
Il ritorno di Veltroni, due anni dopo le elezioni che lo videro sconfitto da Berlusconi (ma per la sinistra una sconfitta onorevole è quasi una vittoria), con il famigerato documento già firmato da 75 parlamentari, agita le acque del Pd. I più maligni si saranno già chiesti: ma non doveva andare in Africa?
Il problema è che in questo Paese i politici si ritengono indispensabili, soprattutto se sono sulla scena da decenni, e nella vita non saprebbero cosa altro fare, se non si occupassero di politica. In altri Paesi chi perde le elezioni va a casa, e non muore nessuno.
Per questo motivo, le divisioni all'interno del Pd, tra D'Alema e Veltroni, e tra dalemiani e veltroniani, sono più che altro di facciata. Li accomuna, infatti, l'intento di non mollare mai, di rimanere sempre e comunque nella classe dirigente, convinti che, senza di loro, il mondo crollerebbe.
Poiché però con questa classe dirigente (come aveva già profetizzato Nanni Moretti molti anni fa), la sinistra non vincerà mai, ecco che ci si pone la spinosa questione: cosa fare per arrivare a vincere (senza ovviamente andare a casa)? Le opzioni sono due: l'opzione-D'Alema (allearsi con cani e porci pur di raggiungere il 51% dei voti, non importa cosa succede dopo, tanto siccome noi siamo più furbi, i nostri alleati li sapremo manovrare a nostro vantaggio), e l'opzione-Veltroni (prendere un leader esterno al partito per far finta di essere capaci di rinnovarsi e aperti alla società civile). A nessuno di loro viene in mente che il problema principale del Pd è di essere una oligarchia, in cui l'intera classe dirigente non ha più la fiducia della sua stessa base elettorale, dopo aver governato due volte (1996-2001 e 2006-2008) senza essere riusciti a fare le rifome importanti per il Paese (escluso l'ingresso in Europa del primo governo Prodi, non a caso mandato subito dopo a casa da D'Alema e Bertinotti, nel 1998), e senza essere riusciti a superare l'anomalia berlusconiana. E così il Pd, nonostante la crisi berlusconiana, continua a navigare nei sondaggi intorno al poco promettente 26%. Per questo Veltroni ha ritenuto di dover tornare per dare il suo contributo, riportando in auge i suoi famosi "ma anche": ci rinnoviamo ma anche siamo sempre gli stessi, non vogliamo alleanze con la sinistra radicale ma anche sì, siamo nuovi ma anche vecchi. I "ma anche" di Veltroni, come il suo cosiddetto buonismo, sono il risultato dell'incapacità di sciogliere i nodi e le contraddizioni in cui si dibatte il Pd da quando è nato. Ormai fanno parte del dna della sua classe dirigente. Per sopravvivere ha bisogno di contraddirsi, di essere una contraddizione vivente.
A questo punto la ricetta del sindaco di Firenze Matteo Renzi (rottamare in toto la classe dirigente del Pd) appare l'unica possibile, prima dello sfacelo definitivo.