sabato 7 giugno 2014

Il Fiscal Compact: un cappio al collo?

Negli ultimi tempi si parla molto del Fiscal Compact, cioè di quel trattato, sottoscritto nel 2012/2013 dai Paesi dell'area Euro, che impone ai singoli Paesi di rispettare alcune regole di bilancio a partire dal 2016, dal pareggio di bilancio da conseguirsi ogni anno, alla riduzione del debito pubblico, fino a portarlo al 60% in venti anni.
Un aspetto interessante è che in Italia si parla di Fiscal Compact più che negli altri Paesi europei, e alcune forze politiche lo hanno usato come argomento durante la campagna elettorale per le europee.
In un certo senso ciò è comprensibile, perché l'Italia è uno dei Paesi con il debito più alto, quindi la richiesta di abbassarlo, portandolo al 60% in vent'anni, si traduce per l'Italia in una maggiore attenzione ai conti pubblici, rispetto a Paesi che partono con un debito più basso.


                                                       (dal blog di Beppe Grillo)

Tra le posizioni più radicalmente contrarie si distingue quella di Beppe Grillo, secondo cui "Il Fiscal Compact ammazza l'Italia", perché ci costringerebbe a fare una manovra da 50 miliardi l'anno per vent'anni (scrive Grillo: "In questa situazione il Fiscal Compact, che taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all'anno per vent'anni in mancanza di una fortissima crescita, del tutto impossibile, è irrealistico. Consegnerebbe l'Italia alla miseria con tagli neppure immaginabili alla spesa sociale, dalla scuola alla sanità, e ucciderebbe ogni possibilità di ripresa. Il Fiscal Compact lo ha firmato il signor Rigor Montis e lo ha ratificato il parlamento delle larghe intese che lo ha sostenuto. Il Fiscal Compact lo paghino Berlusconi, il pdexmenoelle, Napolitano e Monti se vogliono. Il M5S lo cancellerà."). Se fosse vero questo, Grillo avrebbe sicuramente ragione, ma in questo caso ci dovremmo domandare: come è possibile che i governi europei abbiano sottoscritto un trattato simile? I paesi col debito più basso dovrebbero essere veramente sadici, a costruire un meccanismo che ucciderà le economie di quelli col debito più alto (a cominciare da Italia e Grecia), e questi ultimi dovrebbero essere veramente masochisti ad aver sottoscritto un vincolo così micidiale. Ma dato che le economie sono interconnesse, e che se crollasse un'economia grande come quella italiana, si trascinerebbe con sé il resto d'Europa, e potrebbe anche provocare una nuova crisi mondiale (come si temeva nel 2011, nell'anno dello spread, quando gli occhi del mondo erano puntati, con preoccupazione, sull'Italia), in ultima analisi, più che "criminale", il Fiscal Compact sarebbe una misura folle e suicida.

Tuttavia, a ben guardare le cose non stanno così. Infatti, in condizioni normali già da solo il pareggio di bilancio rende quasi automatica la diminuzione del debito pubblico: se ogni anno lo stato non si indebita ulteriormente rispetto agli anni precedenti, è sufficiente una modesta crescita per ridurre il debito, che ricordiamo, è la misura di un rapporto, cioè debito pubblico totale diviso per il prodotto interno lordo. Dunque, basta aumentare il denominatore, il Pil, che già il debito scenderà da solo. Non a caso, i Paesi che hanno avuto per un certo periodo una crescita economica sostenuta, si sono ritrovati con un basso debito, senza doverlo ridurre, ma solo perché era aumentato il Pil. Ne è un esempio l'Italia del boom economico, che vide diminuire il debito al di sotto del 40% sul Pil, anche se in assoluto la spesa pubblica cresceva, solo perché il Pil cresceva ancora di più.
Si potrebbe obiettare che siamo ben lontani dagli anni del boom, e che la crescita non si vede da tempo. Questo è vero, ma rimane il fatto che se non riprende un minimo di crescita, l'Italia è comunque destinata a finire male. Quindi, il Fiscal Compact ci sprona a crescere, cosa che comunque dovremmo fare anche se non ci fosse, se non vogliamo tornare ad essere un Paese povero.
Naturalmente, per crescere, un Paese ingessato come l'Italia, dovrebbe fare delle riforme, quindi viene il sospetto che chi si oppone al Fiscal Compact non vuole le riforme. Non a caso, fino a questo momento le maggiori critiche al Fiscal Compact sono venute dalla "vecchia sinistra" (Fassina, Vendola), da leader populisti (Grillo, Meloni), e da un leader conservatore come Berlusconi, che nel corso dei suoi lunghi anni di governo si è distinto per non aver fatto riforme che rendessero più efficiente la pubblica amministrazione, e capace di far crescere l'economia italiana.

Un altro aspetto da considerare, è che il rapporto debito/Pil si riferisce al Pil nominale, che in presenza di inflazione, può crescere anche se non cresce la ricchezza reale. Se io l'anno scorso ho guadagnato 100.000 Euro, e quest'anno ne guadagno 102.000, il mio reddito nominale è aumentato del 2%, ma se nel frattempo anche l'inflazione è aumentata del 2%, il mio reddito reale è rimasto lo stesso. Ma se nel frattempo devo pagare le rate del mutuo, ad esempio di 500 Euro al mese, rispetto al mutuo la mia ricchezza è ufficialmente cresciuta, quindi il mio debito è diminuito.
Come si sa, l'inflazione è la peggiore nemica dei creditori (in questo caso la banca che mi ha erogato il mutuo), che si vedono ridurre il valore reale del loro credito, anche se viene regolarmente rimborsato, ed è la migliore amica dei debitori, che si vedono ridurre il valore reale del loro debito, che quindi possono rimborsare con meno problemi.
Non a caso il governo giapponese di Shinzo Abe ha deciso qualche tempo fa di aumentare l'inflazione, o almeno ci ha provato, facendo stampare alla banca centrale un'enorme quantità di moneta. E questo dovrebbe far riflettere quelli che sostengono che il debito non è un problema e che il Giappone con il suo debito al 240% è una prova che ci si può convivere benissimo. Il debito pubblico è comunque un problema, solo che ci sono diversi modi per ridurlo. Usare l'arma dell'inflazione, come sta facendo il Giappone, è un modo per scaricarlo sulla popolazione in maniera subdola, riducendo il potere d'acquisto dei cittadini.
Comunque, anche rispetto all'inflazione, si potrebbe obiettare che in un'Europa a guida tedesca, e con la Bce che ha lo scopo di tenere l'inflazione sotto al 2%, è difficile che si crei un'inflazione notevole. Questo è vero, ma il combinato di una leggera inflazione e di una leggera crescita, in presenza di un pareggio di bilancio, sono già sufficienti a ridurre il debito pubblico rispettando il Fiscal Compact, senza ricorrere a quelle manovre lacrime-e-sangue paventati da alcuni.
In questo grafico interattivo si vede come non ci vogliano miracoli che rispettare il vincolo. Come si vede, è sufficiente un'inflazione all'1% e una crescita reale all'1,2%  per rispettare il vincolo.

Si possono modificare le singole voci per vedere come varierebbe l'andamento al variare di esse.

Con un'inflazione al 5%, si potrebbe rispettare il vincolo anche senza crescere, e anche se i tassi di interesse salissero al 5%. Ovviamente questa sarebbe una condizione poco felice, perché la ricchezza reale degli italiani diminuirebbe, quindi di fatto lo Stato scaricherebbe il proprio debito sui cittadini:


Manipolando i dati, si vede come per rispettare il patto è comunque necessario avere un buon avanzo primario (primary surplus), il che significa che lo Stato non solo non deve fare nuovi debiti, ma deve persino avere più entrate che uscite, al netto degli interessi, e questo deve avvenire stabilmente per vent'anni. In queste condizioni non è facile crescere, perché lo stato, costretto ad avere più entrate che uscite, non può stimolare la crescita con nuovi investimenti, a meno che non sia estremamente efficiente e riesca a ridurre gli sprechi in maniera considerevole, liberando nuove risorse.
Ad esempio, in assenza di avanzo primario, anche in presenza di una crescita costante al 3% e di un'inflazione al 2%, il patto non verrebbe rispettato, anche se in vent'anni il debito scenderebbe comunque all'84%:


Quest'ultimo scenario non sarebbe affatto negativo, anzi sarebbe sicuramente migliore del primo: magari avessimo una crescita del 3% l'anno per vent'anni! D'altro canto una crescita del genere non si stabilisce per decreto, soltanto azzerando l'avanzo primario: il governo Berlusconi nel periodo 2001-2006 azzerò l'avanzo primario, eppure non riuscì a produrre nuova crescita. Quindi, per crescere non basta spendere: bisogna spendere bene.

In sintesi, ci possiamo chiedere: per un Paese come l'Italia, rispettare il Fiscal Compact sarà facile? No, se non facciamo le riforme, se non riprendiamo sia pur di poco a crescere, e se non diventiamo più efficienti. Sì, se facciamo tutte queste cose. Ma se non le facciamo, siamo destinati comunque ad un inevitabile declino.

Ma c'è un altro aspetto che non viene considerato dai critici del Fiscal Compact, e cioè che non sono state previste sanzioni automatiche ed effettive per i Paesi che non lo seguissero. Questo significa che, all'atto pratico, almeno per ora il Fiscal Compact funziona più che altro come obiettivo di massima. Insomma, la cosa importante è che i singoli Paesi si impegnino a raggiungerlo, quindi l'Unione Europea si sta comportando come una maestra che valuterà la buona volontà degli allievi, magari promuovendoli lo stesso o al massimo rimandandoli. In queste condizioni, la tanto vituperata Germania (cioè il governo Merkel) ha dato prova di realismo: sembra quasi che si accontenti che i singoli Paesi non aumentino ulteriormente i loro debiti, e ciò è assicurato dal vincolo del pareggio di bilancio, sempre che il Pil non continui a scendere, si intende.




venerdì 6 giugno 2014

Grillo e l'evasione fiscale

Se chiedessi ad un elettore o ad un simpatizzante del Movimento 5 Stelle se Grillo e il movimento intendono lottare contro l'evasione fiscale, sicuramente mi risponderebbe di sì. Eppure, ascoltando i discorsi di Grillo e leggendo il suo blog, si può notare una cosa un po' inquietante: Grillo non parla mai di evasione fiscale.
Magari però ci è sfuggito qualcosa, quindi per sicurezza facciamo una ricerca su google: nel blog di Grillo compare mai la parola evasione?


Come si può vedere, nel blog si parla di evasione, ma non nella cartella principale, dove compaiono i post di Grillo e Casaleggio, ma nelle cartelle interne, cioè nei forum delle liste civiche e nelle interrogazioni parlamentari. Andando avanti nelle pagine successive dei risultati di Google, si trovano, nei primi 50 risultati, tra i post principali, soltanto i seguenti articoli:
- Uno intitolato "Yacht ed evasione fiscale", del 2010, scritto per la verità da altri autori (Ferruccio Sansa, Marco Preve), ma che comunque compare nella cartella principale del blog. In questo post si denuncia il fatto che in Italia si trovano molti yacht battenti bandiere straniere, spesso di paradisi fiscali, e ciò viene fatto probabilmente per non pagarci le tasse.
- Un altro, intitolato "I veri evasori", del 2012, anch'esso non scritto da Grillo (l'autore è Paolo Cicerone), in cui si sostiene che la vera evasione non è quella degli artigiani e dei commercianti, cioè dei "piccoli", ma quella dell'economia criminale, delle grandi imprese e degli extracomunitari.
- Un articolo intitolato "Passaparola- L'Italia che evade", del 2012, firmato da Bruno Tinti, dove c'è effettivamente una trattazione abbastanza ampia sul tema, e l'evasione viene effettivamente considerata un problema, senza sottovalutare il problema o scusare qualcuno.
- Un articolo del 2010, intitolato "Lo spesometro", non firmato, quindi scritto probabilmente da Grillo o Casaleggio. Qui si parla dello spesometro, introdotto da Tremonti (chiamato "Tremorti"), che viene definito con un epiteto non proprio elogiativo, e viene presentato come uno strumento di vessazione per il piccolo contribuente, mentre il governo Berlusconi, con la complicità (ovviamente) del Pd (o Pd-l) varava lo scudo fiscale per proteggere i grandi evasori.

Ma voglio restringere la ricerca al periodo successivo al 31 ottobre 2013, cioè quando si avvicinavano le elezioni politiche e ormai il M5S era diventato un partito di rilevanza nazionale. Ecco cosa si trova:

- Un articolo del maggio 2014, intitolato: "Punto 6 programma elettorale M5S: Abolizione del pareggio di bilancio", firmato Sergio Di Cori Modigliani, dove è scritto che il Movimento 5 Stelle si oppone al pareggio di bilancio, perché è figlio di una dottrina "liberista", ed è una scusa per operare "tagli lineari" allo stato sociale. Sull'evasione fiscale si dice: "In un paese come l’Italia in cui l’evasione fiscale tocca la punta massima in Europa (quindi poche entrate) e la spesa di enti pubblici (cioè le uscite) raggiunge picchi vertiginosi (l’Italia ha il più alto numero di enti pubblici nel pianeta, il 90% dei quali è improduttivo, serve soltanto a dare posti di lavoro a tempo indeterminato alle clientele dei partiti verticali) parlare di pareggio di bilancio non ha alcun senso. Se esistesse la volontà politica, lo si potrebbe risolvere in un pomeriggio. Ma non c’è. Non c’è mai stata." Questo è molto interessante: alla vigilia delle elezioni europee, il blog di Grillo non dice che il pareggio di bilancio, che sarebbe utile per rimettere a posto i conti di un paese con un debito pubblico elevato come l'Italia, si deve raggiungere non con tagli lineari ma combattendo l'evasione fiscale e riducendo la spesa pubblica improduttiva. No: ci dice che il pareggio di bilancio non si deve fare, perché "non c'è la volontà politica" di combattere l'evasione e gli sprechi.
Che dire: evidentemente loro questa volontà non ce l'hanno. Essendo un partito che si candida alle elezioni, il Movimento 5 stelle ci dovrebbe dire se lui ce l'ha o no, questa volontà di combattere l'evasione, invece ci dice che non ce l'ha nessuno, quindi va bene così. E il post si conclude con: "Il Movimento 5 Stelle vuole abolire immediatamente tale parametro per consentire alla Banca d’Italia la possibilità di poter varare un piano di investimenti che rilanci l’economia.". Spero non significhi che secondo il Movimento 5 Stelle la Banca d'Italia dovrebbe stampare moneta, per pagare direttamente gli investimenti, ma comunque il concetto è chiaro: per loro la spesa pubblica deve aumentare, non deve diminuire.

Ma la prova definitiva che il Movimento 5 Stelle non considera l'evasione fiscale una priorità, si vede nel programma elettorale per le elezioni politiche del 2013, dove non c'è il minimo accenno all'evasione fiscale. Qualcuno potrebbe pensare che si sia trattato di una dimenticanza, ma in tal caso sarebbe una dimenticanza molto grave, che farebbe pensare che il programma sia stato scritto con i piedi. In ogni caso, ad oggi, dopo più di un anno, il programma non è stato aggiornato, e questa "dimenticanza" è rimasta tale.

Ma perché Grillo e il Movimento non vogliono ridurre l'evasione fiscale e non la denunciano come un problema? Il motivo è molto semplice: perché l'evasione è un comportamento illegale diffuso nella popolazione, mentre l'ideologia grillina prevede un popolo buono e onesto a cui si contrappone una "casta" di politici, grandi imprese e banche, che sarebbero responsabili di tutti i problemi dell'Italia. Dunque l'evasione viene sottaciuta perché farebbe crollare questa ideologia populista, e richiamerebbe la cosiddetta società civile alle sue responsabilità. Ma per i populisti, si sa, il popolo è puro e innocente, e le colpe sono sempre degli altri.



giovedì 20 marzo 2014

La bufala dell'acqua pubblica


A febbraio, durante l'incontro tra Renzi e Grillo, in occasione dei colloqui per la formazione del governo, Grillo ha impedito a Renzi di parlare, usando tra gli altri argomenti, quello secondo cui Renzi vorrebbe privatizzare l'acqua: "noi siamo i conservatori, noi vogliamo l'acqua pubblica tu la vuoi privatizzare", e questa frase l'ha detta due volte. "Tu sei una persona buona che rappresenta un potere marcio, che noi vogliamo cambiare totalmente".
Dunque la privatizzazione dell'acqua sarebbe uno degli "scandali" per cui Grillo si rifiuta di abbassarsi al livello dei partiti tradizionali, e con cui rifiuta ogni dialogo.
Ma in cosa consisterebbe questo scandalo della privatizzazione?
Nel 2011 si tenne un Referendum per abrogare una legge del 2009 che consentiva a società private di intervenire nella gestione, e non nella proprietà, dell'acqua. Infatti, per legge l'acqua appartiene al demanio pubblico, e la proprietà è una cosa diversa dalla gestione.
Ma quali sono i motivi per cui il comitato per l'acqua pubblica si è battuto per abrogare la legge? Per prima cosa, si notano considerazioni che sembrano più che altro folkloristiche o tutt'al più poetiche: l'acqua è pura, è buona, è dolce, è trasparente ecc. Con questo ragionamento anche la terra, che è madre, ci nutre, ci ospita ecc., dovrebbe essere resa pubblica, ma siccome nessuno ha il coraggio di chiedere una cosa del genere, si preferisce mettere un paletto su un bene molto meno rilevante dal punto di vista economico, quindi di fatto si fa un discorso di principio, che non cambia nella sostanza le cose, come spesso accade in Italia.
A parte questo, ciò che si è voluto impedire è che i privati ottenessero un profitto dalla gestione dell'acqua. Essendo l'acqua un bene comune, dicevano i promotori, non è giusto che sia fonte di profitto.
Ma cosa è meglio, che la gestione sia pubblica o privata? La questione non è così semplice come viene presentata, ma è complessa, comunque si possono fare alcune considerazioni generali.
Da un lato, il settore pubblico tende ad essere inefficiente (quanto meno in Italia), e non è neanche detto che non sia costoso. E i costi non sempre sono chiaramente individuabili, perché non è detto che tutti i costi legati alla gestione dell'acqua finiscano in bolletta: i dipendenti pubblici, magari assunti secondo logiche clientelari, o i dirigenti, magari troppo pagati, potrebbero essere pagati dallo stato senza che il cittadino se ne accorga, cioè con le sue tasse anziché con la bolletta dell'acqua.
Dall'altro lato, il settore privato tende ad essere efficiente solo se stimolato dalla concorrenza o da regole certe, e comunque richiede un profitto per poter lavorare.
Dunque, al di là del principio (su cui si può discutere, ma che all'atto pratico conta poco) se sia "giusto" o meno che un bene pubblico possa portare un profitto, è evidente come il diavolo si nasconda nei particolari, e quindi è comunque necessario che lo stato ponga delle regole e vigili sulla gestione dell'acqua (mentre in Italia in genere i controllori e i controllati coincidono). Non è cioè sufficiente che l'acqua sia pubblica, come sembrano far credere quelli che difendono l'acqua pubblica in maniera ideologica, rifiutandosi persino di discutere con chi la pensa diversamente.
E la pessima situazione italiana è lì a ricordarcelo: soprattutto al sud, le condutture sono un colabrodo, spesso l'acqua arriva razionata, non arriva per nulla o arriva cattiva e salata, mentre in alcune zone mancano i depuratori per cui le acque reflue vengono scaricate direttamente nei fiumi o in mare. La bolletta per i cittadini è più alta (rispetto alle zone dove funziona meglio) per avere un servizio peggiore.
E' stato calcolato che rimettere a posto tutta la rete costerebbe 2/4 miliardi l'anno per i prossimi 20/25 anni, cioè una cinquantina di miliardi in tutto. Prima o poi questi soldi qualcuno li dovrà tirare fuori. I privati, chiedendo (giustamente, se chiamati a contribuire) in cambio un profitto, oppure lo stato stesso (cioè i cittadini), sperando (o vigilando) che non ne approfitti per moltiplicare le spese, assumendo amici e parenti, facendo passare mazzette ecc.
Insomma, l'alternativa non è tra il paradiso e l'inferno, ma tra due situazioni che probabilmente non saranno molto diverse tra loro.
Ancora una volta la politica italiana, invece di pensare a risolvere i problemi reali, fa battaglie di principio, su questioni inutili, secondarie (chi dovrà gestire l'acqua) o del tutto inesistenti, facendole passare per questioni di vitale importanza, e le usa come armi per delegittimare gli avversari.
Come è evidente per chiunque abbia un po' di buon senso, la cosa importante per quanto riguarda l'acqua (e non solo) è come viene gestita, non chi la gestisce.

martedì 18 febbraio 2014

Lo pseudo-keynesismo che ha rovinato l'Italia

L'economista britannico John Maynard Keynes aveva spiegato come durante le crisi fosse utile sostenere la domanda con iniezioni di spesa pubblica, ma questa politica, che può avere un senso nelle epoche di crisi, fu utilizzata dai governi italiani a partire dalla metà degli anni '60, quando si accorsero che il boom era finito e la spinta propulsiva della crescita sostenuta stava venendo meno. E così decisero di stimolare l'economia con un aumento della spesa pubblica, non supportato da un adeguamento dell'imposizione fiscale. Una volta messa in moto la macchina della spesa pubblica, che nel tempo andava aumentando, gradualmente il livello delle tasse cominciò a crescere per inseguire la spesa pubblica stessa, ma non raggiungendola mai, si provocò un deficit strutturale che durò all'incirca trent'anni, dal 1965 al 1995. Quella che doveva essere un'arma da usare nelle epoche di crisi e poi rimettere nel cassetto, è diventata una sorta di doping permanente.
Solo a partire dal 1992, con la crisi della lira e il Trattato di Maastricht, si dovette porre un freno a questa politica, riducendo il deficit su livelli più contenuti. Intanto il debito pubblico era arrivato al 125% sul Pil, risultando tra i più alti d'Europa. Da quel momento l'Italia ha smesso sostanzialmente di crescere, risultando incapace di produrre una ricchezza aggiuntiva senza la droga del deficit.
Ancora oggi ci portiamo dietro il fardello del debito pubblico, ma non solo: cosa ancor più grave, ci portiamo dietro le distorsioni della spesa pubblica clientelare e inefficiente, basti pensare alle pensioni baby, alle pensioni d'oro, ai troppi centri di spesa senza controllo, ai molti dipendenti pubblici che non hanno nulla da fare, ai costi della politica più elevati che negli altri paesi ecc.
Anche la corruzione è in un certo senso una forma distorta di spesa pseudo-keynesiana: se quello che conta è "sostenere la domanda", va bene anche dare e ricevere mazzette, purché si facciano "girare i soldi".
Contrariamente a quanto normalmente si crede, tutto questo è stato voluto: dalle regioni alle province, dalle migliaia di municipalizzate inefficienti e in perdita, tutto questo sistema è stato voluto dai politici, non solo per alimentare le clientele ed assicurarsi la rielezione, ma anche perché alla base c'era la convinzione che comunque si sarebbe fatta "girare l'economia".
Fintanto che il debito pubblico era basso, il mondo cresceva, e i giovani erano più dei vecchi, quindi la somma dei redditi era molto più elevata di quella delle pensioni, questo sistema poteva pure funzionare, ma intanto si andava accumulando il debito pubblico, a scapito delle generazioni future. La concorrenza internazionale non era elevata come oggi, e con le ricorrenti svalutazioni l'Italia recuperava competitività nei confronti degli altri paesi, ma questo non era sufficiente a fermare la crescita del debito pubblico, che prima o poi avrebbe presentato il conto.
Ma poi tutto questo perché veniva fatto? Per recuperare il gap con gli altri paesi, illudendosi che esistessero "pasti gratis". Eppure basta ragionare un attimo: se questo sistema funzionasse, il Messico potrebbe diventare ricco come gli Stati Uniti semplicemente stampando più moneta e spendendo di più nel settore pubblico, o la Bulgaria potrebbe diventare ricca come l'Austria ecc. Anzi, la prova che il gioco non funziona è data proprio dall'Italia: se fosse vero che il deficit crea da solo ricchezza, l'Italia oggi sarebbe il paese più ricco d'Europa.

Qualche settimana fa al programma di Michele Santoro erano ospiti Renato Brunetta e Federico Rampini, l'uno politico di Forza Italia (ex socialista), e l'altro giornalista economico di Repubblica. Ebbene, entrambi si sono detti d'accordo con le politiche "keynesiane", si spesa a deficit. Eppure in teoria dovrebbero trovarsi su sponde opposte. Ecco, questa è la prova che su certe scelte strategiche la destra e la sinistra condividono le stesse idee, e dunque sono state d'accordo nel portare avanti la stessa politica fallimentare. Del resto il presidente del consiglio che ha aumentato di più il debito pubblico è stato Berlusconi, ricalcando la politica del suo amico-predecessore Craxi, di finto liberismo associato ad una spesa pubblica inefficiente e clientelare. 
Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'Italia dovrebbe andare in Europa a battere i pugni sul tavolo e reclamare il diritto a sforare il limite del 3% del deficit richiesto dai parametri di Maastricht. Come se fosse questo che serve all'Italia: spendere di più. Due anni dopo il governo Monti, abbiamo ancora mille parlamentari, che sono ancora i più pagati d'Europa, abbiamo ancora le province e i dirigenti pubblici più pagati d'Europa. Ogni volta viene presentata una spending review che poi non si attua perché si fa strategicamente cadere il governo.
Insomma, mentre l'Europa ci chiede di fare le riforme, noi non le facciamo, e però la accusiamo di essere la responsabile dei nostri problemi, impedendoci di spendere. Come se l'unico modo per rilanciare l'economia fosse aumentare la spesa pubblica. A nessuno viene in mente che la spesa pubblica potrebbe essere ridotta o riqualificata, che se si diminuisse la pressione fiscale potrebbero aumentare i consumi e gli investimenti, che se si riducesse la burocrazia e si velocizzassero i tempi della giustizia il sistema diverrebbe più efficiente. No, ogni volta che si pensa ai problemi economici, scatta il riflesso condizionato del "trovare soldi da spendere".
Lo pseudo-keynesismo, consistente nel credere che si debba strutturalmente operare in regime di deficit e che tutte le risposte debbano venire dalla spesa pubblica, continua a fare danni.

venerdì 31 gennaio 2014

Due Paesi da imitare


L'Argentina, quel Paese meraviglioso, quel faro dell'umanità, modello per Beppe Grillo e per altri geni della Rete, è di nuovo sull'orlo del baratro. L'inflazione, che secondo i bagnaini e altri sedicenti esperti di blog complottisti è una cosa bellissima e non crea problemi per il popolo, è arrivata al 24%, e stranamente il governo ha cercato di nascondere questo fatto requisendo l'istituto di statistica e truccando i conti, dichiarando così un più rassicurante 10%. A questo punto, qualcuno potrebbe telefonare alla presidenta Cristina Elisabet Fernández de Kirchner e avvertirla che secondo grandi esperti italiani, l'inflazione non da problemi. "Hola, chica!, non c'è bisogna che nascondi l'inflazione, noi negli anni '70 ce l'avevamo al 20% e stavamo benissimo, lo dice il Web, quindi ci devi credere!".
Un altro aspetto interessante della vicenda è la svalutazione del peso argentino. Anche qui, non si capisce come mai la Banca Centrale argentina stia cercando di sostenere la propria valuta, e abbia accettato di svalutarla soltanto come extrema ratio, per evitare una fuga dei capitali e un esaurimento delle riserve auree. Del resto anche l'Italia e i Paesi che in passato svalutavano, lo hanno sempre fatto a malincuore e soltanto per risolvere dei problemi reali. "Hola chica, sono sempre io, guarda che i nostri esperti della Rete (e la Rete, come sai non sbaglia mai) dicono che svalutare è una cosa bellissima. Quindi dacci dentro, svaluta e non avrai problemi! Cosa dici? altra inflazione? ma no, noi nel 1992 abbiamo svalutato e l'inflazione non è aumentata, quindi vai tranquilla, questo caso da solo è una prova definitiva. Perché lo sai, in ambito scientifico un caso da solo costituisce una prova. Vai tranquilla, siete in una botte di ferro!".
Un altra peculiarità del governo della presidenta, e che fa deliziare i nostri blogger complottisti, è la stampa di moneta per sostenere le spese improduttive e demagogiche dello Stato. Dovremmo farlo anche noi! gridano i blogger, sempre più spesso anche dalle arene televisive dove vengono invitati in qualità di grandi esperti. "La moneta è endogena", "monetizziamo il debito", "il debito dello stato è il risparmio dei cittadini"... bastano questi e altri slogan simili per risolvere tutti i problemi. "Lo stato non è come una famiglia, se spende più di quanto incassa, produrrà ricchezza, e tutti staranno meglio!" Con il piccolo particolare che si crea inflazione, che però abbiamo visto essere una cosa bellissima, e che lo stato poi aumenterà il debito e rischia di andare fallito. E anche questa è una cosa bellissima, vuoi mettere la soddisfazione di non pagare i debiti e fargliela vedere ai creditori che in genere sono sporchi capitalisti, per giunta stranieri, magari tedeschi? Quindi, usciamo dall'Euro e facciamo come l'Argentina, non paghiamo i debiti, ci riprendiamo la sovranità monetaria e stampiamo moneta, così Grillo e Barnard saranno felici.

Un Paese che sta ancora meglio dell'Argentina, perché sta spingendo ancora più avanti le geniali politiche che secondo la Rete dovremmo seguire pure noi, è il Venezuela. Qui il tasso d'inflazione (beati loro) è arrivato al 60%. Lo stato usa i proventi del petrolio distribuendo soldi alla gente ancor più che in Argentina, in modo che nessuno lavora più e non si produce più niente. Più o meno come vorrebbe Grillo col suo reddito di cittadinanza. In teoria si potrebbe importare tutto, ma nessuno vuole essere pagato nella moneta boliviana, e questo mi sembra profondamente ingiusto. Sarebbe come se noi tornassimo alla lira, svalutassimo, e gli esportatori stranieri storcessero il naso dicendo che preferivano essere pagati in Euro. Vergogna! Siete anti-italiani!
Ora in Venezuela non c'è più neanche la carta igienica.. meglio così, così saranno contenti anche gli ambientalisti della decrescita felice: mai più spreco di carta!
Il governo venezuelano giustamente accusa i venezuelani di fare un "cattivo uso" della moneta. Perché mai preferiscono gli sporchi dollari ai bellissimi bolivares? Anche il governo argentino accusa chi si rifiuta di essere pagato in pesos, di essere un traditore della patria. Ha ragione: vuoi mettere la soddisfazione di incassare una certa cifra, sapendo che tra un anno varrà il 25% in meno?

sabato 21 dicembre 2013

L'Italia non è un PIGS

Nel 2010 un oscuro ma valente economista scriveva:
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
"This suggests that external debt (be it private or public) rather than public debt per se should be a matter of concern.
Take Italy as a counterexample. As a matter of fact, Italy has withstood so far the global financial crisis, despite having a debt of around 120 GDP points. In 2007 its public debt was 117 GDP points, larger than the Greek one, but its external debt was only 21 GDP points (as compared to 104 GDP points in Greece). Another counterexample is provided by Japan, that has the largest public debt worldwide (over 200 GDP points, some 17% of world
GDP). Nobody is worried by a Japanese financial crisis, perhaps because Japan is also the largest net external creditor, with net foreign assets equal to about 50% of its GDP."

In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.

mercoledì 11 dicembre 2013

I mitici anni 70


Secondo i critici "di sinistra" dell'Euro, si dovrebbe uscire dall'Euro e tornare ad un sistema come quello degli anni '70, in cui la banca centrale era sotto controllo del governo, che poteva dunque farle stampare la moneta necessaria a sostenere le sue spese; se questo generava inflazione (infatti negli anni '70 l'inflazione era al 20%) secondo loro questo non costituiva un problema, perché con la scala mobile i salari recuperavano il terreno perduto con l'aumento dei prezzi. Infatti negli anni '70 il Pil cresceva, i salari reali crescevano, e dunque andava tutto bene. I problemi, sostengono sempre questi "opinionisti" della rete, sono sorti negli anni '80, o meglio a partire dal 1981, quando il "divorzio" tra Banca d'Italia e Tesoro spinse in alto i tassi di interesse. Il raddoppio del debito pubblico italiano degli anni '80 fu dunque dovuto al maggior tasso di interesse, e non alla spesa pubblica improduttiva o clientelare. Dunque, il famigerato Caf (Craxi Andreotti Forlani) viene riabilitato, la corruzione non c'entra niente, è tutta colpa della politica monetaria. Torniamo alla sovranità monetaria!
Ma cosa c'è di sbagliato in questa tesi?
Un piccolo particolare, e cioè che il debito pubblico cresceva anche negli anni '70. Magari meno che negli anni '80, ma cresceva anche negli anni '70, durante i quali passò dal 40% al 60%, il che significa che aumentò della metà. Questo da solo basta a smentire i sostenitori degli anni '70 come di un'epoca in cui tutto andava bene. E' infatti evidente come sul lungo periodo un sistema in cui il debito pubblico tende ad aumentare della metà ogni dieci anni sia insostenibile.
Guardando il grafico, si vede come l'aumento del debito pubblico si sia verificato più o meno in un periodo che va dal 1964 al 1994: all'interno di questo periodo è abbastanza inutile distinguere periodi "buoni" e periodi "cattivi", a meno che non si voglia decidere se sia meglio un calcio o un pugno.
Ma perché negli anni '70 il debito pubblico aumentava? semplice, perché lo Stato cercava di tenere in piedi con iniezioni di spesa pubblica un sistema che da solo non si reggeva.
E questo fa cadere anche la tesi secondo la quale la spesa pubblica si ripaga da sola, perché fa aumentare la domanda. In parte è vero che fa aumentare la domanda, ma evidentemente questo non è sufficiente a ripagare l'aumento della spesa. In pratica, non è vero che la spesa pubblica si autofinanzia sempre e comunque: lo fa solo se è produttiva, cioè se è finalizzata a costruire qualcosa che darà un ritorno economico. E questo è provato dal fatto che, ogni volta che un Paese ha dovuto sostenere un forte aumento della spesa pubblica per fare una guerra (come ad esempio gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, durante la quale il debito pubblico passò in pochi anni dal 40% al 120% del Pil) il debito pubblico ha conosciuto un forte aumento, anche se tutta la popolazione era impegnata a tempo pieno a lavorare.
Dunque, i sostenitori degli anni '70 come di un Paradiso economico si ingannano. Negli anni '70 lo stato spendeva a deficit, più di quanto incassasse, cioè la sua spesa non era produttiva, non generava valore, non generava un ritorno economico. Però siccome lo stato controllava la banca centrale, la usava per stampare la moneta di cui aveva bisogno, generando inflazione che in parte compensava l'aumento del debito. Dunque il debito cresceva sì, ma meno di quanto sarebbe stato se non avesse stampato moneta, perché stampando moneta scaricava una parte delle sue spese sui cittadini.
Dunque già negli anni '70 l'Italia cercava di nascondere sotto il tappeto il difetto di competitività che aveva rispetto agli altri paesi europei con iniezioni di spesa pubblica; negli anni '80 si cambiò paradigma, e venne ridotta l'inflazione separando Tesoro e Banca d'Italia e abolendo la scala mobile, ma per il resto non si affrontarono le radici del problema, cioè non si ridusse la spesa pubblica improduttiva, e dunque il debito pubblico continuò a crescere, a ritmi ancora superiori perché giustamente il mercato, cioè gli investitori italiani ed esteri, esigevano interessi elevati per ripagare il rischio di acquistare il debito di uno stato così poco affidabile. Dunque si fece, come al solito in Italia, una riforma a metà, anzi si posero le premesse per una riforma che poi non si fece. Invece gli Stati che non avevano un deficit strutturale, come la Germania, cioè non spendevano sistematicamente più di quanto incassavano, si finanziavano tranquillamente il loro debito sul mercato. Quindi i tassi di interesse elevati negli anni '80 non erano la causa del debito, ma la conseguenza di uno Stato con conti pubblici non a posto (cioè in deficit strutturale).
Nel 1992 con la crisi valutaria, cominciarono le manovre lacrime-e-sangue, che ridussero il deficit strutturale, ma lo fecero non riducendo (se non di poco) la spesa pubblica improduttiva, ma aumentando le tasse, e dunque condannando l'Italia ad una stagnazione che dura tuttora.
Che ci piaccia o no, non è possibile essere ricchi se non si è efficienti e produttivi. Purtroppo, spesso i desideri si scontrano con la realtà. Solo che gli adulti se ne rendono conto, e si adattano alla realtà dei fatti. I bambini no.
In ogni caso, anche se tutta questa ricostruzione fosse sbagliata, i teorici degli "anni-70-paradiso" dovrebbero spiegare come mai negli anni '70 il debito pubblico sia aumentato, contraddicendo le loro teorie farlocche sulla spesa pubblica sempre buona, sull'inflazione che non è un problema e sui tassi di interesse come unica causa del debito pubblico.