L'economista britannico John Maynard Keynes aveva spiegato come durante le crisi fosse utile sostenere la domanda con iniezioni di spesa pubblica, ma questa politica, che può avere un senso nelle epoche di crisi, fu utilizzata dai governi italiani a partire dalla metà degli anni '60, quando si accorsero che il boom era finito e la spinta propulsiva della crescita sostenuta stava venendo meno. E così decisero di stimolare l'economia con un aumento della spesa pubblica, non supportato da un adeguamento dell'imposizione fiscale. Una volta messa in moto la macchina della spesa pubblica, che nel tempo andava aumentando, gradualmente il livello delle tasse cominciò a crescere per inseguire la spesa pubblica stessa, ma non raggiungendola mai, si provocò un deficit strutturale che durò all'incirca trent'anni, dal 1965 al 1995. Quella che doveva essere un'arma da usare nelle epoche di crisi e poi rimettere nel cassetto, è diventata una sorta di doping permanente.
Solo a partire dal 1992, con la crisi della lira e il Trattato di Maastricht, si dovette porre un freno a questa politica, riducendo il deficit su livelli più contenuti. Intanto il debito pubblico era arrivato al 125% sul Pil, risultando tra i più alti d'Europa. Da quel momento l'Italia ha smesso sostanzialmente di crescere, risultando incapace di produrre una ricchezza aggiuntiva senza la droga del deficit.
Ancora oggi ci portiamo dietro il fardello del debito pubblico, ma non solo: cosa ancor più grave, ci portiamo dietro le distorsioni della spesa pubblica clientelare e inefficiente, basti pensare alle pensioni baby, alle pensioni d'oro, ai troppi centri di spesa senza controllo, ai molti dipendenti pubblici che non hanno nulla da fare, ai costi della politica più elevati che negli altri paesi ecc.
Anche la corruzione è in un certo senso una forma distorta di spesa pseudo-keynesiana: se quello che conta è "sostenere la domanda", va bene anche dare e ricevere mazzette, purché si facciano "girare i soldi".
Contrariamente a quanto normalmente si crede, tutto questo è stato voluto: dalle regioni alle province, dalle migliaia di municipalizzate inefficienti e in perdita, tutto questo sistema è stato voluto dai politici, non solo per alimentare le clientele ed assicurarsi la rielezione, ma anche perché alla base c'era la convinzione che comunque si sarebbe fatta "girare l'economia".
Fintanto che il debito pubblico era basso, il mondo cresceva, e i giovani erano più dei vecchi, quindi la somma dei redditi era molto più elevata di quella delle pensioni, questo sistema poteva pure funzionare, ma intanto si andava accumulando il debito pubblico, a scapito delle generazioni future. La concorrenza internazionale non era elevata come oggi, e con le ricorrenti svalutazioni l'Italia recuperava competitività nei confronti degli altri paesi, ma questo non era sufficiente a fermare la crescita del debito pubblico, che prima o poi avrebbe presentato il conto.
Ma poi tutto questo perché veniva fatto? Per recuperare il gap con gli altri paesi, illudendosi che esistessero "pasti gratis". Eppure basta ragionare un attimo: se questo sistema funzionasse, il Messico potrebbe diventare ricco come gli Stati Uniti semplicemente stampando più moneta e spendendo di più nel settore pubblico, o la Bulgaria potrebbe diventare ricca come l'Austria ecc. Anzi, la prova che il gioco non funziona è data proprio dall'Italia: se fosse vero che il deficit crea da solo ricchezza, l'Italia oggi sarebbe il paese più ricco d'Europa.
Qualche settimana fa al programma di Michele Santoro erano ospiti Renato Brunetta e Federico Rampini, l'uno politico di Forza Italia (ex socialista), e l'altro giornalista economico di Repubblica. Ebbene, entrambi si sono detti d'accordo con le politiche "keynesiane", si spesa a deficit. Eppure in teoria dovrebbero trovarsi su sponde opposte. Ecco, questa è la prova che su certe scelte strategiche la destra e la sinistra condividono le stesse idee, e dunque sono state d'accordo nel portare avanti la stessa politica fallimentare. Del resto il presidente del consiglio che ha aumentato di più il debito pubblico è stato Berlusconi, ricalcando la politica del suo amico-predecessore Craxi, di finto liberismo associato ad una spesa pubblica inefficiente e clientelare.
Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'Italia dovrebbe andare in Europa a battere i pugni sul tavolo e reclamare il diritto a sforare il limite del 3% del deficit richiesto dai parametri di Maastricht. Come se fosse questo che serve all'Italia: spendere di più. Due anni dopo il governo Monti, abbiamo ancora mille parlamentari, che sono ancora i più pagati d'Europa, abbiamo ancora le province e i dirigenti pubblici più pagati d'Europa. Ogni volta viene presentata una spending review che poi non si attua perché si fa strategicamente cadere il governo.
Insomma, mentre l'Europa ci chiede di fare le riforme, noi non le facciamo, e però la accusiamo di essere la responsabile dei nostri problemi, impedendoci di spendere. Come se l'unico modo per rilanciare l'economia fosse aumentare la spesa pubblica. A nessuno viene in mente che la spesa pubblica potrebbe essere ridotta o riqualificata, che se si diminuisse la pressione fiscale potrebbero aumentare i consumi e gli investimenti, che se si riducesse la burocrazia e si velocizzassero i tempi della giustizia il sistema diverrebbe più efficiente. No, ogni volta che si pensa ai problemi economici, scatta il riflesso condizionato del "trovare soldi da spendere".
Lo pseudo-keynesismo, consistente nel credere che si debba strutturalmente operare in regime di deficit e che tutte le risposte debbano venire dalla spesa pubblica, continua a fare danni.
Un osservatorio indipendente sui fatti di cronaca, politica, attualità e cultura.
martedì 18 febbraio 2014
venerdì 31 gennaio 2014
Due Paesi da imitare
L'Argentina, quel Paese meraviglioso, quel faro dell'umanità, modello per Beppe Grillo e per altri geni della Rete, è di nuovo sull'orlo del baratro. L'inflazione, che secondo i bagnaini e altri sedicenti esperti di blog complottisti è una cosa bellissima e non crea problemi per il popolo, è arrivata al 24%, e stranamente il governo ha cercato di nascondere questo fatto requisendo l'istituto di statistica e truccando i conti, dichiarando così un più rassicurante 10%. A questo punto, qualcuno potrebbe telefonare alla presidenta Cristina Elisabet Fernández de Kirchner e avvertirla che secondo grandi esperti italiani, l'inflazione non da problemi. "Hola, chica!, non c'è bisogna che nascondi l'inflazione, noi negli anni '70 ce l'avevamo al 20% e stavamo benissimo, lo dice il Web, quindi ci devi credere!".
Un altro aspetto interessante della vicenda è la svalutazione del peso argentino. Anche qui, non si capisce come mai la Banca Centrale argentina stia cercando di sostenere la propria valuta, e abbia accettato di svalutarla soltanto come extrema ratio, per evitare una fuga dei capitali e un esaurimento delle riserve auree. Del resto anche l'Italia e i Paesi che in passato svalutavano, lo hanno sempre fatto a malincuore e soltanto per risolvere dei problemi reali. "Hola chica, sono sempre io, guarda che i nostri esperti della Rete (e la Rete, come sai non sbaglia mai) dicono che svalutare è una cosa bellissima. Quindi dacci dentro, svaluta e non avrai problemi! Cosa dici? altra inflazione? ma no, noi nel 1992 abbiamo svalutato e l'inflazione non è aumentata, quindi vai tranquilla, questo caso da solo è una prova definitiva. Perché lo sai, in ambito scientifico un caso da solo costituisce una prova. Vai tranquilla, siete in una botte di ferro!".
Un altra peculiarità del governo della presidenta, e che fa deliziare i nostri blogger complottisti, è la stampa di moneta per sostenere le spese improduttive e demagogiche dello Stato. Dovremmo farlo anche noi! gridano i blogger, sempre più spesso anche dalle arene televisive dove vengono invitati in qualità di grandi esperti. "La moneta è endogena", "monetizziamo il debito", "il debito dello stato è il risparmio dei cittadini"... bastano questi e altri slogan simili per risolvere tutti i problemi. "Lo stato non è come una famiglia, se spende più di quanto incassa, produrrà ricchezza, e tutti staranno meglio!" Con il piccolo particolare che si crea inflazione, che però abbiamo visto essere una cosa bellissima, e che lo stato poi aumenterà il debito e rischia di andare fallito. E anche questa è una cosa bellissima, vuoi mettere la soddisfazione di non pagare i debiti e fargliela vedere ai creditori che in genere sono sporchi capitalisti, per giunta stranieri, magari tedeschi? Quindi, usciamo dall'Euro e facciamo come l'Argentina, non paghiamo i debiti, ci riprendiamo la sovranità monetaria e stampiamo moneta, così Grillo e Barnard saranno felici.
Un Paese che sta ancora meglio dell'Argentina, perché sta spingendo ancora più avanti le geniali politiche che secondo la Rete dovremmo seguire pure noi, è il Venezuela. Qui il tasso d'inflazione (beati loro) è arrivato al 60%. Lo stato usa i proventi del petrolio distribuendo soldi alla gente ancor più che in Argentina, in modo che nessuno lavora più e non si produce più niente. Più o meno come vorrebbe Grillo col suo reddito di cittadinanza. In teoria si potrebbe importare tutto, ma nessuno vuole essere pagato nella moneta boliviana, e questo mi sembra profondamente ingiusto. Sarebbe come se noi tornassimo alla lira, svalutassimo, e gli esportatori stranieri storcessero il naso dicendo che preferivano essere pagati in Euro. Vergogna! Siete anti-italiani!
Ora in Venezuela non c'è più neanche la carta igienica.. meglio così, così saranno contenti anche gli ambientalisti della decrescita felice: mai più spreco di carta!
Il governo venezuelano giustamente accusa i venezuelani di fare un "cattivo uso" della moneta. Perché mai preferiscono gli sporchi dollari ai bellissimi bolivares? Anche il governo argentino accusa chi si rifiuta di essere pagato in pesos, di essere un traditore della patria. Ha ragione: vuoi mettere la soddisfazione di incassare una certa cifra, sapendo che tra un anno varrà il 25% in meno?
sabato 21 dicembre 2013
L'Italia non è un PIGS
Nel 2010 un oscuro ma valente economista scriveva:
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
"This suggests that external debt (be it private or public) rather than public debt per se should be a matter of concern.
Take Italy as a counterexample. As a matter of fact, Italy has withstood so far the global financial crisis, despite having a debt of around 120 GDP points. In 2007 its public debt was 117 GDP points, larger than the Greek one, but its external debt was only 21 GDP points (as compared to 104 GDP points in Greece). Another counterexample is provided by Japan, that has the largest public debt worldwide (over 200 GDP points, some 17% of world
GDP). Nobody is worried by a Japanese financial crisis, perhaps because Japan is also the largest net external creditor, with net foreign assets equal to about 50% of its GDP."
In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.
mercoledì 11 dicembre 2013
I mitici anni 70
Secondo i critici "di sinistra" dell'Euro, si dovrebbe uscire dall'Euro e tornare ad un sistema come quello degli anni '70, in cui la banca centrale era sotto controllo del governo, che poteva dunque farle stampare la moneta necessaria a sostenere le sue spese; se questo generava inflazione (infatti negli anni '70 l'inflazione era al 20%) secondo loro questo non costituiva un problema, perché con la scala mobile i salari recuperavano il terreno perduto con l'aumento dei prezzi. Infatti negli anni '70 il Pil cresceva, i salari reali crescevano, e dunque andava tutto bene. I problemi, sostengono sempre questi "opinionisti" della rete, sono sorti negli anni '80, o meglio a partire dal 1981, quando il "divorzio" tra Banca d'Italia e Tesoro spinse in alto i tassi di interesse. Il raddoppio del debito pubblico italiano degli anni '80 fu dunque dovuto al maggior tasso di interesse, e non alla spesa pubblica improduttiva o clientelare. Dunque, il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) viene riabilitato, la corruzione non c'entra niente, è tutta colpa della politica monetaria. Torniamo alla sovranità monetaria!
Ma cosa c'è di sbagliato in questa tesi?
Un piccolo particolare, e cioè che il debito pubblico cresceva anche negli anni '70. Magari meno che negli anni '80, ma cresceva anche negli anni '70, durante i quali passò dal 40% al 60%, il che significa che aumentò della metà. Questo da solo basta a smentire i sostenitori degli anni '70 come di un'epoca in cui tutto andava bene. E' infatti evidente come sul lungo periodo un sistema in cui il debito pubblico tende ad aumentare della metà ogni dieci anni sia insostenibile.
Guardando il grafico, si vede come l'aumento del debito pubblico si sia verificato più o meno in un periodo che va dal 1964 al 1994: all'interno di questo periodo è abbastanza inutile distinguere periodi "buoni" e periodi "cattivi", a meno che non si voglia decidere se sia meglio un calcio o un pugno.
Ma perché negli anni '70 il debito pubblico aumentava? semplice, perché lo Stato cercava di tenere in piedi con iniezioni di spesa pubblica un sistema che da solo non si reggeva.
E questo fa cadere anche la tesi secondo la quale la spesa pubblica si ripaga da sola, perché fa aumentare la domanda. In parte è vero che fa aumentare la domanda, ma evidentemente questo non è sufficiente a ripagare l'aumento della spesa. In pratica, non è vero che la spesa pubblica si autofinanzia sempre e comunque: lo fa solo se è produttiva, cioè se è finalizzata a costruire qualcosa che darà un ritorno economico. E questo è provato dal fatto che, ogni volta che un Paese ha dovuto sostenere un forte aumento della spesa pubblica per fare una guerra (come ad esempio gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il debito pubblico passò in pochi anni dal 40% al 120% del Pil) il debito pubblico ha conosciuto un forte aumento, anche se tutta la popolazione era impegnata a tempo pieno a lavorare.
Dunque, i sostenitori degli anni '70 come di un Paradiso economico si ingannano. Negli anni '70 lo stato spendeva a deficit, più di quanto incassasse, cioè la sua spesa non era produttiva, non generava valore, non generava un ritorno economico. Però siccome lo stato controllava la banca centrale, la usava per stampare la moneta di cui aveva bisogno, generando inflazione che in parte compensava l'aumento del debito. Dunque il debito cresceva sì, ma meno di quanto sarebbe stato se non avesse stampato moneta, perché stampando moneta scaricava una parte delle sue spese sui cittadini.
Dunque già negli anni '70 l'Italia cercava di nascondere sotto il tappeto il difetto di competitività che aveva rispetto agli altri paesi europei con iniezioni di spesa pubblica; negli anni '80 si cambiò paradigma, e venne ridotta l'inflazione separando Tesoro e Banca d'Italia e abolendo la scala mobile, ma per il resto non si affrontarono le radici del problema, cioè non si ridusse la spesa pubblica improduttiva, e dunque il debito pubblico continuò a crescere, a ritmi ancora superiori perché giustamente il mercato, cioè gli investitori italiani ed esteri, esigevano interessi elevati per ripagare il rischio di acquistare il debito di uno stato così poco affidabile. Dunque si fece, come al solito in Italia, una riforma a metà, anzi si posero le premesse per una riforma che poi non si fece. Invece gli Stati che non avevano un deficit strutturale, come la Germania, cioè non spendevano sistematicamente più di quanto incassavano, si finanziavano tranquillamente il loro debito sul mercato. Quindi i tassi di interesse elevati negli anni '80 non erano la causa del debito, ma la conseguenza di uno Stato con conti pubblici non a posto (cioè in deficit strutturale).
Nel 1992 con la crisi valutaria, cominciarono le manovre lacrime-e-sangue, che ridussero il deficit strutturale, ma lo fecero non riducendo (se non di poco) la spesa pubblica improduttiva, ma aumentando le tasse, e dunque condannando l'Italia ad una stagnazione che dura tuttora.
Che ci piaccia o no, non è possibile essere ricchi se non si è efficienti e produttivi. Purtroppo, spesso i desideri si scontrano con la realtà. Solo che gli adulti se ne rendono conto, e si adattano alla realtà dei fatti. I bambini no.
In ogni caso, anche se tutta questa ricostruzione fosse sbagliata, i teorici degli "anni-70-paradiso" dovrebbero spiegare come mai negli anni '70 il debito pubblico sia aumentato, contraddicendo le loro teorie farlocche sulla spesa pubblica sempre buona, sull'inflazione che non è un problema e sui tassi di interesse come unica causa del debito pubblico.
martedì 18 giugno 2013
Il Bagnaino
Gli italiani, si sa, sono sempre stati un popolo di commissari tecnici della Nazionale di calcio. Il bar è sempre stato il luogo in cui sfoggiare la propria competenza sui terzini fluidificanti e i mediani di spinta. Da quando c'è la Rete, si stanno diffondendo nuove figure di esperti, che pontificano sulle diverse branche dello scibile umano, nei forum e nei blog.
Gli esperti del Web non hanno mai studiato niente, in genere non sono laureati in niente, eppure, anzi proprio per questo, si ritengono ferratissimi su un determinato argomento, solo per aver letto qualche blog, spesso scritto a sua volta da esperti pari a loro. E così abbiamo gli esperti-non-laureati di fitness, di economia, di alimentazione ecc.
Il grillino è stato protagonista degli ultimi mesi, infestando il web con insulti e accuse di corruzione, nella migliore delle ipotesi morale, nei confronti di chiunque non fosse d'accordo con il Verbo di Beppe. Il grillino si ritiene in grado di governare meglio di chi fa questo per mestiere da una vita, e conosce la scienza meglio degli scienziati, perché a differenza dei politici e degli scienziati lui non è corrotto, mentre a differenza dei cittadini comuni, lui è informato.
In ambito più strettamente economico, si sta diffondendo un'altra figura di esperto, il seguace di Alberto Bagnai, l'economista che considera "scientificamente provato" che dobbiamo uscire dall'Euro.
Se il grillino è l'anti-scientifico per eccellenza, il bagnaino è pseudo-scientifico, cioè usa argomenti che pretende siano scientifici, selezionando solo quelli che gli fanno comodo, per trarre conclusioni proprie. Il bagnaino crede che gli economisti mainstream non capiscono niente, che sono sporchi agenti del capitale, però utilizza le loro analisi per giungere alle proprie conclusioni indiscutibili.
Come il grillino crede che i vaccini fanno male, che Giuliani prevede i terremoti e che l'Aids non esiste, così il bagnaino crede che il debito pubblico è il risparmio dei privati e dunque più cresce e più si diventa ricchi, che se un Paese svaluta non ci sarà inflazione, che se lo Stato stampa moneta il Paese diventerà più ricco, che la spesa pubblica è buona per definizione, che la corruzione e gli sprechi pubblici non esistono o comunque non creano problemi, che se un Paese fa le riforme per diventare più competitivo è cattivo, mentre se non le fa e aumenta la spesa pubblica è buono ecc.
Il bagnaino crede che la Germania è cattiva e la Grecia è buona, che prima di entrare nell'Euro la Grecia e l'Irlanda erano Paesi ricchissimi e che sono stati impoveriti dall'Euro, che la crisi è causata dall'Euro, che i Paesi che non hanno l'Euro come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno benissimo, che l'Italia sarebbe un Paese enormemente ricco e competitivo, ma che è stato fatto entrare nell'Euro da una congiura degli industriali tedeschi e francesi, con la complicità di politici, economisti e imprenditori italiani i quali avrebbero portato il proprio Paese al macello, venendosi per un piatto di lenticchie. Il bagnaino crede poi che l'Euro favorisce la Germania e sfavorisce l'Italia, senza chiedersi perché questo accade. Siccome il suo guru è molto sfuggente sull'argomento, egli non se ne cura. Egli pensa che gli unici modi per rendere più competitiva un'economia siano abbassare i salari o svalutare la moneta. Eppure basterebbe leggere una pagina di Wikipedia per farsi un'idea un po' meno superficiale sull'argomento.
Inoltre, il bagnaino crede che le riforme magnifiche promosse dal loro guru sono state realizzate in Argentina, che infatti è un Paese ricco e felice. L'Argentina è il modello da seguire in primo luogo perché ha fatto default, non ha pagato i debiti punendo così i ricconi capitalisti, e inoltre ha avuto il coraggio di nazionalizzare alcune industrie e di chiudere la frontiera alle importazioni, riducendo il tasso di "liberismo" e dunque instaurando una vera democrazia popolare. Poco importa che il reddito medio dell'Argentina sia ancora molto più basso di quello dei Paesi europei, e che abbia un'inflazione molto alta e una penuria di alcuni beni: abbiate fede e vedrete che in futuro starà meglio!
Chi si intende un po' di economia sa che l'economia non è (ancora) una vera scienza, dal momento che presenta teorie diverse, anzi del tutto opposte, che spiegano gli stessi fenomeni da punti di vista molto diversi tra loro. Uno dei motivi è che in economia non è possibile fare esperimenti, e non resta che studiare le correlazioni tra i fenomeni, che però sono difficili da studiare perché ci sono moltissime variabili. Inoltre l'economia è una materia sensibile agli interessi umani, per cui è molto più facile rispetto ad altre discipline che si cerchino di dimostrare le proprie tesi spacciando le correlazioni spurie per rapporti di causa-effetto.
E così esiste una sola fisica, una sola biologia, una sola geologia, ma non esiste una sola economia. Certo, alcuni fenomeni sono stati studiati in maniera rigorosa e con i numeri, ed è stato possibile ricavare leggi anche in economia, ma soltanto in ambiti limitati e a certe condizioni, e quello che vale per un dato Paese e una data epoca non vale sempre. Invece il bagnaino crede che esista una sola economia, le cui leggi sono state studiate dagli economisti mainstream, ma il cui unico vero e autorizzato interprete è lui, il Bagnai. Per cui è stato Tizio a dire che l'Euro non può funzionare, è stato Caio a dire che non dobbiamo preoccuparci dell'inflazione, è stato Sempronio a dire che il debito pubblico non è un problema, ma la conclusione a tutto ciò, e cioè che dobbiamo uscire dall'Euro, fare default e tornare agli anni '70 è soltanto di Bagnai. Ma il bagnaino ci crede ciecamente, e non gli viene in mente che vi potrebbero essere altre strade, come ad esempio realizzare quell'unione politica e fiscale, che secondo gli stessi economisti mainstream che si usano solo quando fanno comodo sarebbe necessaria per mantenere in vita una unità monetaria, e soprattutto crede che chi non è d'accordo è stupido, ignorante o in malafede.
Comunque il bagnaino non ha sempre vita facile perché se la deve vedere con altri esperti del ramo, quali sono ad esempio i signoraggisti, i barnardiani, ecc. E' curioso: il Web consente alle persone di comunicare, di conoscere i punti di vista altrui, e invece di diventare più moderati e più aperti alle opinioni altrui, molti continuano a a credere di essere gli unici possessori della Verità Assoluta.
A scanso di equivoci, naturalmente non c'è niente di male nell'essere seguaci di questo o quello, ma è un po' ridicolo pretendere di avere capito tutto senza avere studiato le basi di un argomento. Questo è un effetto perverso del Web: siccome presenta una quantità impressionante di dati, opinioni, pareri, così molti pensano di essere dispensati dalla fatica di studiare, trovano la pappa pronta e devono solo scegliere quella che preferiscono, ignorando la differenza tra informazione e conoscenza.
Gli esperti del Web non hanno mai studiato niente, in genere non sono laureati in niente, eppure, anzi proprio per questo, si ritengono ferratissimi su un determinato argomento, solo per aver letto qualche blog, spesso scritto a sua volta da esperti pari a loro. E così abbiamo gli esperti-non-laureati di fitness, di economia, di alimentazione ecc.
Il grillino è stato protagonista degli ultimi mesi, infestando il web con insulti e accuse di corruzione, nella migliore delle ipotesi morale, nei confronti di chiunque non fosse d'accordo con il Verbo di Beppe. Il grillino si ritiene in grado di governare meglio di chi fa questo per mestiere da una vita, e conosce la scienza meglio degli scienziati, perché a differenza dei politici e degli scienziati lui non è corrotto, mentre a differenza dei cittadini comuni, lui è informato.
In ambito più strettamente economico, si sta diffondendo un'altra figura di esperto, il seguace di Alberto Bagnai, l'economista che considera "scientificamente provato" che dobbiamo uscire dall'Euro.
Se il grillino è l'anti-scientifico per eccellenza, il bagnaino è pseudo-scientifico, cioè usa argomenti che pretende siano scientifici, selezionando solo quelli che gli fanno comodo, per trarre conclusioni proprie. Il bagnaino crede che gli economisti mainstream non capiscono niente, che sono sporchi agenti del capitale, però utilizza le loro analisi per giungere alle proprie conclusioni indiscutibili.
Come il grillino crede che i vaccini fanno male, che Giuliani prevede i terremoti e che l'Aids non esiste, così il bagnaino crede che il debito pubblico è il risparmio dei privati e dunque più cresce e più si diventa ricchi, che se un Paese svaluta non ci sarà inflazione, che se lo Stato stampa moneta il Paese diventerà più ricco, che la spesa pubblica è buona per definizione, che la corruzione e gli sprechi pubblici non esistono o comunque non creano problemi, che se un Paese fa le riforme per diventare più competitivo è cattivo, mentre se non le fa e aumenta la spesa pubblica è buono ecc.
Il bagnaino crede che la Germania è cattiva e la Grecia è buona, che prima di entrare nell'Euro la Grecia e l'Irlanda erano Paesi ricchissimi e che sono stati impoveriti dall'Euro, che la crisi è causata dall'Euro, che i Paesi che non hanno l'Euro come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno benissimo, che l'Italia sarebbe un Paese enormemente ricco e competitivo, ma che è stato fatto entrare nell'Euro da una congiura degli industriali tedeschi e francesi, con la complicità di politici, economisti e imprenditori italiani i quali avrebbero portato il proprio Paese al macello, venendosi per un piatto di lenticchie. Il bagnaino crede poi che l'Euro favorisce la Germania e sfavorisce l'Italia, senza chiedersi perché questo accade. Siccome il suo guru è molto sfuggente sull'argomento, egli non se ne cura. Egli pensa che gli unici modi per rendere più competitiva un'economia siano abbassare i salari o svalutare la moneta. Eppure basterebbe leggere una pagina di Wikipedia per farsi un'idea un po' meno superficiale sull'argomento.
Inoltre, il bagnaino crede che le riforme magnifiche promosse dal loro guru sono state realizzate in Argentina, che infatti è un Paese ricco e felice. L'Argentina è il modello da seguire in primo luogo perché ha fatto default, non ha pagato i debiti punendo così i ricconi capitalisti, e inoltre ha avuto il coraggio di nazionalizzare alcune industrie e di chiudere la frontiera alle importazioni, riducendo il tasso di "liberismo" e dunque instaurando una vera democrazia popolare. Poco importa che il reddito medio dell'Argentina sia ancora molto più basso di quello dei Paesi europei, e che abbia un'inflazione molto alta e una penuria di alcuni beni: abbiate fede e vedrete che in futuro starà meglio!
Chi si intende un po' di economia sa che l'economia non è (ancora) una vera scienza, dal momento che presenta teorie diverse, anzi del tutto opposte, che spiegano gli stessi fenomeni da punti di vista molto diversi tra loro. Uno dei motivi è che in economia non è possibile fare esperimenti, e non resta che studiare le correlazioni tra i fenomeni, che però sono difficili da studiare perché ci sono moltissime variabili. Inoltre l'economia è una materia sensibile agli interessi umani, per cui è molto più facile rispetto ad altre discipline che si cerchino di dimostrare le proprie tesi spacciando le correlazioni spurie per rapporti di causa-effetto.
E così esiste una sola fisica, una sola biologia, una sola geologia, ma non esiste una sola economia. Certo, alcuni fenomeni sono stati studiati in maniera rigorosa e con i numeri, ed è stato possibile ricavare leggi anche in economia, ma soltanto in ambiti limitati e a certe condizioni, e quello che vale per un dato Paese e una data epoca non vale sempre. Invece il bagnaino crede che esista una sola economia, le cui leggi sono state studiate dagli economisti mainstream, ma il cui unico vero e autorizzato interprete è lui, il Bagnai. Per cui è stato Tizio a dire che l'Euro non può funzionare, è stato Caio a dire che non dobbiamo preoccuparci dell'inflazione, è stato Sempronio a dire che il debito pubblico non è un problema, ma la conclusione a tutto ciò, e cioè che dobbiamo uscire dall'Euro, fare default e tornare agli anni '70 è soltanto di Bagnai. Ma il bagnaino ci crede ciecamente, e non gli viene in mente che vi potrebbero essere altre strade, come ad esempio realizzare quell'unione politica e fiscale, che secondo gli stessi economisti mainstream che si usano solo quando fanno comodo sarebbe necessaria per mantenere in vita una unità monetaria, e soprattutto crede che chi non è d'accordo è stupido, ignorante o in malafede.
Comunque il bagnaino non ha sempre vita facile perché se la deve vedere con altri esperti del ramo, quali sono ad esempio i signoraggisti, i barnardiani, ecc. E' curioso: il Web consente alle persone di comunicare, di conoscere i punti di vista altrui, e invece di diventare più moderati e più aperti alle opinioni altrui, molti continuano a a credere di essere gli unici possessori della Verità Assoluta.
A scanso di equivoci, naturalmente non c'è niente di male nell'essere seguaci di questo o quello, ma è un po' ridicolo pretendere di avere capito tutto senza avere studiato le basi di un argomento. Questo è un effetto perverso del Web: siccome presenta una quantità impressionante di dati, opinioni, pareri, così molti pensano di essere dispensati dalla fatica di studiare, trovano la pappa pronta e devono solo scegliere quella che preferiscono, ignorando la differenza tra informazione e conoscenza.
lunedì 27 maggio 2013
Il Pd, partito di centro
Le ultime vicende politiche, tra cui l'appoggio al finanziamento delle scuole private in occasione del Referendum a Bologna, hanno mostrato come il Pd sia ormai (o forse lo è da tempo) un partito di centro. Da questo punto di vista non stupisce l'alleanza con Berlusconi e il Pdl per dar vita al governo Letta. Se in precedenza, nel pieno della tempesta finanziaria del 2011, poteva avere un senso appoggiare la nascita del governo Monti, il fatto che poi il Pd abbia mantenuto questa posizione (e abbia accettato che Monti facesse pagare la crisi soprattutto ai pensionati senza contrastare i privilegi) la dice lunga sulla sua natura.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.
venerdì 3 maggio 2013
La fine del PD
Le divisioni nel Partito Democratico emerse durante le votazioni per il Presidente della Repubblica, hanno messo in mostra la sostanziale incapacità da parte del partito di seguire un'unica linea politica. Negli ultimi mesi del 2012, la candidatura di Matteo Renzi alle primarie e il suo porre l'accento sulla questione anagrafica (il giovane rottamatore che vuole mandare a casa i vecchi), ha nascosto la vera questione, che è una questione politica: il Pd è diviso tra correnti fortemente ideologizzate, che non accetterebbero mai che il partito finisse nelle mani delle correnti che considerano troppo lontane. Lo ammise Massimo D'Alema quando disse che, qualora Renzi avesse vinto le primarie, avrebbe fatto una "battaglia" all'interno del partito. Sarebbe come se Hillary Clinton avesse dato battaglia contro Obama dopo aver perso le primarie. Interessante poi la scelta, da parte di D'Alema ma anche di Veltroni, di non candidarsi alle elezioni, senza però ritirarsi dalla politica, anzi, per poter agire con più libertà all'interno del partito. D'altro canto all'interno del Pd, sia nella classe dirigente che tra i simpatizzanti, c'è chi pensa che Renzi sia un "infiltrato di destra". Che ci possano essere posizioni diverse all'interno di un partito ci può stare, ma questo linguaggio mostra come il PD non si possa considerare un partito democratico come quello americano, un partito "liquido", cioè un partito poco ideologizzato la cui linea viene decisa da chi vince le primarie, senza veti e guerre interne.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
Iscriviti a:
Post (Atom)






