
In genere quando si parla delle crisi economiche, se ne attribuiscono le cause all'incapacità o alla cupidigia dei governi, come se le popolazioni non giocassero alcun ruolo nel modo come è organizzata una società, e quindi anche della nascita delle crisi stesse.
Io invece penso il contrario, non soltanto perché, come si sa, in democrazia un Paese ha la classe dirigente che si merita, nel senso che i politici provengono dalla società e vengono da essa votati, ma anche perché nello specifico il carattere di un popolo ne determina gli errori e gli squilibri anche a livello politico.
Per questo non mi trovo d'accordo con di politici o comici che demagogicamente attribuiscono tutte le colpe ai politici, e fanno credere che il popolo sia perfetto. Non dovendomi candidare, posso dire quello che penso senza cercare di illudere o di blandire nessuno.
Alcuni esempi di recenti crisi o dissesti finanziari sono lampanti. La città di Parma, ad esempio, ha scoperto da poco di essere una delle più indebitate d'Italia, con un debito complessivo delle società partecipate del comune che si stima sui 600-700 milioni di Euro. Apparentemente, è tutta colpa del sindaco e dell'amministrazione. Ma il sindaco, che ora i critici definiscono "un ex Pr lampadato", è stato votato dai Parmigiani (con la presentazione di Berlusconi, una garanzia di affidabilità), ed è stato votato in virtù di un programma che prevedeva grandi opere, tra cui un ponte faraonico su un torrente, e persino la metropolitana. In fondo il carattere tipico della città, dove si dà molta importanza all'apparire e allo sfoggio di ricchezza, sono alla base di questo desiderio di grandezza, che ha generato (insieme naturalmente ad uno scarso senso etico, in fondo connesso alla stessa apparenza) l'attuale dissesto. Altri fallimenti famosi nel settore privato della città, come il crack della Parmalat, ad oggi il più grande della storia d'Europa, ricordano il carattere di città ducale di Parma, che vuole essere più grande di quello che è, in ricordo del suo ruolo di capitale, sia pure di un piccolo ducato.
Che dire poi del fallimento della Grecia? Qualche anno fa, in occasione delle Olimpiadi, un'amica greca che viveva in Italia mi disse: "vedrai che i Greci cercheranno di entrare negli stadi senza pagare, la mentalità è quella". E sul Venerdì di Repubblica, tra le dichiarazioni dei cittadini greci intervistati sull'attuale crisi, spiccava una risposta che suonava più o meno così: "il cittadino ha il diritto di essere stupido e ignorante, lo stato lo deve proteggere". Dove si vede il vizio, tipicamente mediterraneo, di aspettarsi dallo Stato più di quanto si sia disposti a dare. Del resto, se in Grecia l'evasione fiscale è molto più alta mentre l'età pensionabile è molto più bassa che in Germania, questo dirà qualcosa della mentalità greca, o sarà sempre soltanto colpa del governo? Del resto, è vero che il precedente governo aveva truccato i conti, ma questo è stato fatto seguendo l'andazzo di una società che ha interpretato l'ingresso nell'Euro come una festa, cioè come la possibilità di moltiplicare le spese scaricando le responsabilità su altri. E ora che le cose vanno male molti attribuiscono tutte le colpe all'Europa e alla Germania...
Anche il (per ora solo ipotetico) fallimento degli Stati Uniti dice molto sulla mentalità americana: l'enorme debito pubblico è stato accumulato a causa delle spese militari, dovute al desiderio dell'America di essere il poliziotto (o lo sceriffo) del mondo, cioè di dominarlo invece di pacificarlo, accostato alla volontà di stendere ponti d'oro e tappeti rossi per i ricchi, in una società dove il 16% crede di far parte dell'1% più ricco, e in cui il denaro è per moltissime persone il valore fondamentale, lo scopo della vita. Dunque, lo Stato è nemico (anche se non si rinuncia certo alla pensione o al pronto soccorso gratuito, per esempio), le tasse devono essere basse, per lasciare ai privati la possibilità di spendere il più possibile, i ricchi devono essere lasciati in pace e non devono contribuire perché sono "la crema della società" a cui tutti vorrebbero appartenere, però le spese militari non si toccano, anzi più sono alte, e meglio è. Per fare un paragone, in Svezia vige la mentalità opposta, di tipo egualitario: infatti là si dice che "nessuno si deve sentire molto migliore degli altri".
Tutto questo naturalmente serve per riflettere sulla situazione dell'Italia. E' chiaro che la mentalità di un popolo non riguarda tutti, ma è qualcosa di abbastanza diffuso da determinare le scelte individuali e collettive.
Se l'Italia fino a questo momento non è finita come la Grecia, è perché i difetti tipici dei popoli mediterranei, che hanno portato anche noi a scavare anche un enorme debito pubblico, sono stati compensati da una maggiore capacità produttiva, quindi una maggiore etica del lavoro, soprattuto in certe zone (il Nord). In altre parole, con tutto il rispetto, la Grecia non ha la Fiat, la Ferrari o la Ferrero. Ora però che le imprese vengono spremute per tenere in piedi l'enorme macchina statale, se non si comincia seriamente a tagliare i costi dello Stato, anche se non andremo falliti, saremo condannati a tirare a campare, a sopravvivere in un lento ma inesorabile declino.