe soltanto un giornaletto piccolo borghese, involontariamente comico, di cui non varrebbe la pena occuparsi. Ma trattandosi del giornale di proprietà della famiglia Berlusconi, esso ci dice qualcosa della visione della politica e della società di cui si fa portatore il centro-destra italiano da quando è stato monopolizzato dal Cavaliere. Ne emerge una visione nichilista e paranoica, amorale e rancorosa, piena di livore piccolo-boghese. Dove non si promuovono valori, ma si attaccano le persone (quelle che danno fastidio, s'intende).

La cosa più triste del Giornale, è che per difendere il Cavaliere, ha bisogno di infangare quotidianamente tutti gli altri. Ad esempio agli inizi di novembre il titolo di prima pagina del Giornale era: "I moralisti del bordello Italia", con sottotitolo "La patria degli incoerenti". "Promuovono la prostituzione, propagandano la pedofilia, predicano bene e razzolano malissimo". L'espediente di non mettere il soggetto a queste frasi naturalmente consente al Giornale di sparare nel mucchio, senza dover rendere conto delle proprie affermazioni. Ma la cosa più interessante è il messaggio che viene lanciato senza essere reso esplicito: l'Italia è un bordello, solo che alcuni fanno i moralisti, predicando bene e razzolando male. Quindi: se ci si lamenta perché l'Italia è un bordello non lo si fa per senso morale, ma per moralismo, e visto che nessuno è senza peccato, nessuno ha il diritto di lamentarsi. Il messaggio sottinteso è dunque: quindi possiamo votare tranquillamente Berlusconi, che in fondo non è peggiore degli altri. Questo modo di ragionare è interessante. Chi difende un partito o una posizione politica dovrebbe cercare di dimostrare che quella sia migliore delle altre. Se fosse vero che è tutto un bordello, la conclusione logica per chi mantiene un proprio senso morale e una capacità di indignarsi sarebbe quella di astenersi dal voto. Evidentemente lo scopo è quello di addormentare (qualora ve ne fosse il pericolo) la capacità di indignarsi da parte dei lettori, che già devono essere di bocca buona visto che si sorbiscono quotidianamente una dose di livore, insulti e attacchi personali a tutti quelli che non appoggiano incondizionatamente Berlusconi. L'amoralismo come base per difendere una posizione politica è il carattere distintivo del berlusconismo. La morale non esiste, o se esiste è molto lasca, tanto si sa come vanno le cose, no? Visto che non ci sono valori e ideali, non restano che parti in lotta. Per questo il Giornale ha bisogno di circondarsi di nemici, che vengono attaccati personalmente e non per le loro idee, in base a quella "macchina del fango" così efficacemente raccontata da Saviano. Il quale Saviano è stato sapientemente "consegnato" alla sinistra, dal momento che invece di dire che va tutto bene, osa denunciare i crimini e sperare che le cose possano migliorare. Decisamente troppo per la democrazia televisiva, dove a contare è l'apparenza e non la realtà.

Un altro aspetto interessante è la tattica del piano b. Si prende un fatto, anzi in genere un sospetto infondato, e si insinua che ci siano dietro risvolti penali ("La perizia dei Pm che inchioda Fini"). Siccome però quasi mai questi ci sono, spesso non ci sono neanche inchieste, e se ci sono si risolvono nel nulla (forse perché i giudici sono comunisti...), il sospetto viene lanciato ma poi si fa capire che la questione non è solo o non tanto penale, ma politica o morale (morale nel senso detto sopra, cioè che "anche loro fanno schifo e quindi non hanno diritto di fare i moralisti"). Ad esempio un titolo di un paio di mesi fa era: "Fini protetto dal coro dei falsari" (dove si mostra come sempre l'accerchiamento a cui sarebbe sottoposto Berlusconi, con i nemici che complottano contro di lui), con sottotitolo: "Per i maestrini del giornalismo il caso Tulliani è archiviato. E invece no: svendere e dare al cognato una casa del partito non è solo un fatto da codice penale, ma prima di tutto una schifezza. Che nessun giudice può seppellire". Naturalmente si sorvola sulle ben più gravi inchieste che coinvolgono esponenti del Pdl a tutti i livelli...

La delegittimazione di tutte le categorie sociali e professionali è un altro corollario del berlusconismo, avente lo scopo di fare terra bruciata e di impedire che chiunque dia fastidio al Cavaliere, o se lo fa, di impedire che sia considerato credibile. E così i giornalisti sono "maestrini" che non hanno il diritto di dare giudizi, gli studenti se protestano si sa che lo fanno sempre ("Gli studenti protestano, come sempre"), i giudici sono di parte e politicizzati ("Ma la vera lobby occulta è quella di pm e sinistra"), la confindustria se osa criticare il governo lo fa per interessi di parte, e certamente non è senza peccato ("L'ultima figuraccia - Confindustria indagata ma non lo sa"), persino i preti non possono parlare visti i casi di pedofilia.
Anche Famiglia Cristiana viene delegittimata da quando ha osato criticare Berlusconi: "Famiglia Cristiana consiglia film con bestemmie" (naturalmente questo titolo è stato fatto prima che la bestemmia venisse "sdoganata" da Berlusconi nella sua barzelletta su Rosy Bindi).
Nessuno si salva, nessuno vale qualcosa, nessuno ha diritto di giudicare. Naturalmente da questo tritacarne non si salva neanche il Presidente della Repubblica: "Napolitano a gamba tesa - siluro a Berlusconi". Fini è naturalmente protagonista (da quando si è allontanato da Berlusconi, si intende), e lui vengono dedicate prime pagine da mesi. Con titoli come "il Bunga Bunga di Fini", "L'ultimo tradimento - Fini vuole aumentare le tasse". Gli attacchi personali non finiscono mai. E ai "nemici" non si riconosce neanche la lealtà. "Congiure e veleni - le trame segrete di Fini", "C'è la conferma, Fini trama da due anni", "Santoro trucca dati e fatti per poter gridare al regime", mentre una prima pagina un giorno ci spiegava che persino cattivi come Fazio, Saviano, Scalfari, Benigni ecc. sono "mantenuti da Berlusconi".

Invece di giudicare nel merito quello che uno dice, si insinua che non ha il diritto di parlare: "Il fustigatore Santoro indagato per abusi edilizi nella sua villa", "Anche Grillo vuole soldi dallo Stato". La casa (degli altri) è evidentemente un tasto dolente: "Un prestito, la casa da pignorare - Bocchino story". Invece le case di Berlusconi vengono sbandierate come un trofeo: "Il Premier affitta un castello per le vacanze romane - Ecco la nuova reggia di Berlusconi".
Visto che i valori non esistono, o comunque nessuno può farsene portatore perché nessuno è onesto, tutto si riduce a lotta per il potere: "Che imbroglio il partito degli onesti - La chiamano battaglia per la legalità. E invece è una semplice lotta di potere..", "I moralisti con gli altri - le vergogne di Repubblica".
Quello che è un merito per quelli della propria parte (ad esempio avere successo, fare soldi, avere la villa ecc.), diventa un demerito per i "nemici": "Giancarlo Tulliani ha perfino la Ferrari - la bella vita del cognato", "Ma quante case hanno Fini e Tulliani".
Fini naturalmente è stato il protagonista dell'estate con titoli quali: "Le infamie di Fini", "Il doppio gioco dell'ex leader di An". Si scambiano facilmente i fatti con le opinioni: "Fini al tramonto - scaricato da tutti". Chi esprime opinioni che non piacciono deve essere messo a tacere: "Mandiamo a casa Fini - già raccolte 35 mila firme".
"Fini fatto fuori da Berlusconi - colpo di grazia", "Dopo la cacciata dal Pdl - Fini, il pericolo è la sua vendetta" (dove almeno si ammette che quindi Fini è stato cacciato, versione che poi verrà smentita dagli esponenti del Pdl).

Nessuno è un santo e tutti hanno i propri scheletri nell'armadio: "L'evasione dell'avvocato - La Agnelli non vuol pagare le tasse". L'editore di Repubblica, giornale schierato contro Berlusconi, ovviamente non la passa liscia: "Stangati i parenti De Benedetti - e anche i fan di Repubblica ora gli fanno la guerra", "La nuova vittima è Vendola - De Benedetti, il portajella ci riprova". Naturalmente non se la può cavare neanche l'ex moglie di Berlusconi: "Veronica e il divorzio dal Cavaliere - una montagna di soldi e ancora non basta". Di Patrizia D'Addario, la escort divenuta famosa per aver lavorato per Berlusconi, si dice, rigirando clamorosamente la frittata: "Patrizia D'Addario vittima del suo lavoro - La triste fine del mito della sinistra". Del resto sono sempre gli altri i colpevoli per ciò che viene additato a Berlusconi: "L'egemonia gramsciana - fu la sinistra a imporre in tv la sottocultura". Oppure: "Bufera sul Pd della Basilicata - I droga party democratici".

Non manca naturalmente il vittimismo: "Censura preventiva per il Giornale - Carabinieri in redazione", "Gli abusi della magistratura - i Pm spiano i telefoni del Giornale", "Il solito polverone per una battuta del Premier - Berlusconi contro Bindi, secondo round".

I riferimenti alle vicende internazionali sono quasi del tutto assenti. Si preferisce guardarsi l'ombelisco, spiare dal buco della serratura, attaccare le persone invece delle idee.

Queste sono le prime pagine del giornale del Partito dell'Amore degli ultimi mesi. Dove più che l'amore emerge l'odio, un odio per tutti quelli che non si sottomettono a Berlusconi.

Per approfondire: Le prime pagine del Giornale

martedì 9 novembre 2010

Il Tea Party, ovvero come fregare il popolo "dal basso"


Durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2008 uno degli argomenti al centro del dibattito riguardava la necessità, da parte della politica, di occuparsi di "Main Street" (la strada abitata e percorsa dalla "gente normale") e non di Wall Street (la Borsa dei ricchi e degli speculatori). Naturalmente entrambi i candidati, Obama e McCain, si dicevano dalla parte di Main Street e certamente non di Wall Street. Nel frattempo, per salvare l'economia dalla più grande recessione dagli anni '30, il governo americano ha dovuto spendere miliardi di dollari, e ormai il debito pubblico USA viaggia verso il 100% del Pil, come e peggio dei Paesi considerati spendaccioni della vecchia Europa. Non essendo riusciti a vincere contro Obama nel 2008, i Repubblicani hanno escogitato un metodo nuovo, e cioè inventate un movimento che si presenti come "dal basso", proveniente da "Main Street", dal "popolo", contro i burocrati e i politici di professione che se ne stanno a Washington. E l'operazione ha funzionato: i leader dei Tea Party sono stati decisivi nella vittoria delle elezioni di Mid Term. Ma che cosa vogliono questi Tea Party? semplice, è la solita solfa delle "meno tasse" e "meno stato", il mantra della politica americana dai tempi di Reagan. Quello Stato che deve scomparire quando si tratta di macinare profitti, ma che viene magicamente chiamato in causa (senza dirlo apertamente) quando si tratta di salvare l'economia senza regole dal crollo totale. E, ovviamente, quando si tratta di finanziare il Pentagono e le guerre (l'unica voce di spesa che, guarda caso, i Repubblicani non vogliono tagliare).
E così negli ultimi mesi abbiamo assistito alla crescita di questo movimento "dal basso", guidato da grandi personalità politiche come Sarah Palin, già famosa per le sue gaffes e la sua crassa ignoranza, che dopo aver perso (per fortuna) le elezioni del 2008 come vicepresidente di McCain, è tornata alla carica con i suoi slogan semplici e di effetto. Il movimento dei Tea Party è così "dal basso" e "popolare" che nell'ultima campagna elettorale ha ricevuto milioni di dollari di finanziamento da parte delle grandi imprese. Le quali adesso vorranno andare all'incasso, chiedendo la riconferma dei tagli alle tasse già varati da Bush a favore dei ricchi. Ma se bisogna tagliare le tasse, come si fa a ripianare il deficit dello Stato, che a parole sarebbe una delle preoccupazioni più grandi di questi Tea Party? Ovviamente questo non ce lo dicono, ma si ha il vago sospetto che ciò riguardi i servizi pubblici, a cominciare dalla riforma sanitaria di Obama che i Repubblicani sperano di abolire prima che entri in vigore.
Purtroppo questi slogan hanno effetto presso l'elettorato perché da trent'anni gli americani (già conservatori di mentalità) sono stati convinti che meno regole e meno stato significano più ricchezza e benessere per tutti. Poco importa che questo non sia vero, che il lavoratore medio americano stia peggio oggi rispetto a trent'anni fa: il "sogno americano" non si alimenta certo di considerazioni realistiche, ma appunto di "sogni". Salvo poi risvegliarsi dopo una crisi pieni di debiti e.. dare la colpa al governo (che fino al giorno prima aveva perseguito proprio quella politica da "sogno").
Fintanto che l'americano medio continuerà a pensare che l'economia deve sostenere i ricchi, e che "meno tasse" è la formula magica di ogni politica economica, non ci sarà speranza né per loro né per noi.

Link: Qualcosa su Sarah Palin

sabato 30 ottobre 2010

Neoborbonici all'assalto


L'ultima dichiarazione dell'enigmatico Raffaele Lombardo, presidente della regione Sicilia, che ha sostenuto di non intendere festeggiare i 150 anni dell'unità d'Italia, può a prima vista sembrare un po' strana: ma come, non erano i leghisti a sostenere che il nord starebbe meglio da solo?
In realtà, negli ultimi tempi sta ottenendo sempre più consensi e visibilità la posizione dei "neoborbonici", che sostengono che l'Italia meridionale stesse molto meglio sotto i Borboni, e che in seguito è stata invasa e spogliata delle sue ricchezze dall'esercito sabaudo. In pratica, più che una liberazione, l'unità d'Italia sarebbe stata un'annessione, un'invasione. La posizione espressa da Raffaele Lombardo va in questa direzione: "Prima dell’unità d’Italia le cose erano invertite. Il regno delle Due Sicilie, questo pezzo del Paese, era più avanzato per industrializzazione e qualità della vita. L’unità non ci ha fatto bene, non abbiamo nulla da festeggiare".
Ora, ciascuno è libero di avere le idee che vuole, e se uno sogna di vivere sotto i Borboni, è liberissimo, ma chi sostiene che prima dell'unità d'Italia il Sud fosse più progredito del Nord, dice un falso storico, punto e basta. Del resto, basta vedere i dati sull'analfabetismo, rilevati dal primo censimento del 1861: il dato medio italiano era del 78%, e le regioni con il tasso più alto erano al Sud: la Sardegna con il 91%, la Basilicata con il 90%, la Sicilia con l'89%, la Calabria con l'88%, mentre il minimo era al nord-ovest, in Piemonte col 57% e in Lombardia col 53%. Già questo dato da solo basterebbe a smascherare la bufala di un Sud borbonico avanzato (si è mai visto un paese analfabeta e progredito?). Il dato del Veneto (dove l'analfabetismo era al 78%), superiore al Nord-ovest, Veneto che infatti è stata per molto tempo una regione povera e di emigrazione, mostra, se mai ce ne fosse bisogno, il legame tra povertà e analfabetismo. E' vero che nelle campagne la situazione era simile un po' ovunque, e infatti prima dell'industrializzazione, che in Italia è avvenuta in ritardo rispetto ad altri Paesi europei, le campagne sono sempre state povere e arretrate. Ma almeno al Nord (o in certe aree del Nord) c'era un nucleo industriale, borghese e cittadino, quasi del tutto assente al Sud... Il dato migliore al Sud era della Campania (85%), dovuto chiaramente al nucleo storico di cultura rappresentato dalla città di Napoli.
La connessione tra analfabetismo e povertà è indicata anche dal confronto con gli altri Paesi: nel 1861 l'analfabetismo in Germania e Svizzera era solo del 20%, in Francia del 47% e in Gran Bretagna del 31%, e il reddito pro-capite era ad esempio in Gran Bretagna e in Francia di 6-7 volte quello italiano. Un altro dato che può indicare il livello di sviluppo degli stati italiani prima della riunificazione può essere quello dello sviluppo delle ferrovie. E' vero che la prima ferrovia italiana è stata la Napoli-Portici (1839, appena 7 km), che infatti viene magnificata dai neo-borbonici come esempio del superiore sviluppo del Sud dell'epoca... peccato però che al momento dell'unità, in tutto il Sud le ferrovie si estendessero per soli 100 km, contro gli 850 del Regno di Sardegna e i 524 del Lombardo-Veneto (Stati tra l'altro anche meno estesi)...
E' vero che l'unificazione avvenne anche secondo logiche repressive che sono state per troppo tempo sottaciute, ma da qui a ribaltare la realtà e dipingere un Meridione borbonico come un Eden ce ne corre... del resto, se la speranza di vita in Italia nel 1861 era di soli 33 anni, è evidente che in generale il Paese versava in gravi condizioni di arretratezza, rispetto ad esempio ai Paesi del Nord Europa, dove già superava i 40 anni.
La verità è che da allora l'Italia bene o male ha fatto molti passi avanti, e li ha fatti proprio perché è stata unita. La tesi neoborbonica secondo cui l'Italia del Sud ha subito uno sfruttamento da parte dello stato centrale, viene fatta propria dalla attuale classe dirigente del Sud come estremo tentativo di ricevere da Roma sovvenzioni a fondo perduto, che adesso non varrebbero più come contributo per lo sviluppo, ma come "risarcimento" per i maltrattamenti e il maltolto. Il Sud come la Libia, insomma. La fantasia non ha limiti...

domenica 24 ottobre 2010

Roma, la città impossibile


"Roma assorbe perfidamente tutto, in un inferno senza fine, ingannando con gli avanzi del suo essere Mito e Storia e con il suo sole quasi perenne. Ma è sporca, disordinata, per niente economica e il lavoro è un gioco al massacro." Ho trovato questo pezzo in un blog, "vivoaltrove.it", che racconta le storie degli italiani che sono andati a vivere all'estero. Ho dovuto copiarlo e incollarlo perché descrive perfettamente le mie sensazioni sulla capitale d'Italia. Ovviamente, la capitale è lo specchio del Paese (non che, per altri o per gli stessi motivi, si viva meglio a Milano o a Napoli). Ma, ad esempio rispetto a Milano, Roma presenta un maggiore tasso di incivilità e maleducazione (per non parlare dell'omofobia che non consente a coppie dello stesso sesso di muoversi liberamente in città senza rischiare di essere aggredite, a differenza di altre capitali europee), e una fetta più grande della sua economia si svolge in nero. La cultura delle regole è molto meno presente che al nord, e se a questo si aggiungono caratteristiche specifiche della città, come il traffico impossibile, anche per via delle manifestazioni che molto spesso si snodano tra le vie centrali della città, ne risulta una qualità della vita per nulla invidiabile, a dispetto dei tanti plus che Roma vanta rispetto alle città del nord.
Ma il problema principale, e il motivo per cui vivere a Roma è sempre più duro, è la speculazione edilizia. La superficie su cui si estende la città, all'interno del Raccordo Anulare, è enorme, e potrebbe contenere tranquillamente una metropoli con il doppio o il triplo degli abitanti; ma, invece di limitare le nuove costruzioni all'interno dell'area del comune, in modo da poter razionalizzare i servizi e la viabilità, si continua a costruire ovunque, tanto che si sta realizzando quell'assurdo progetto che si immaginò nel dopoguerra ma che poi non venne realizzato: collegare Roma al mare.
Il risultato è che una città di tre milioni di persone si trova a vivere in un'area grande come Londra. Il numero di automobili negli ultimi vent'anni è aumentato notevolmente, anche se non è aumentata la popolazione residente. Del resto il prezzo impossibile delle case spinge gli abitanti verso le periferie sempre più estreme, in modo che la mobilità diventa sempre maggiore; per recarsi nel luogo di lavoro non è raro che ci si impieghi più di un'ora (a volte anche due solo andata).
Roma è oggi una città soffocata dal traffico, in una maniera che si riscontra solo nelle metropoli dei Paesi in via di sviluppo (che magari hanno venti, e non tre, milioni di abitanti...). Per le cause della speculazione edilizia, chiedere ai sindaci che si sono succeduti negli ultimi vent'anni, a cominciare dal buon Veltroni...
Ultimamente, a causa del netto peggioramento dello stile di vita che ha fatto dimenticare per sempre gli anni della "dolce vita", si sta realizzando un fenomeno inedito: una certa quantità di persone, ancora minoritaria e di avanguardia, se ne ha la possibilità, fugge verso posti più tranquilli, che possono essere città di medie dimensioni dell'Italia del nord, o città estere.
A dispetto del clima e della bellezza della città, che la rendono ancora impareggiabile per un turista, Roma sta scadendo ad un livello che non merita, o che forse merita, visto lo scadimento della qualità della vita e dei servizi di quello che un tempo era considerato il Belpaese.

mercoledì 20 ottobre 2010

Il fallimento della RAI e la politica italiana

La notizia che la RAI è in un sostanziale stato di bancarotta (con un deficit che viaggia verso i 600 milioni di Euro) non è un fulmine a ciel sereno. E' chiaro che un carrozzone pubblico e gestito con logiche clientelari, dal momento in cui deve confrontarsi con un mercato, sia pur limitato a pochi concorrenti (Mediaset, La7, Sky), finirà per soccombere. Soprattutto quando al governo (e dunque a capo della Rai) c'è il proprietario del principale concorrente. In realtà non ci sarebbe neanche bisogno della concorrenza: in Italia tutte le industrie pubbliche (tipo Alitalia e la Tirrenia, per esempio) sono da sempre andate regolarmente in deficit, tanto poi pagava lo Stato (o meglio, i contribuenti).
Il fallimento della Rai è lo specchio della gestione dissennata (o meglio, assennata secondo le logiche predatorie dei partiti italiani) degli enti pubblici nel nostro Paese. I partiti nel dopoguerra si sono infiltrati in tutti i settori pubblici e li hanno gestiti (o meglio depredati) in base ai propri interessi (e a quelli delle rispettive clientele) e non in base all'interesse pubblico.
Poiché si era in una fase di espansione economica (e di debito pubblico gonfiato ad arte per nascondere le inefficienze), gli sprechi e le ruberie non si notavano, o non facevano notizia.
Ora che invece il debito pubblico è arrivato al 120% del Pil (come alla vigilia della crisi del 1992 e di Tangentopoli), ecco che i nodi vengono al pettine, e la politica italiana viene sorpresa con le mani nella marmellata, quando però i vasetti di marmellata stanno finendo e dunque ciò che un tempo era tollerato emerge come uno scandalo.
Questa volta però la classe politica (o meglio, Berlusconi) ha capito la lezione del periodo '92-'94, e dunque sa che per evitare una nuova Tangentopoli è necessario mettere il bavaglio all'informazione, e sopratutto impedire le indagini. Da ciò le diverse proposte di legge che Berlusconi e i suoi stanno preparando, tra cui il "processo breve" (per consentire a chi dispone di buoni avvocati di tirarla per le lunghe e non farsi giudicare), la legge sulle intercettazioni (per impedire a chi indaga di scoprire gli atti di corruzione) e altre amenità come il lodo Alfano (così almeno Lui si salva). L'unica speranza è che i finiani siano conseguenti e non accettino di votare altre leggi sfascia-giustizia.
Intanto la sinistra come al solito dorme, e si fa scavalcare da Fini, oltre che sul tema della legalità, sulla proposta di privatizzare la Rai. Immagino sia un grosso colpo per il Pd abbandonare la Rai, o meglio RaiTre, praticamente l'ultimo avamposto che gli resta. Potrebbe sembrare incredibile, ma a sinistra molti pensano che vada tutto bene così, finché ci sarà il controllo di RaiTre.
Certamente, prima di privatizzare la Rai, si dovrebbe fare una legge sul conflitto di interessi, altrimenti la Rai se la comprerebbe uno come Berlusconi, magari utilizzando amici, parenti e prestanomi.

martedì 19 ottobre 2010

A quando il nuovo crollo?

Mentre le Borse continuano a salire e gli stipendi dei manager sono più alti che mai, in America vengono pignorate ogni mese 100.000 case. Questo accade ormai da due anni, cioè anche quest'anno si prosegue al ritmo di circa 1 milione 200.000 case pignorate all'anno. Per quanto tempo il sistema potrà reggere prima di un altro crollo?
E' evidente che l'indebitamento dei "consumatori" americani è ancora a livelli insostenibili rispetto alla capacità produttiva del Paese, e infatti ciò è confermato dal persistere del debito estero americano: gli Americani (quelli a cui non è stata tolta la casa...) vivono ancora al di sopra delle proprie possibilità, e per far questo "devono" acquistare prodotti all'estero. Solo perché pagano in dollari, gli altri Paesi continuano ad accettare di vender loro i propri prodotti (se il dollaro non fosse la moneta di riserva mondiale, il pagamento in dollari non verrebbe accettato dagli altri Paesi, in quanto proveniente da un Paese iperindebitato e dunque a rischio insolvenza). Le banche centrali dei Paesi esportatori (Cina, Giappone, Germania) sono dunque piene di dollari... e cosa ci fanno? con questi dollari esse accettano persino di comprare i titoli del debito pubblico americano, che nel frattempo sta schizzando alle stelle. Insomma, l'America si è indebitata e si indebita a livello privato (così il PIL si gonfia e i governi sono contenti), poi quando ci sono le crisi interviene il governo che salva banche e imprese, in modo che una parte del debito si trasferisce dal settore privato al settore pubblico. A quel punto lo stato americano così indebitato deve emettere grandi quantità di titoli di debito, e questi vengono comprati dai Paesi che hanno venduto merci ai "consumatori" americani.
Si tratta di una partita di giro, di un gioco che non può durare a lungo.
Questo gioco è stato innescato dall'immissione di liquidità nel sistema da parte della banca centrale americana, per "risolvere" la crisi della new economy del 2000. Sarebbe come se per curare un drogato lo si fosse imbottito di droga. Lì per lì può funzionare, ma prima o poi si paga il conto.
E il conto l'America (e con essa tutto l'Occidente) lo sta pagando caro. Cosa accadrà nei prossimi anni non si sa: ci potrebbe essere un nuovo crollo, oppure una lunga inflazione che di fatto impoverirà la popolazione in maniera "soft" (cioè pesante, ma graduale e mascherata). Quello che è certo è che l'America è destinata ad impoverirsi. E noi con lei.
In tutto questo Obama non ha molte colpe (si è trovato a dover fronteggiare una crisi spaventosa, con il possibile crollo del sistema), ma verrà presumibilmente punito dagli elettori alle elezioni di mid-term di novembre. I Repubblicani, che hanno creato con gli otto anni di presidenza di Bush i presupposti per la crisi (o quantomeno li hanno accentuati), adesso protestano su tutto e andranno all'incasso a novembre.
Mentre l'America litiga e si ipoteca il futuro, la Cina continua la rincorsa e ormai è proiettata come prima potenza mondiale del 21° secolo.

lunedì 11 ottobre 2010

Repubblica nasconde le differenze Nord-Sud

In un recente articolo, Repubblica presenta i risultati di un'inchiesta sui casi di infezione che colpiscono i degenti negli ospedali. E' vero che vengono forniti i dati corretti, ma questi non vengono commentati, e tutto l'articolo è impostato in modo da far credere che in fondo non vi siano differenze tra Nord e Sud. Le storie che vengono raccontate sono, in ordine: un caso in Puglia, uno in Sicilia e Calabria (un paziente morto dopo essere stato ricoverato in due ospedali delle due regioni), e uno in Emilia-Romagna. Poi c'è un paragrafo intero dedicato ai 26 morti dell'Aurelia Hospital (ospedale privato romano). Il paragrafo successivo si intitola "Niente controlli da nord a sud". Dove però si dice subito: "Le infezioni colpiscono tutti gli ospedali senza risparmiare neppure i punti di eccellenza con una media nazionale dell'8,7 per cento (contro 7,7 della media europea), e oscillazioni che variano dal 5% al Nord al 17% al Sud. Va detto che nel Mondo i tassi di infezione più elevati si registrano nei Paesi del Medio Oriente (11,8%), e nel Sud Est Asiatico (10%), con un tasso lievemente inferiore negli ospedali della Costa Occidentale del Pacifico".
Ora, può darsi che l'articolista non abbia molta confidenza con i numeri, e non si renda conto che il 17% del Sud corrisponde a più del triplo del 5% del Nord, ed è quindi segno di una differenza enorme. Ma stupisce che l'articolista non faccia neanche il confronto con la media europea (il Nord è sotto la media europea, il Sud molto sopra), e non commenti neanche il dato incredibile che vede il Sud Italia fare peggio del Medio Oriente! In altre parole, è più facile infettarsi in un ospedale siciliano che in uno marocchino, per dire, ma questo naturalmente l'articolista non lo nota. I dati ci sono, ma l'articolo "stranamente" li lascia passare così, senza commento.
Seguono racconti di un'epidemia di legionellosi in Piemonte, di pazienti morti a Modena, a Roma, Napoli, Palermo, Vibo Valentia. Se chi legge non si sofferma a notare questo "particolare" può pensare che la situazione sia simile in tutta Italia, anche perché vengono citati molti casi del Nord, che però rientrano in un basso 5% e non nello spaventoso 17% del Sud.
Insomma, l'articolo sostiene che non si fanno i controlli "da nord a sud" senza però fornire i dati sui controlli, mentre laddove i dati vengono forniti, e sono eloquenti, ci si guarda bene da giungere a conclusioni che chiunque sappia leggere le statistiche (e che forse i redattori di Repubblica sperano essere in pochi...) sa trarre.

Purtroppo non è la prima volta che la Repubblica mostra di fare disinformazione sulle differenze regionali tra il Nord e il Sud del nostro Paese, per cui ci vuole una grossa dose di ingenuità per pensare si tratti di un semplice caso o di una svista. Ad esempio, in un articolo uscito qualche tempo fa, dal titolo "Io, evasore totale", l'articolista commentava: "Checché se ne pensi gli evasori totali stanno più al nord e al centro che nel mezzogiorno". Peccato che chiunque conosca un minimo l'argomento, sa che l'evasione è molto più diffusa al Sud che al Nord. Del resto la "prova" portata a supporto della tesi, fa acqua da tutte le parti: "Dei 3.200 scoperti da gennaio a maggio, il 35 per cento era nel settentrione, il 36 per cento al centro e il 29 per cento al sud". Peccato che al Nord la popolazione sia superiore (per fare un confronto si dovrebbe ovviamente "pesare" il dato sulla popolazione), ma a questo va aggiunto che al Nord anche i controlli sono superiori.

Repubblica in effetti tende a voler dare una visione dell'Italia come piuttosto omogenea. Quando esagera fa disinformazione, e bisogna stare attenti a leggere bene, perché se si legge superficialmente si casca nel tranello. Non siamo ai livelli di Libero e del Giornale, per dire, che non solo aggiustano, ma inventano di sana pianta le notizie. Ma l'impostazione di Repubblica non giova certo alla comprensione della realtà. Dopo però non si lamentino, i lettori e i politici di area centro-sinistra, se al Nord avanza la Lega, e se il Pd (il partito a cui Repubblica fa riferimento) delle tematiche nord-sud dà mostra di capire ben poco.

venerdì 1 ottobre 2010

Il Paese del capitalismo straccione

Lo sfruttamento dei lavoratori sta tornando in auge in Italia, come strumento principale utilizzato dai "datori di lavoro" per fare profitti. Il fenomeno è più diffuso al centro-sud (da Roma in giù) che al nord, ma si presenta in tutto il Paese. Alla base del fenomeno c'è la scarsa produttività del sistema, che per recuperare competitività deve (o vuole) scaricare i costi (umani oltre che economici) sui lavoratori. Infatti l'Italia ha i salari più bassi d'Europa, e il livello dei salari è legato in ultima analisi alla produttività del lavoro. Un Paese che ha poche imprese che fanno ricerca scientifica, che produce beni a scarso valore aggiunto, e dove la tassazione è molto elevata, non può certo produrre salari elevati.
La politica ha assecondato questa tendenza, introducendo una flessibilità del lavoro troppo elevata (dapprima col pacchetto Treu del '97 e poi con la legge Biagi del secondo governo Berlusconi), anche a compensazione della troppo rigida legislazione tradizionale sul lavoro. Il risultato è stata la nascita del precariato, un fenomeno unico in Europa, vale a dire flessibilità senza diritti e senza ammortizzatori sociali. La precarietà tra l'altro alla lunga non giova neanche alle imprese, perché non le spinge a ristrutturarsi e a migliorare la loro produttività. Il risultato è che si scaricano sui lavoratori le inefficienze del sistema, accentuando le disuguaglianze sociali. La crisi economica sta peggiorando ulteriormente la situazione, perché dal momento che già avere un lavoro è un privilegio, le aziende si sentono libere di sfruttare i lavoratori quanto vogliono. Meglio lavorare troppo e mal pagati che non lavorare per niente. Intanto, mentre il governo tira a campare per consentire al suo capo di non andare in galera, l'opposizione litiga sul papa straniero e amenità consimili.

lunedì 20 settembre 2010

Le (finte) divisioni nel Pd


Il ritorno di Veltroni, due anni dopo le elezioni che lo videro sconfitto da Berlusconi (ma per la sinistra una sconfitta onorevole è quasi una vittoria), con il famigerato documento già firmato da 75 parlamentari, agita le acque del Pd. I più maligni si saranno già chiesti: ma non doveva andare in Africa?
Il problema è che in questo Paese i politici si ritengono indispensabili, soprattutto se sono sulla scena da decenni, e nella vita non saprebbero cosa altro fare, se non si occupassero di politica. In altri Paesi chi perde le elezioni va a casa, e non muore nessuno.
Per questo motivo, le divisioni all'interno del Pd, tra D'Alema e Veltroni, e tra dalemiani e veltroniani, sono più che altro di facciata. Li accomuna, infatti, l'intento di non mollare mai, di rimanere sempre e comunque nella classe dirigente, convinti che, senza di loro, il mondo crollerebbe.
Poiché però con questa classe dirigente (come aveva già profetizzato Nanni Moretti molti anni fa), la sinistra non vincerà mai, ecco che ci si pone la spinosa questione: cosa fare per arrivare a vincere (senza ovviamente andare a casa)? Le opzioni sono due: l'opzione-D'Alema (allearsi con cani e porci pur di raggiungere il 51% dei voti, non importa cosa succede dopo, tanto siccome noi siamo più furbi, i nostri alleati li sapremo manovrare a nostro vantaggio), e l'opzione-Veltroni (prendere un leader esterno al partito per far finta di essere capaci di rinnovarsi e aperti alla società civile). A nessuno di loro viene in mente che il problema principale del Pd è di essere una oligarchia, in cui l'intera classe dirigente non ha più la fiducia della sua stessa base elettorale, dopo aver governato due volte (1996-2001 e 2006-2008) senza essere riusciti a fare le rifome importanti per il Paese (escluso l'ingresso in Europa del primo governo Prodi, non a caso mandato subito dopo a casa da D'Alema e Bertinotti, nel 1998), e senza essere riusciti a superare l'anomalia berlusconiana. E così il Pd, nonostante la crisi berlusconiana, continua a navigare nei sondaggi intorno al poco promettente 26%. Per questo Veltroni ha ritenuto di dover tornare per dare il suo contributo, riportando in auge i suoi famosi "ma anche": ci rinnoviamo ma anche siamo sempre gli stessi, non vogliamo alleanze con la sinistra radicale ma anche sì, siamo nuovi ma anche vecchi. I "ma anche" di Veltroni, come il suo cosiddetto buonismo, sono il risultato dell'incapacità di sciogliere i nodi e le contraddizioni in cui si dibatte il Pd da quando è nato. Ormai fanno parte del dna della sua classe dirigente. Per sopravvivere ha bisogno di contraddirsi, di essere una contraddizione vivente.
A questo punto la ricetta del sindaco di Firenze Matteo Renzi (rottamare in toto la classe dirigente del Pd) appare l'unica possibile, prima dello sfacelo definitivo.

sabato 11 settembre 2010

La crescita che non c'è

Nelle ultime settimane i dati provenienti dall'America, ma anche dall'Europa, mostrano come la ripresa economica sia particolarmente debole e incerta. La cosa non dovrebbe stupire, visto che non è stata rimossa la gran parte delle cause che hanno determinato la crisi.
Eppure si continua a sperare che tutto riparta come prima. In Italia poi i mass media si sono occupati pochissimo della crisi, e quasi sempre soltanto per annunciarne la fine (secondo il governo la crisi era già finita un anno fa). Puroppo ora si vede che non è così.
L'errore principale che si commette è che si presuppone che l'economia debba riprendere a "crescere". Ma se l'economia americana, che trainava tutta quella Occidentale, era basata sulle speculazioni e sui debiti, come può riprendere a crescere se non viene prima risanata? Sarebbe come pretendere che un ubriaco che si è schiantato con la sua automobile, riprenda a correre prima che gli sia passata la sbronza. Il PIL degli Stati Uniti è calato, in seguito alla crisi, di pochi punti percentuali, quando era gonfiato dal debito privato, dal debito estero e dalle bolle speculative borsistica e immobiliare in maniera ben maggiore. Per essere ripulito avrebbe dovuto crollare almeno del 30%, più o meno come negli anni '30 in seguito al crollo della Borsa del 1929. Ma per evitare il tracollo, il governo (prima Bush poi Obama) ha salvato tutte le banche e le industrie che rischiavano di fallire (tranne la Lehman Brothers), trasferendo una grossa parte dei debiti sul settore pubblico.
Il risultato è che il Pil continua ad essere gonfiato, solo che ora a fare la parte dello "speculatore" è lo Stato. Poiché però lo Stato non può continuare a indebitarsi, prima o poi dovrà ridurre il peso dei suoi interventi, e in seguito dovrà cercare di smaltire il suo debito nel frattempo divenuto enorme. Tutto questo sarà a detrimento della famosa crescita, che dunque non ci sarà neanche nei prossimi anni. Quindi, per evitare il crollo subito, si è posta una pesante ipoteca sulla crescita futura. Forse questo era necessario, per evitare una disoccupazione di massa (che comunque è arrivata al 10%), ma siccome non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non si faccia finta di credere che la ripresa è dietro l'angolo.
Ci aspettano anni di stagnazione (e se c'è la stagnazione in America, c'è pure in Europa), e c'è persino il rischio di una nuova recessione. Per carità, questo non è il peggiore dei mali, del resto la crescita infinita è poco credibile. Ma allora invece di puntare sulla crescita (che non ci sarà), tanto vale puntare sulla redistribuzione del reddito, per alleviare le sofferenze di quella fascia della popolazione che si trova in difficoltà economiche, e per ripianare un po' le enormi disuguaglianze che si sono create in trent'anni di neo-liberismo e deregolamentazione selvaggia dei mercati.

lunedì 2 agosto 2010

I Supermanager e la crisi


Secondo la classifica pubblicata dal Wall Street Journal, il manager più pagato degli ultimi dieci anni è Lawrence J.Ellison, Ceo della Oracle, che nell'ultima decade ha guadagnato ben 1.835,7 milioni di dollari, vale a dire più di un miliardo di dollari. Steve Jobs, manager della Apple, si trova al quarto posto con 748,8 milioni di dollari.
La somma dei primi 25 manager dà la cifra straordinaria di 10.500,20 milioni, vale a dire ben dieci miliardi di dollari! (circa 8 miliardi di Euro).
Se pensiamo che la manovra correttiva apportata dal governo italiano nel luglio del 2010 è di 25 miliardi di Euro in due anni, ci rendiamo conto del livello incredibile raggiunto dai redditi dei manager delle grandi aziende americane.
E' poi interessante che queste cifre enormi non vengono raggiunte dal semplice stipendio, che anzi è spesso molto basso. Steve Jobs ad esempio ha una retribuzione ufficiale di appena un dollaro all'anno. Il grosso del guadagno è dato dalle stock options, vale a dire delle azioni privilegiate delle stesse aziende di cui sono a capo i manager. In questo modo essi sono incentivati ad ottenere risultati positivi nel breve periodo per la quotazione in Borsa delle loro aziende. Ma questi risultati si possono ottenere anche licenziando il personale (tipico metodo per ridurre i costi). Oppure può capitare che un manager ottenga grandi guadagni con le stock options di un'azienza, la quale in seguito subirà grosse perdite o andrà addirittura fallita.
Insomma, il risultato positivo per la Borsa (e per le tasche dei manager) non corrisponde al risultato positivo per l'azienda e i suoi dipendenti.
E' il caso ad esempio di Richar Fuld, Ceo della Lehman Brothers, che prima di fallire gli ha fruttato 457 milioni di dollari, collocandolo all'undicesima posizione nella classifica.
E' evidente che siamo in piena dittatura della finanza nei confronti della cosiddetta economia reale.
Sarebbe poi interessante capire da dove venga tutto il denaro che hanno incassato i supermanager. L'impressione è che esso provenga principalmente dallo stipendio dei dipendenti, mantenuto basso per ridurre i costi e rendere più competitiva l'azienda.
In fondo l'analisi di Marx non era poi così peregrina, solo che rispetto alla sua epoca i capitalisti che vogliono arricchirsi il più possibile a scapito degli operai sono diventati gli amministratori delegati, gente che non ha la proprietà dell'azienda e stipula con essa un contratto temporaneo, mentre tra i lavoratori non abbiamo soltanto gli operai ma anche i dipendenti, i cosiddetti colletti bianchi. Rispetto all'Ottocento la situazione è, se si vuole, ancora peggiore, perché non essendo i proprietari delle aziende, i manager non hanno alcun legame con l'azienda, per cui non si fanno problemi se ad esempio questa fallisce, dopo averla spolpata fino in fondo.

Fino al 2008 si credeva, o si voleva far credere, che questo sistema fosse valido perché in grado di incrementare la ricchezza collettiva; la crisi ha invece mostrato che, a fronte di salari sempre più depressi, la finanza aveva creato una serie di bolle speculative (immobiliare, borsistica ecc.), sgonfiate le quali sono rimasti soltanto.. i debiti della gente comune.

lunedì 5 luglio 2010

Noi e la Spagna


La Spagna è uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente la crisi, almeno considerando due parametri: la disoccupazione (che è schizzata al 19%) e il deficit (che ha raggiunto l'11% del Pil). Basandosi su questi dati, alcuni esponenti di governo hanno esultato perché "la Spagna sta peggio di noi". Anche se fosse vero ciò sarebbe un po' triste (sarebbe più sensato esultare per un qualche risultato positivo raggiunto dall'Italia, piuttosto che per le disgrazie altrui...). In ogni caso, la destra esulta anche perché la Spagna è guidata da Zapatero, che è visto come un mostro, un "laicista" dalla destra italiana, dal momento che ha fatto terribili leggi come il matrimonio per gli omosessuali e il divorzio breve, mentre proprio per gli stessi motivi, è visto come un eroe da molti elettori di sinistra, delusi dal comportamento troppo moderato e pavido della sinistra italiana.
Al di là delle convenienze politiche del momento, è interessante capire se è vero o no che l'Italia stia meglio (o meno peggio) della Spagna. Naturalmente, quando si fa un'analisi sulla situazione generale di un Paese, non si possono prendere in considerazione solo alcuni parametri, magari quelli che fanno comodo, e omettendo quelli che invece potrebbero smentire la propria tesi. Pertanto, è necessario considerare tutti i parametri fondamentali. Inoltre, bisogna sapere interpretare correttamente le statistiche (mentire con le statistiche, come ci ricorda un libro di qualche decennio fa, è quanto di più facile si possa fare).
- Reddito pro-capite. Qui c'è una sostanziale parità tra l'Italia e la Spagna, che ha raggiunto la ricchezza media pro capite dell'Italia negli anni prima della crisi, e, contrariamente a quanto molti pensano, non ha perso quella posizione. Infatti il Prodotto Interno Lordo spagnolo, dopo aver sostanzialmente raggiunto (a livello pro capite) quello italiano nel 2007, ha fatto segnare un +1,2 nel 2008, -4,6 nel 2009, e -2 (previsione) nel 2010, mentre l'Italia ha avuto rispettivamente -1, -5 e +1,5. La differenza è leggermente a sfavore della Spagna, anche se bisognerà vedere se le previsioni per il 2010 saranno confermate. Rimane il fatto che l'Italia prima della crisi era il Paese europeo che cresceva meno, per cui c'è il timore che, a crisi finita, l'Italia riprenda il suo storico trend di crescita zero, aumentando il ritardo rispetto agli altri Paesi europei (come accadeva prima della crisi). Anche perché il governo italiano fino a questo momento non ha fatto nulla per rendere più competitiva l'economia italiana (tra l'altro è l'unico governo occidentale che ha tagliato sulla scuola).
- Deficit. Qui la Spagna si trova in una situazione decisamente peggiore di quella italiana: lo sgonfiarsi del boom immobiliare, il forte aumento della disoccupazione con il conseguente aumento dei sussidi di disoccupazione, hanno portato lo stato spagnolo ad aumentare fortemente le spese, indebitandosi parecchio. Così il deficit spagnolo è arrivato all'11%, mentre quello italiano è intorno al 5%. Peraltro, la Spagna partiva da un debito pubblico accumulato molto basso (al di sotto del 40%), per cui il Paese ha qualche anno per ridurre il deficit e riportarlo al di sotto del 3% dettato dai parametri di Maastricht: se lo facesse prima che il debito raggiunga l'enorme livello di quello italiano (118%), alla fine la situazione dei conti pubblici spagnoli risulterà migliore di quella italiana. Tra l'altro, la Spagna ha rinnovato le infrastrutture, mentre l'Italia è gravemente in ritardo, per cui tra i due Paesi, quello che avrebbe bisogno di fare grandi spese per riequilibrare il suo ritardo sarebbe l'Italia.
- Disoccupazione. Su questo versante la crisi ha falcidiato la Spagna, che è tornata ai livelli scoraggianti degli anni '90 (quasi il 20%). L'Italia con il suo 8,7% sembrerebbe stare molto meglio. Ma è proprio così? A ben vedere no, perché le statistiche sulla disoccupazione sono calcolate utilizzando il numero di persone che si iscrive nelle liste di disoccupazione. In Italia esiste una disoccupazione endemica in certe zone (il Sud) per cui molte persone hanno da tempo rinunciato a cercare lavoro. Non a caso, tra i giovani (che in genere non hanno ancora rinunciato a cercare lavoro), la disoccupazione giovanile italiana si attesta a quasi il 30%. Se invece della disoccupazione si guarda al tasso di occupazione, (cioè quanti lavorano nella fascia di età lavorativa) si scopre che l'Italia è ultima in Europa, anzi in tutto l'Occidente (lavora il 57,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, contro il 63% della media della zona Euro). Notevole anche la differenza uomini-donne (lavorano il 70% degli uomini e il 45% delle donne, mentre in Europa le percentuali sono rispettivamente del 71,6% e del 54,5%). Dunque, chi pensa che in Spagna su 100 persone in età lavorativa, lavorino meno persone che in Italia, si sbaglia.

Conclusione. Al di là delle differenze, l'Italia e la Spagna sono Paesi che si somigliano quanto a ricchezza prodotta e numero di impiegati in età lavorativa. Peraltro, la Spagna ha alcuni vantaggi: non ha regioni in mano alla criminalità organizzata, non ha un livello di corruzione pari a quello italiano, e ha rinnovato le infrastrutture. Del resto, ci sono molti più giovani italiani che vanno a lavorare o a studiare in Spagna del contrario, e questo qualcosa vorrà dire...

giovedì 3 giugno 2010

Le vere cause della crisi

Molti attribuiscono le cause della crisi alla finanza, ai suoi giochi volti a moltiplicare il denaro, a produrre denaro a partire da altro denaro. In realtà la finanza è stata soltanto l'estremo tentativo di mantenere in vita un sistema che stava già mostrando di essere alle corde, un po' come della droga data ad un drogato per calmare la sua crisi d'astinenza. Certamente, la droga ha portato degli effetti collaterali, ma ciò non autorizza ad individuare nella stessa la vera causa del malessere del paziente.
Infatti, la vera causa della crisi economica che stiamo vivendo, si trova nel fatto che l'Occidente vive ormai da decenni al di sopra dei propri mezzi. Per questo, si tratta di una crisi strutturale e non temporanea.
L'Occidente è destinato a diventare più povero. O meglio, a tornare al livello produttivo che gli spetta. Quello che è accaduto è semplice: dagli anni '60 l'Occidente ha cominciato a indebitarsi, accumulando (ciascun paese in maniera diversa) debito pubblico, debito privato e debito estero. Questo sistema è bene o male andato avanti finché l'indebitamento totale è rimasto tutto sommato gestibile. Ma dagli anni '90 questo indebitamento ha raggiunto livelli insostenibili, tanto più che nel frattempo è avvenuta l'espansione cinese, che ha fatto sì che i Paesi occidentali hanno progressivamente perso il monopolio della conoscenza tecnologica e della potenza economica. E' stato così che, per mantenere il livello di vita ormai raggiunto (ma eccessivo), si è dato progressivamente più spazio alla finanza, smantellando una dopo l'altra le regole che erano state poste dopo la crisi del '29 per prevenire nuovi crolli dell'economia. Gli artifici della finanza hanno soltanto rimandato di qualche anno la crisi, che prima o poi ci sarebbe comunque stata, illudendoci di poter andare avanti indefinitamente nel consumo a debito.
Se le cose stanno così, per i prossimi anni si può fare una facile previsione: noi cittadini dei paesi occidentali diventeremo progressivamente più poveri, o meglio ci renderemo conto che fino ad ora abbiamo vissuto a debito, e per far rientrare i debiti, dovremo ridurre il nostro tenore di vita. Altrimenti, se non faremo ciò, e penseremo di poter vivere al di sopra delle nostre possibilità grazie ai debiti e agli artifici finanziari, prima o poi ci saranno nuovi crolli, e ci ritroveremo (molto) più poveri tutto d'un colpo (come è già accaduto alla Grecia).

domenica 9 maggio 2010

I problemi del Pd


Da quando è nato nel 2008, il Partito Democratico ha inanellato una serie di sconfitte elettorali. Da un lato la cosa è comprensibile perché l'Italia è fondamentalmente un Paese di destra, cioè un Paese la cui mentalità prevalente è di tipo conservatore (un po' come gli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione dichiara di essere di idee conservatrici), dall'altro lato, è probabile che il partito ci abbia messo anche del suo, non risultando credibile come alternativa a Berlusconi e alla Lega.
Ma quali sono i problemi principali del Pd? A mio avviso, sono principalmente due.

1- Non ha un'ideologia

Secondo Veltroni e altri leader che hanno dato vita al Pd, viviamo in un'era postideologica, in cui un partito non deve avere un'ideologia precostituita con cui interpretare il mondo, ma deve essere capace di interpretare volta per volta l'epoca in cui si vive, e di risolvere i problemi che si pongono. Del resto, un partito nato dalla fusione di due vecchi partiti con le rispettive ideologie, non può certo adottarne una delle due: al massimo potrebbe tentare una nuova sintesi, lavoro quantomeno difficile. Ma allora, se il partito non si basa su un'ideologia ma sulle esigenze che volta per volta maturano dalla società, deve essere veramente aperto alla società civile, come accade nel Partito Democratico americano, dove un Obama "qualunque" ha potuto scalare il partito con la sola forza delle sue idee e del suo carisma. Altrimenti, se non ha un'ideologia e non è scalabile, il partito finisce per parlarsi addosso, per diventare un puro e semplice gruppo di potere, rappresentativo (forse) di una parte della popolazione, ma non certo della maggioranza.

2- Non è aperto alla società civile

Più che a un partito democratico, il Pd assomiglia a un partito oligarchico. Il suo gruppo dirigente è sempre lo stesso, formato da politici di lunga data, provenienti dai due partiti da cui esso è nato (Il Pci e la Dc). Al vertice del partito si alternano personaggi "pescati" in questo gruppo dirigente, e quando un leader ha esaurito il suo compito, torna (magari dopo un breve periodo di vacanza) nelle stesse fila da cui proveniva. E così i vari D'Alema, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bindi, Parisi, Castagnetti ecc., sono sempre lì, a decidere volta per volta quale dovrà essere la politica del partito, a constrastarsi a vicenda, a tentare di imporre ciascuno la propria linea. Il meccanismo delle primarie così come è concepito è chiaramente insufficiente: le primarie vengono svolte tra personaggi scelti sempre nello stesso gruppo dirigente, mentre esse dovrebbero rendere il partito veramente scalabile, magari da qualcuno proveniente dal di fuori, dalla famosa società civile o dai famosi territori. Per questo le primarie si dovrebbero fare sempre, non solo quando conviene, o si pensa che convenga. Inoltre, una volta che si è scelto il leader, questi dovrebbe poter dettare la linea, senza che qualcuno gli metta il bastone tra le ruote. Obama dopo che ha vinto le primarie è diventato il leader del partito e ha dettato la linea, senza che altri per invidia o gelosia tentassero di contrastarlo.

Purtroppo l'arretratezza democratica del Pd è lo specchio dell'arretratezza dell'Italia, dove ai cittadini è dato poter scegliere tra un partito personale senza democrazia interna (il Pdl di Berlusconi, con il recente strappo di Fini ancora mal digerito e le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare), e un partito oligarchico a finta e/o limitata democrazia interna.

domenica 25 aprile 2010

Sud: svegliati

Sud: svegliati. Questo slogan, un tempo usato dalla Lega, è efficace e dovrebbe essere fatto proprio dagli abitanti del Sud. Infatti, che il Mezzogiorno sia nettamente più arretrato rispetto al resto d'Italia, è purtroppo un dato di fatto, e anzi risulta essere la zona più arretrata dell'Europa occidentale, secondo i parametri più importanti (ricchezza prodotta, criminalità, disoccupazione, istruzione, livello dei servizi ecc.).
Chi ha a cuore il destino del Sud non può far finta di nulla e nascondersi dietro facili alibi o addirittura negando l'esistenza del fatto. Ad esempio, molti pensano che l'evasione fiscale sia più diffusa al Nord che al Sud, mentre è vero il contrario. Al Sud è più diffusa l'illegalità a tutti i livelli (dalla percentuale di persone che vanno in motorino senza casco, a quelle che si costruiscono la casa abusivamente, ecc.). Inoltre, dalle rilevazioni internazionali emerge che gli studenti del Sud sono i meno preparati d'Europa, mentre la percentuale di bocciature è molto bassa (il che non depone a favore degli insegnanti, che evidentemente si adeguano alla mentalità locale).
E le ricostruzioni storiche che si fanno per spiegare il ritardo del Mezzogiorno, se possono essere condivisibili, non possono essere confuse con una giustificazione. Anche perché se ci si continua a giustificare, si lascia tutto com'è. Chi ha rispetto per le persone, invece, ne pretende la responsabilità. Pensare che i Meridionali siano delle povere vittime della storia, e che siccome sono stati per secoli sottomessi da dominazioni straniere e regimi dispotici, ormai sono incapaci di darsi da fare e dunque non resta che assiterli, è profondamente offensivo nei loro confronti.
Occorre dunque rendersi conto che il ritardo del Sud continuerà ad esserci finché i Meridionali non si renderanno conto del ritardo culturale che ne caratterizza una percentuale considerevole. Ad esempio, lo scarso senso civico, per cui si ignorano o si aggirano le leggi piccole e grandi, è sicuramente una caratteristica più diffusa al Sud che al Nord. E la facile risposta ("ma non sono tutti così!") non risolve il problema, perché una differenza quantitativa non da poco alla fine fa la differenza. Ad esempio, se si dice che gli Olandesi sono più alti dei Sardi, non ha senso rispondere: ma non sono tutti così! Basta calcolare la media (o ad esempio prendere la percentuale della popolazione che supera il metro e ottanta) per vedere che una differenza c'è. E non si vede perché una differenza non ci possa essere anche per altri parametri come il senso civico (ad esempio: il numero di persone che pensa che gettare una cartaccia per terra, o votare un politico in cambio di una raccomandazione sia una cosa moralmente lecita o comunque non così censurabile).
Un altro alibi che si trova per "discolpare" il Sud, è che i tanti problemi che lo affligono risalgono alle mancanze dello Stato. Peccato che lo Stato sia lo stesso al Nord! Ad esempio, la ricostruzione del dopo terremoto in Friuli è stata esemplare e poco costosa, mentre il dopo terremoto in Irpinia è stato gestito in maniera clamorosamente inefficiente, con spese folli e i terremotati che sono rimasti per decenni nelle baracche. Eppure lo Stato era lo stesso. Oppure, la sanità al Nord funziona molto meglio che al Sud. Eppure lo Stato centrale è lo stesso. Si potrebbero allora chiamare in causa le amministrazioni locali. Ma le amministrazioni locali sono chiaramente l'espressione della gente locale. I politici locali non vengono dalla luna: sono votati dal popolo.
Al giorno d'oggi, dopo la caduta delle ideologie, è giunto il momento di rendersi conto che non può essere soltanto lo Stato a cambiare le cose, ma che è il popolo stesso che deve rendersi conto dei propri difetti e deve cercare di cambiare, a cominciare dagli intellettuali che devono illuminarlo sui propri difetti e dare le giuste indicazioni.
Anzi, demandare tutto allo Stato è precisamente un altro difetto tipico dell'Italia, ma soprattutto dei Meridionali. Significa pensare che lo Stato sia un'entità astratta e superiore.
C'è poi chi ammette che al Sud c'è meno senso civico che al Nord, però sostiene che in compenso i Meridionali hanno altri pregi, sono simpatici, accoglienti ecc. Come se fossimo di fronte ad un giudizio globale sul valore delle persone, che deve essere per forza a somma zero, per cui se uno ha un difetto da una parte, deve per forza avere un pregio a compensazione, per evitare che si facciano delle discriminazioni. Il che non ha senso: la civiltà è un concetto che non comporta (o comunque non esaurisce) un giudizio sulla persona nella sua globalità. Tuttavia è un concetto che esiste, per cui si deve poter dire: A è più (o meno) civile di B. E bisogna rendersi conto che per far funzionare una società, la civiltà è un concetto importantissimo. Quindi prima di offendersi, o di avere paura di fare discorsi razzistici, occorre chiedersi se ciò che viene detto sia o no vero. Dunque, occorre per prima cosa rendersi conto che esiste qualcosa chiamato civilità, e che questa non è allo stesso livello in tutti i Paesi. La Svezia è più civile dell'Italia, ad esempio, il che significa che in Svezia una percentuale della popolazione più elevata che in Italia (ovviamente, non tutti) rispetta le leggi, pensa che lo Stato non sia un nemico, che lo spazio pubblico sia di tutti (e non di nessuno) ecc. Se dico queste cose, probabilmente nessuno avrà qualcosa da ridire. Ma se dico che il Nord Italia è più civile del Sud, sicuramente molti mi accuseranno di razzismo. Ma finché si continuerà a ragionare così, finché non ci renderà conto che la cultura è tutto, e che un Paese non può cambiare per volontà divina o per un miracolo, ma che può cambiare solo se una grande maggioranza della popolazione farà propri i principi quali il rispetto delle leggi e del bene pubblico, non cambierà nulla. Del resto, gli esperti di criminalità organizzata sanno che fenomeni come la mafia sono possibili solo laddove c'è una diffusa omertà e simpatia nei confronti dei mafiosi. Purtroppo anche su questo esiste una "vulgata" di sinistra che semplifica la questione, sostenendo che la mafia è dappertutto perché al Nord ci sono imprenditori che fanno affari coi mafiosi e riciclano il loro denaro. Questo è vero, ma non è la stessa cosa che il controllo del territorio, che si realizza solo in quelle zone del Sud dove la cultura mafiosa (che comporta tutta una serie di corollari, tipo: lo Stato è nemico, la famiglia è tutto, le leggi si possono anche non rispettare ecc.) è radicata. Un conto è aprire un ristorante coi soldi dei mafiosi, un altro è controllare il territorio, e cioè pretendere il pizzo a tutti i commercianti (senza che nessuno o quasi si ribelli o denunci...), far votare i propri referenti politici dala popolazione, arruolare centinaia o migliaia di persone per la "bassa manovalanza" criminale, nascondere i latitanti con la connivenza di una parte della popolazione, gestire i loro affari coinvolgendo medici, avvocati, commercialisti ecc. Queste cose sono possibili solo se è diffusa una cultura locale mafiosa o para-mafiosa. Non a caso, al Sud è molto più facile seppellire rifiuti pericolosi, perché nessuno controlla, le amministrazioni locali dormono, non sorgono comitati civici, chi sa tace ecc. Quindi un conto è dire che il problema della mafia è un problema nazionale (vero), un altro è dire che non c'è differenza tra le diverse aree del Paese (falso). Finché la sinistra non avrà il coraggio di dire queste cose, si lascerà il tema della differenza tra Nord e Sud alla Lega, col risultato che il Sud rimarrà indietro, che le amministrazioni locali del Sud si mangeranno il denaro proveniente dalle tasse pagate dai cittadini di tutta Italia, e dunque aumenterà sempre più il numero di persone che vive al Nord e vuole la secessione.

martedì 20 aprile 2010

Fini: un alieno a destra


Sostiene che il leader di un partito deve essere eletto per votazione e non per acclamazione, che un partito debba avere regolari congressi, con regolari scelte della linea da seguire in base al confronto libero e democratico. Sostiene che gli immigrati devono essere accolti e integrati, e che se lavorano e non commettono reati devono avere la cittadinanza in tempi ragionevoli. Sostiene che si deve rispettare e difendere la Costituzione. Sostiene che i diritti civili dovrebbero essere riconosciuti e che lo stato deve essere laico.
Queste e altre idee di buon senso, che sono accettate senza problemi dalle destre di tutta Europa, sono viste come delle pazzie dalla destra italiana che fa capo a Berlusconi e alla Lega.
E così il giornale di proprietà della famiglia Berlusconi (Il Giornale) attacca e insulta tutti i giorni Fini, fino ad augurarsi che se ne vada al più presto dal Pdl. Il ritardo culturale della destra italiana è tutto qui.
Non è la prima volta che Fini si trova in un partito che è più indietro di lui. Per 15 anni ha traghettato pazientemente l'Msi-An da un partito di nostalgici del fascismo, che facevano il saluto romano e andavano in pellegrinaggio alla tomba di Mussolini, in un partito di una destra moderna e democratica. Alla fine, bene o male, ce l'ha fatta. La speranza è che, esaurita l'ubriacatura populista, quando Berlusconi sarà uscito di scena e gli italiani si accorgeranno che i problemi che aveva promesso di risolvere sono ancora tutti lì, la destra italiana saprà evolversi e saprà trasformarsi in una destra veramente moderna ed europea, laica e rispettosa delle istituzioni e dei principi dello stato liberal-democratico.

giovedì 8 aprile 2010

Un Paese corporativo

L'annuncio del ministro Alfano di voler cancellare quel poco che restava della liberalizzazioni di Bersani, rappresenta l'ennesima (se ancora ce ne fosse bisogno..) prova che il centro-destra italiano guidato da Berlusconi non ha nulla di liberale. E' invece una coalizione corporativista, che fa gli interessi delle classi sociali protette, che sfruttano la loro posizione di rendita per spuntare al pubblico prezzi e tariffe elevate. Per carità, questa è una posizione legittima, ma dopo non ci lamentiamo se in Italia abbiamo le tariffe più alte d'Europa (il recente aumento dei prezzi della benzina è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare), se siamo in fondo alla classifica della competitività, e se l'economia (quando le cose vanno bene) non cresce.
Del resto, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: non si può essere nello stesso tempo dalla parte del "popolo" e dalla parte dei professionisti. Se non c'è concorrenza, se non c'è libero mercato, i prezzi saranno più alti e la qualità dei servizi più bassa. Almeno così si pensa in tutto il mondo occidentale.
Grazie al suo potente apparato mediatico, Berlusconi è riuscito ad imporsi come leader "liberale", e purtroppo in un Paese dalla scarsa cultura liberale, questo messaggio è riuscito a passare. E così i termini libertà, liberale ecc., vengono utilizzati da chi si fa portatore dei valori opposti, cioè da un monopolista dell'informazione che difende gli interessi delle corporazioni, utilizzando un linguaggio che segue lo schema orwelliano per cui il modo migliore per neutralizzare un concetto è utilizzarlo con l'accezione opposta (la guerra è pace, la libertà è schiavitù).
E così il ministro Alfano promette di reinserire la tariffa minima per le prestazioni degli avvocati, tariffa che l'ordine degli avvocati imponeva a tutti, con il risultato di scoraggiare la concorrenza, soprattutto da parte degli avvocati più giovani che ancora non si sono fatti un nome e dunque potrebbero farsi strada richiedendo tariffe più basse. Del resto ricordiamo che quando Veltroni e altri sindaci avevano provato ad aumentare il numero dei taxisti, ci furono proteste della categoria, con esponenti di An in prima fila nelle piazze a dare manforte ai taxisti che protestavano.E nel 2008 dopo essere tornato al governo, il centro-destra propose il DDL Gasparri che contrastava le parafarmacie, nate in seguito alle "lenzuolate" di Bersani che consentivano di aprire negozi per vendere farmaci generici e che non richiedevano la ricetta, con il risultato di abbassare i prezzi di molti farmaci e prodotti correlati.
L'Italia è un Paese immobile dove i figli dei professionisti fanno i professionisti e i figli degli operai fanno gli operai.
Il corporativismo, già in voga durante il ventennio fascista, rappresenta una tipica organizzazione economica all'italiana, in cui tutti hanno famiglia, tutti vogliono un posto al sole, tutti vogliono avere i propri piccoli o grandi privilegi, mentre nessuno pensa al bene comune. Con il risultato che l'intero Paese alla lunga cresce meno degli altri, e chi non ha qualche santo in paradiso si trova solo e senza diritti.

lunedì 29 marzo 2010

Scalfari contro Berlusconi


Come puntualmente accade ad ogni appuntamento elettorale, Eugenio Scalfari chiama alle urne gli elettori, cercando di mobilitare i lettori di Repubblica per dare il voto al Partito Democratico. La cosa interessante è che ogni volta Scalfari agita lo spettro dell'emergenza democratica e sostiene che è assolutamente fondamentale correre a votare per contrastare Berlusconi, per difendere la Costituzione, la legalità ecc. Ogni volta, poi, è sempre la più importante, quella definitiva, dopo di che c'è il serio rischio di un'involuzione democratica, di una deriva autoritaria ecc.
Dall'altra parte, da sedici anni a questa parte assistiamo agli appelli in tv di Berlusconi, che invita il "suo" popolo dei "moderati" a non disertare le urne, a fare una chiara "scelta di campo" e a votare contro il terribile pericolo comunista, contro questa sinistra antidemocratica che vuole alzare le tasse, intercettare tutti, togliere la libertà ai cittadini.
Questo scontro tra i due schieramenti prosegue da sedici anni, durante i quali i due schieramenti si sono succeduti al governo senza che vi fossero sostanziali cambiamenti nella vita degli Italiani. L'unico risultato di rilievo è stato l'ingresso nell'Euro da parte del primo governo Prodi (1996-1998), e la concomitante notevole riduzione del deficit. Da quel momento i governi che si sono succeduti non hanno fatto granché, evitando quelle riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno (riduzione dei costi della politica, aumento dell'efficienza della pubblica amministrazione, lotta alla criminalità organizzata, aumento della competitività, riduzione del debito pubblico ecc.).
E così è ormai diffusa la sensazione che l'Italia sia un Paese in lento declino, declino che emerge dallo scivolare in fondo alle classifiche internazionali (dal Pil che sostanzialmente è fermo da dieci anni, al livello di corruzione che è tra i più elevati, alla bassa competitività, alla giustizia che non funziona, alle infrastrutture che non si fanno). Di fronte ad un Paese in queste condizioni una classe politica seria avrebbe per prima cosa il coraggio di riconoscere che il pericolo non sta nell'avversario (la destra per la sinistra, la sinistra per la destra), ma nel declino generale del Paese, che coinvolge tutti. E tra un declino gestito dalla destra e un declino gestito dalla sinistra, in fondo non c'è una grande differenza. Anche la considerazione sul governo locale (in fondo queste sono elezioni regionali) non porta a chissà quale differenza tra i due schieramenti: esistono regioni ben governate dalla destra (Lombardia, Veneto) e regioni ben governate dalla sinistra (Emilia-Romagna, Toscana), come esistono regioni mal governate dalla destra (Sicilia, Molise) e regioni mal governate dalla sinistra (Campania, Calabria). Questo naturalmente non vuol dire che non vi siano differenze tra i due schieramenti, ma soltanto che la contrapposizione sterile che tende a demonizzare l'avversario non giova al Paese, mentre una classe politica strapagata, autoreferenziale e inamovibile continua ad occupare semplicemente il potere senza pensare a risolvere i problemi gravi dell'Italia.

mercoledì 24 marzo 2010

Più ricchi, più poveri

"Voi non diventerete mai ricchi", era il titolo di un capitolo del libro di Michael Moore "Stupid White Men" di qualche anno fa. Giusto richiamo al buon senso, per un popolo da troppo ingannato con l'idea del "sogno americano", che se può valere per qualcuno, certamente non vale per la stragrande maggioranza della popolazione (il classico "uno su mille ce la fa").
In questi bassi tempi è bene ricordare anche le cose più banali. Dopo trent'anni di neoliberismo, in cui il guadagno e il profitto sono stati posti come traguardo fondamentale per tutti, è bene sottolineare l'errore di questa idea e riflettere sui danni che ha fatto. Uno dei corollari dell'assurdo principio secondo cui i soldi sono la cosa più importante, è che i soldi si devono fare subito, e che bisogna massimizzare i guadagni e ridurre al minimo i costi.
Ma fare i soldi subito, non significa creare ricchezza sul lungo periodo. L'azienda che per ridurre i costi taglia i posti di lavoro, o utilizza prodotti vecchi per risparmiare sui costi, sul breve periodo potrà anche ottenere buoni risultati, ma sul lungo periodo rischia seriamente di perdere quote di mercato e di fallire.
Il risultato paradossale di questa mentalità, che dagli Stati Uniti si è a poco a poco estesa in tutto il mondo, senza tuttavia raggiungere i livelli americani, è stato che tutto ciò che ha valore per le persone, da fine è diventato mezzo (per fare soldi), e dunque è stato squalificato nella sua essenza. Se i soldi contano più di tutto, tutto il resto non conta nulla, e questo è un paradosso perché i soldi in origine dovrebbero servire proprio per ottenere degli scopi importanti per gli esseri umani. Dunque, non è un caso che la finanziarizzazione dell'economia produca crisi a ripetizione, e che l'adorazione per la ricchezza alla lunga produca povertà. Lo scadimento della qualità dei prodotti è l'altro ovvio risultato della cultura dell'iperconsumismo (a sua volta inventato per convincere-costringere gli individui ad acquistare il più possibile). Le cose non hanno valore, le persone neanche. Anche la qualità della vita ovviamente peggiora, si lavora sempre di più, guadagnando sempre meno. L'idea di base del neoliberismo, che se la politica aiuta i ricchi, poi le briciole ricadono su tutti, si è dimostrata fallimentare. Le briciole della torta del signore non sono sufficienti a nutrire l'intera servitù.
Come si vede, dietro la crisi si nascondono idee sbagliate che magari abbiamo tutti più o meno introiettato. Invece dobbiamo tornare alle origini. Non è per "fare i soldi" che i musicisti più bravi sono diventati ricchi e famosi, non è per diventare ricchi che i bambini che amavano il calcio e giocavano tutti i giorni sono poi diventati giocatori di serie A, né è per i soldi che gli imprenditori di un tempo erano orgogliosi di dare lavoro a molte persone. Intendiamoci, gli affamati di soldi ci sono sempre stati, ma sono sempre stati una minoranza, e sono sempre stati abili a sfruttare le capacità, le passioni e gli interessi altrui. Il discografico che ha scoperto i Beatles in uno scantinato sarà stato anche contento di arricchirsi grazie a loro, ma se tutti pensano solo a fare i soldi, non ci saranno più gruppi come i Beatles (tutt'al più ci saranno ragazzi che sognano di andare al Grande Fratello). Il manager della Coca-Cola che un secolo fa reinvestiva il 40% dei ricavi in pubblicità, era un pioniere che sfruttava i bisogni e i desideri della società (la gente voleva bere una bevanda fresca, condividere uno status ecc.). Ma se tutti diventano manager della Coca-Cola e venditori, la società crolla. Se non ci sono più valori, non c'è più niente da vendere.
La crisi economica è in primo luogo una crisi morale. I soldi (visti come fine e non come mezzo) sono come un cancro che ci divora. Secondo una diabolica legge del contrappasso, se un'intera società si dà la priorità della ricchezza, non solo avrà rinunciato alle cose importanti della vita per inseguire una chimera, ma si ritroverà anche più povera. Come i concorrenti del Grande Fratello, sicuramente più poveri (oltre che più vuoti di passioni e di ideali) dei Beatles.

mercoledì 17 marzo 2010

Non comprare mai nulla a rate!

Giorni fa, durante un'amabile conversazione post prandium, un'amica e il marito mi raccontavano di aver acquistato a rate un televisore al plasma da 42 pollici, quando era uscito da poco e costava circa mille Euro. Il vecchio televisore, un ingombrante apparecchio a tubo catodico, ancora perfettamente funzionante, era stato relegato in cantina.
Alla mia osservazione che l'acquisto a rate non è la migliore scelta (modo educato per dire che è una pessima scelta), mi hanno risposto che al momento non disponevano sul conto corrente dei soldi necessari all'acquisto, per cui hanno "dovuto" optare per l'acquisto a rate. A loro sembrava tutto normale. Io invece non ho potuto fare a meno di pensare a cosa avrebbero detto al riguardo i nostri nonni. "Che cosa? Hai comprato un televisore da mille Euro senza avere neanche mille Euro in banca?".
Il credito al consumo sta purtroppo diventando un comportamento diffuso. La speranza è che la crisi possa spingere i "consumatori" a più miti consigli, ma vista la contraddizione di fondo tra la mentalità consumistica e gli stipendi bassi (ma per la mentalità consumistica gli stipendi non sono mai abbastanza alti), ho paura che le cose non andanno così. Pur di continuare a spendere, gli italiani si indebitano sempre di più, sulla scia dei loro "colleghi" anglo-sassoni. Naturalmente da questo discorso va escluso l'acquisto della casa, che essendo un bene duraturo che si rivaluta nel tempo, comporta tutta un'altra serie di considerazioni. Ma acquistare a rate un bene di consumo è secondo me inaccettabile, è una vera e propria follia. E questo, prima ancora che da un punto di vista morale, da un punto di vista di buon senso pratico. Soprattutto in un'epoca come quella odierna in cui nulla (matrimonio, posto di lavoro...) è sicuro.
E le spiegazioni che in genere si danno per giustificare questa modalità di acquisto ("lo desideravo", "altrimenti come avrei fatto") mostra la mutazione sopravvenuta negli esseri umani a causa del consumismo: ci si comporta come bambini, e ci si lascia guidare soltanto dal desiderio (la risposta tipica del bambino al rifiuto da parte dei genitori di acquistare un giocattolo è "ma io lo voglio!").
Quale sarebbe allora il comportamento più sensato? Il principio da seguire è semplice, quasi ovvio: bisogna partire da ciò che si ha, non da ciò che si desidera. Per cui, il comportamento da seguire sarà altrettanto semplice: se ho i soldi lo compro. Altrimenti, no.
Se non ho neanche mille Euro sul conto corrente non mi compro un televisore, ma comincio a risparmiare per avere una riserva di liquidità sufficiente a fronteggiare eventuali periodi difficili o acquisti necessari e imprevisti (come facevano i nostri nonni...). Dopo, eventualmente compro anche il televisore. L'avere la disponibilità non è naturalmente una condizione sufficiente per comprare, ma necessaria, sì.

La mia amica ha però ricevuto l'appoggio di una sua amica, la quale ha sostenuto che io potevo pure avere ragione in teoria o in quel caso particolare, ma se ci sono di mezzo i figli, è necessario comprare a rate, perché loro vogliono la playstation e altri giocattoli, e se non ci sono i soldi, come si fa?
In primo luogo, occorrerebbe avere il coraggio di dire che fare i figli non è obbligatorio, per cui se non si disponse della ricchezza sufficiente a crescerli senza problemi e a garantire loro un futuro di benessere (ovviamente, anche senza la playstation!), sarebbe a mio avviso più sensato non farli. In secondo luogo, è molto più educativo insegnare ai figli il valore delle cose e del denaro, e dir loro chiaramente e semplicemente: "costa troppo", o "non ho i soldi", piuttosto che accontentarli in tutto. Altrimenti i figli da grandi ripeteranno gli errori dei genitori e diventeranno anche loro dei consumatori compulsivi, delle "tasche bucate", come è ormai oggi la maggior parte delle persone, anche se non se ne accorge.

domenica 14 marzo 2010

Nuovo scandalo Chiesa e pedofilia

Il recente non-scandalo (nel senso che ormai notizie del genere non stupiscono più) dei preti pedofili in Germania ha costretto anche i telegiornali italiani a far filtrare qualche notizia, se non altro perché il Vaticano, di fronte alla marea montante di notizie e polemiche in quello e in altri Paesi (ma naturalmente non in Italia) ha ritenuto di intervenire con dichiarazioni "rassicuranti" secondo le quali la Chiesa cattolica non sarebbe coinvolta nella pedofilia più delle altre chiese, e più della società civile, dove anzi i casi di pedofilia sarebbero di più (Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano).
(Insomma siamo più o meno al livello delle smentite di Berlusconi sulla D'Addario, riportate dal Tg1 senza che si fosse mai data la notizia del caso Berlusconi-escort).
Ora, a parte che queste dichiarazioni mostrano come ormai la Chiesa sia sulle difensive (con tanto di accuse di "accanimento" contro la stessa e il Papa), quello che sta emergendo è che l'abuso nei confronti dell'infanzia e dell'adoloscenza fosse diffuso praticamente in tutti i Paesi in cui la Chiesa ha una presenza consistente (e chissà cosa è accaduto in Italia). Inoltre, la cosa che emerge è che i maltrattamenti erano di ogni tipo, per cui non ci si può limitare ai soli abusi sessuali: anche laddove non vi era violenza sessuale, nei tanti collegi gestiti da preti e suore, sono stati diffusi e sistematici i maltrattamenti e gli abusi di tipo fisico e psicologico. Il fatto che la verità venga fuori soltanto ora, e che si aprano inchieste su ciò che è accaduto nei decenni passati, non deve stupire più di tanto, e semmai mostra come il mondo di oggi (almeno al di fuori dell'Italia) sia abbastanza laico da poter affrontare certi argomenti senza tabù.
La triste verità è che un tempo, se un bambino o un ragazzo avesse provato a denunciare le violenze subite da sacerdoti, non sarebbe stato creduto, l'inchiesta sarebbe stata insabbiata ecc. E qui si vede ancora una volta tutta la potenza dell'ideologia: quando si dice qualcosa che va contro l'ideologia dominante, l'atteggiamento tipico è il rifiuto, la negazione, anche se ciò che si dice è vero. E così le migliaia di bambini e ragazzi feriti (nell'anima ancora prima che nel fisico) in tutto il mondo sono solo l'ennesima vittima sull'altare della religione. Religione che continua a mietere vittime da secoli, tra guerre di religioni, crociate, inquisizioni, torture, roghi.
E il maldestro tentativo da parte del Vaticano di coinvolgere le altre religioni semmai mostra come sia la religione in sé, e non certo solo quella cattolica, ad essere intrinsecamente portatrice di violenza. Vi è anche chi ha ricordato come in realtà la maggior parte degli abusi sui bambini avvenga in famiglia: vero, e infatti anche la famiglia è un istituzione-tabù, uno degli idoli della società, che come tutti gli idoli esige le sue vittime da immolare.
Il fatto che per decenni (ma chissà cosa succedeva nei secoli passati...) la Chiesa abbia cercato di nascondere i casi di pedofilia e si sia limitata a trasferire i responsabili da una diocesi all'altra, non stupisce, se si entra nella logica della Chiesa stessa: in primo luogo, conta la sopravvivenza della Chiesa, contro possibili scandali che potrebbero mettere a repentaglio la fiducia da parte dei fedeli. Tutto il resto viene dopo. Del resto nella logica religiosa l'individuo non è visto come portatore di diritti, per cui gli eventuali abusi nei suoi confronti al massimo vengono derubricati a peccati. Ora, il peccato agli occhi di un cristiano può anche essere un fatto gravissimo, ma in ogni caso è qualcosa di cui si dovrà rendere conto a Dio, che sicuramente ricompenserà in qualche modo le vittime innocenti. Il fatto che nella logica cattolica la scala dei peccati sia così diversa rispetto a quello che è il senso comune moderno, dovrebbe far riflettere sulla frattura insanabile che ormai si è creata tra la Chiesa e la società civile: per la Chiesa ad esempio l'aborto è più grave della pedofilia.
Per quanto detto fino ad ora, i recenti richiami al celibato come alla causa degli abusi da parte dei preti non convince fino in fondo. Da tempo i sociologi hanno individuato nelle istituzioni chiuse e gerarchiche (carceri, caserme, collegi, famiglie ecc.) dei luoghi privilegiati di violenza. La presenza della religione (e dunque dell'autorità divina che si confonde con quella umana) conferisce un'arma in più a chi dispone del potere. E purtroppo la storia ci dice che chi dispone di un potere, prima o poi lo usa (e se può, ne abusa).

lunedì 8 marzo 2010

Le menzogne sulle donne


Ho l'impressione che quest'anno le celebrazioni dell'8 marzo siano state accompagnate da un carico di moralismo e ipocrisia persino superiori agli anni passati. Ormai le donne vengono celebrate senza remore come "migliori" degli uomini (riescono meglio in tutto quello che fanno, sono più sensibili ma anche più intelligenti), il che implica logicamente che gli uomini siano peggiori e dunque "inferiori" (ma se le cose venissero presentate così, si vedrebbe chiaramente l'impostazione razzistica del discorso). La cosa non spaventa perché tanto gli uomini hanno ancora il potere, per cui è facile concedere qualche elogio di troppo, per chi si accontenta...
Il richiamo alla parità dei diritti poi, è sacrosanto, ma se si vuole veramente che le donne (e tutti gli altri individui) siano liberi, occorrerebbe denunciare gli idoli della società moderna come tali, mentre su questo versante non si fa nulla, anzi si continua a lanciare segnali ben precisi, assegnando dei ruoli alle persone, soprattutto a quelle di sesso femminile. E così il tema ricorrente torna ad essere "come concili la famiglia e la carriera", che un tempo erano soltanto le domande banali che venivano rivolte a donne dello spettacolo, felicemente (si presupponeva) mamme e nello stesso tempo donne "realizzate", in carriera.
Sarebbe invece ora di dire, per una vera liberazione personale, che non è obbligatorio sposarsi, non è obbligatorio mettere su famiglia, non è obbligatorio "realizzarsi" attraverso il lavoro, non è obbligatorio essere belle ecc., e che anzi in genere quando ci si immola anche solo ad uno di questi "totem", si finisce per autoannullarsi, per diventare persone nervosi, tristi e stressate, se non del tutto esaurite. E' inutile parlare di parità dei diritti quando la pressione sociale costringe le persone ad uniformarsi a degli stereotipi. Se non si denunciano gli idoli della società moderna (famiglia, lavoro, denaro, successo), non si fanno passi avanti sostanziali. Anzi, la vita delle persone (e nel caso specifico delle donne) diventa ancora più dura: è ovvio che è più difficile conciliare esigenze così diverse, è più difficile essere nello stesso tempo donna in carriera, madre, moglie, sexy e giovanile oggetto di desiderio, e chi più ne ha più ne metta. Se una persona vuole veramente essere libera, dovrebbe abbandonare i ruoli che la società le impone, e fare solo ciò che veramente desidera, o considera veramente importante.

martedì 2 marzo 2010

La Cina ringrazia i Repubblicani

La Cina è ormai avviata verso la leadership mondiale. Ormai è solo questione di anni, o al massimo di decenni. Entro il 2050 la Cina diventerà la prima potenza economica mondiale. Forse era inevitabile, vista l'enorme popolazione cinese, ma sicuramente un grosso aiuto arriva da trent'anni a questa parte dal Partito Repubblicano americano. Tutto comincia negli anni '70, con l'affermarsi dell'ideologia neo-liberista, che viene fatta propria dai Repubblicani, i quali poi vincono le elezioni con Reagan (1980-1988) e Bush padre (1988-1992). Il sistema che introducono, basato su meno tasse e meno regole, e sulla liberalizzazione della finanza (vengono progressivamente smantellate le regole che erano stata poste negli anni '30 per evitare una nuova crisi come quella del '29), apparentemente funziona. Certo, i cittadini sono costretti a lavorare più che in Europa e sono meno protetti, se uno viene licenziato finisce per strada, le disuguaglianze sociali e la criminalità sono elevate, ma l'economia nel suo complesso tira, e il crollo dell'Unione Sovietica fa pensare che lo sforzo sia stato utile. Intanto però si accumula un grosso deficit federale. Strano, da parte di un partito portatore di un'ideologia dello stato leggero, che dovrebbe spendere poco. Ma c'è una voce di spesa che cresce senza controllo: le spese militari. Ovvio, si dirà, c'era da combattere la Guerra Fredda e da sconfiggere a distanza l'Unione Sovietica con la corsa agli armamenti. Vero.
Però dal 2000 (quindi 9 anni dopo la fine dell'Unione Sovietica) i Repubblicani riprendono il potere con Bush figlio. Il predecessore Clinton gli lascia uno Stato dalle finanze floride: non c'è deficit, lo Stato è in attivo. E cosa si mette a fare Bush? taglia di nuovo le tasse, soprattutto per i ricchi (ricalcando l'ideologia reaganiana secondo la quale se si lasciano i ricchi liberi di arricchirsi ulteriormente, poi le briciole cadranno su tutti), e nel contempo ricomincia ad aumentare le spese militari. Questa volta non c'è più l'Impero del Male da combattere, ma ecco che se ne trova un altro, anzi due: Saddam Hussein e il terrorismo. Meno entrate, più spese: Bush figlio scava un deficit enorme, e viene riconfermato nel 2004. Nel frattempo continua l'opera di smantellamento delle regole della finanza (proseguito per la verità anche sotto Clinton, anch'egli influenzato dall'ideologia neo-liberista, ma meno portato all'imperialismo militare), e la crisi del 2000, con lo scoppio della bolla della New Economy, viene "risolta" da Bush e dal suo alleato Greenspan, a capo della Federal Reserve, abbassando a zero i tassi di interesse, cioè drogando ulteriormente il sistema.
Intanto, dopo la caduta del Muro e con l'avvento della globalizzazione, con i capitali liberi di andare dove vogliono si verifica un colossale spostamento della produzione, con le corporations americane che sbarcano in Cina e in altri Paesi emergenti, perché preferiscono delocalizzare la produzione in posti più convenienti.
La Cina si ritrova così a diventare in pochi anni il centro mondiale della produzione di merci. All'inizio si limitano ad eseguire gli ordini, ma pian piano imparano come si fa, e cominciano a produrre da sé le merci di tutti i tipi, anche quelle più sofisticate, e a venderle al mondo. Grazie al neo-liberismo la Cina diventa il centro dell'economia mondiale.
Intanto il sistema sanitario americano continua a spolpare i cittadini risultando il più costoso del mondo (anche se non copre 45 milioni di americani), e dunque risultando insostenibile per l'intero Paese (a causa dei costi troppo elevati vanno sul lastrico parecchie aziende, oltre parecchie famiglie dove c'è qualcuno che si ammala).
Intanto il marketing e la pubblicità onnipresente continuano a indurre i "consumatori" americani a consumare il più possibile, indebitandosi fino al collo. La bolla immobiliare spinge verso l'alto i prezzi delle case, e la gente si indebita ancora di più (credendo invece di essere più ricca, perché i mutui vengono rinegoziati verso l'alto e vengono usati a mo' di prestito). A causa della politica che ha favorito le aziende e i ricchi a scapito dei lavoratori, i salari e gli stipendi non crescono da trent'anni, ma niente paura: la bolla delle Borse fornisce il denaro mancante per continuare a consumare alla grande. Gli Americani consumano così tanto che il Paese è costretto ad importare un'enorme quantità di merci dall'estero. Si sommano così debito privato, debito pubblico e debito estero. Ma l'economia sembra andare bene, il Pil cresce, la Borsa sale (secondo l'ideologia neo-liberista, l'importante è che il Pil cresca e la Borsa salga).
E così si arriva al 2008. Arriva la crisi, e di colpo la Borsa crolla, milioni di americani perdono il lavoro, grandi banche e aziende rischiano di fallire e devono essere salvate dallo Stato. Il Pil non sale più. Il deficit pubblico arriva alle stelle. Oggi l'America è un Paese sostanzialmente fallito, che non dichiara bancarotta solo perché la sua moneta, il dollaro, è ancora la moneta di riserva mondiale.
Altri Paesi, come la Cina e il Giappone, sono pieni di dollari, e cominciano a fare shopping tra le aziende americane. Nel pieno della crisi, gli americani decidono di votare per Obama. E' intelligente e affidabile, parla bene e sembra dotato di un grande senso morale. Bush e i Repubblicani vengono abbandonati perché vengono visti giustamente come responsabili del fallimento economico e militare (le guerra in Iraq e in Afghanistan non hanno portato grandi risultati, ma si sono rivelati soltanto un costo economico e in termini di vite umane).
Ci si aspetterebbe anche presso i Repubblicani un cambio della guardia, e uno spostamento verso posizioni più moderate. Se il Paese è in piena crisi, le persone ragionevoli dovrebbero collaborare per fare in modo di uscirne. Invece no.
Invece i Repubblicani, non paghi di aver portato il Paese alla catastrofe, fanno di tutto per ostacolare Obama. Non vogliono che faccia la riforma sanitaria. Lo accusano demagogicamente di aiutare Wall Street (loro che hanno da trent'anni basato la propria politica sugli interessi di Wall Street!) e di trascurare i cittadini. Non solo gli hanno lasciato in mano la patata bollente, ma adesso lo attaccano perché non ha la bacchetta magica e non riesce a risolvere tutti i problemi da loro stessi creati.
Se fossi un complottista e facessi propria la legge del sospetto crederei quasi che i Repubblicani siano pagati dai cinesi per distruggere l'America. Ma la spiegazione è molto più semplice. Il potere delle multinazionali e delle élite finanziarie sta distruggendo il Paese per un eccesso di ingordigia e bramosia.
La Cina, che non pensa solo a crescere ma anche a risparmiare, che non pensa solo a fare i soldi oggi ma anche a non diventare povera domani, che non pensa solo al presente ma anche al futuro, ringrazia. Prepariamoci al secolo cinese. L'America ha scelto di abdicare. Ma non si può dire che non se la sia cercata.

domenica 28 febbraio 2010

I Lombardi vittime di se stessi

Ogni volta che vado in Lombardia rimango stupito per il modo come è organizzato il territorio, che evidenzia uno stile di vita decisamente alienante. Il paesaggio è fatto di case, palazzi, capannoni, strade e centri commerciali. In pianura è ovunque così, non si riconosce dove finisce una città e dove inizia la campagna, e si passa da una città all'altra senza soluzione di continuità. Non esistono più spazi lasciati alla natura incontaminata. Non esistono spazi di aggregazione e di incontro per le persone. Oltre ai palazzi, ci sono le ville. Chi può, si compra la villa, isolandosi il più possibile dagli altri e mangiando ulteriori fette di territorio. Ma i centri commerciali sono la cosa più impressionante. Sorgono ovunque, anche in paesini di poche migliaia di abitanti. E sono enormi.
Sembra che per i Lombardi la vita sia tutta lavorare e fare shopping. Oltre che guardare la tv (magari i tg di Mediaset che esaltano questo bellissimo stile di vita con ampi servizi sulla gente che fa le file per i saldi...). Oltre che scappare nel week-end (in macchina, riempiendo le strade e contribuendo a sporcare l'aria), per sfuggire alla città e alla vita che loro stessi si sono costruiti, e in estate (in aereo, chi se lo può permettere, inquinando i cieli). Non a caso l'inquinamento è sempre elevato, ed è ai massimi livelli europei, senza che nessuno possa concepire un'alternativa (magari la gente si lamenta, ma non rinuncia allo stile di vita che poi provoca l'inquinamento). Siccome la città è invivibile la gente scappa e va a vivere il più lontano possibile dal luogo di lavoro. E poi è costretta tutti i giorni a fare da pendolare, riempiendo le strade e stressandosi nel traffico.
Oltre all'inquinamento e al traffico, un altro problema della Lombardia è la criminalità, aggravata non tanto dall'immigrazone in sé quanto dall'indifferenza dell'accoglienza e nella gestione delle persone (italiane e non). Se i soldi sono l'unica cosa che conta, si capisce che non ci sia tempo per pensare allo stare insieme e a risolvere i problemi propri e altrui.

Ma come è possibile che la regione più ricca d'Italia abbia deciso di vivere con una così bassa qualità della vita?

La scarsità di spazi di aggregazione è un sintomo e una causa dell'alienazione diffusa. L'indifferenza nei confronti dell'altro emerge chiaramente dagli episodi di cronaca che mostrano l'esistenza di gruppi di immigrati ammassati in ghetti. Non c'è tempo per pensare ai rapporti sociali, all'integrazione, all'organizzazione del territorio. Bisogna produrre! Il Veneto si trova più o meno nella stessa situazione. Capannoni, automobili (spesso di lusso), case, centri commerciali. Il fatto che in queste due regioni la Lega abbia il massimo dei voti non mi sembra casuale. La Lega esprime chiaramente il malcontento di una fetta importante della popolazione. In fondo però è strano che proprio la parte più ricca del Paese viva nel malcontento. La Lega cerca di dirottare questo malcontento individuando facili colpevoli: gli immigrati, il Sud, la globalizzazione. Come a dire: noi staremmo bene così, ma purtroppo il mondo non va come vorremmo. Ma se il mondo fosse tutto come il Lombardo-veneto, che mondo sarebbe? Non a caso in regioni dove la qualità della vita è superiore, come l'Emilia-Romagna, la Lega non sfonda. Forse la gente dovrebbe cominciare a pensare che non è del tutto vero il "noi staremmo bene così". Forse è proprio "la nostra gente" che dovrebbe cominciare a pensare che i soldi e i vestiti non sono tutto.