mercoledì 14 ottobre 2015

Renzi, Mr. Deficit e il declino dell'Italia

Le recenti promesse di Renzi di abolire la tassa sulla prima casa, e di operare nei prossimi anni delle riduzioni più consistenti delle imposte sui redditi, assomigliano molto alle promesse che faceva Berlusconi. Innanzi tutto, il primo provvedimento è quello meno costoso, mentre le riduzioni più sostanziose vengono rinviate ai prossimi anni, il ché fa dubitare che la promessa possa essere mantenuta. E, cosa ancora più grave, come faceva lo stesso Berlusconi, non si spiega in che modo si troveranno le coperture, ma si rimane sul vago o ci si affida alla speranza di una crescita futura del Pil. Nel frattempo, l'unica misura che veramente si dovrebbe fare se si vogliono ridurre le imposte, cioè la riduzione della spesa pubblica, non viene fatta. Già l'anno scorso, mettendo nel cassetto la spending review di Cottarelli, Renzi fece capire che non aveva veramente la voglia/la capacità di ridurre gli sprechi e di razionalizzare la spesa pubblica, che è una delle cause della scarsa crescita italiana, dato che per mantenerla si è arrivati ad una pressione fiscale insostenibile, da paese scandinavo, ma senza avere in cambio i servizi dei paesi scandinavi.



Una pressione fiscale che secondo i dati dello stesso governo non è diminuita negli ultimi due anni, contrariamente a quanto va dicendo Renzi (gli 80 euro, "abbiamo abbassato le tasse" ecc).
Anche quest'anno poi è chiaro che Renzi non intende fare una vera spending review, che nel frattempo è stata affidata a Gutgeld e dovrebbe valere pochi miliardi, che non intende aggredire gli sprechi delle migliaia di società partecipate, a cominciare dalle romane Atac e Ama, che hanno debiti per centinaia di milioni e sono piene di dirigenti strapagati e dipendenti che non hanno nulla da fare.
Ora però Renzi sostiene che l'Italia "è ripartita", e che sta tornando "protagonista in Europa". I dati però raccontano un'altra storia. Sia quest'anno che l'anno prossimo il Pil italiano crescerà poco, e comunque meno della media europea, esattamente come fa da vent'anni a questa parte. Quindi c'è una ripresa, ma solo perché c'è in tutta Europa, non c'è nessuna virtù particolare dell'Italia. L'Italia continua a perdere punti di Pil rispetto agli altri paesi europei, cioè continua a declinare.
Ora però Renzi si è inventato la possibilità di fare più deficit rispetto a quanto concordato con l'Europa negli anni precedenti, e si è auto-attribuito il diritto di usufruire della fantomatica "flessibilità", che l'Europa concederebbe (?) in cambio di riforme (quali?). Ora, dato che il deficit è esattamente quello che l'Italia ha fatto dal 1965 al 1995, ottenendo come risultato un debito pubblico mostruoso, non si capisce perché questa volta dovrebbe essere diverso, cioè non dovrebbe semplicemente aumentare il debito, che si tradurrà in nuove tasse nei prossimi anni. Sempre che l'Europa approvi la manovra, ma rimane il fatto che la scelta di fare deficit è la prova che anche Renzi non è in grado di risanare l'Italia. Il deficit è una prova di disperazione, è l'arma di chi non riesce a rendere più efficiente la macchina dello stato, ma ha bisogno di ottenere (leggi: comprare) consenso attraverso la distribuzione di benefici agli elettori (o ad alcuni di essi).
Tra l'altro l'abolizione della tassa sulla prima casa per tutti è una misura regressiva, che favorisce i ricchi e i benestanti, oltre che gli anziani e i maturi (che in genere sono i proprietari delle case) rispetto ai giovani. E questo è già un paese per vecchi, quello con la spesa pensionistica più alta.
Poi ci si stupisce che il Pil non cresce, che la disoccupazione giovanile è tra le più alte d'Europa, e che i giovani (quelli non raccomandati e figli di papà) continuano ad andare via dall'Italia.
Dunque, a dispetto dell'immaginifica narrativa renziana, il declino dell'Italia continua. Peccato, si tratta dell'ennesima occasione persa. O forse dell'ultima.







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