Un osservatorio indipendente sui fatti di cronaca, politica, attualità e cultura.
Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi. Mostra tutti i post
martedì 18 ottobre 2016
Renzi (e l'Italia) alla frutta
Sono passati ormai due anni da quando Renzi ha gettato la maschera, e ha dimostrato di non voler risanare l'Italia e farla ripartire, quando ha mandato a casa Carlo Cottarelli, il commissario alla spending review, e ha messo in un cassetto il corposo studio che aveva individuato diverse voci di spesa da ridurre, in modo da poter abbassare le tasse e far ripartire l'economia. Nel frattempo, Renzi aveva trovato due nuovi commissari alla spending review, Roberto Perotti e Yoram Gutgeld. Dei due, solo il primo era veramente interessato a ridurre la spesa pubblica improduttiva, e infatti dopo aver lavorato inutilmente per un po' di tempo, accortosi che il suo lavoro non interessava nel novembre 2015 ha rassegnato le dimissioni, peraltro senza troppo rumore, mentre solo quest'anno ha rilasciato interviste, come questa e questa, in cui spiega che sostanzialmente non c'è la volontà di ridurre la spesa. Ora alla spending review è rimasto soltanto Yoram Gutgeld, che a quanto pare ci si trova benissimo, dato che non sembra interessato a ridurre la spesa improduttiva se non in minima parte (da alcune sue dichiarazioni emerge l'idea superata, di vecchio stampo keynesiano, che la spesa pubblica non deve essere ridotta, altrimenti il Pil si contrae).
Dunque abbiamo la situazione paradossale di un commissario alla spending review che non vuole ridurre la spesa pubblica.
La questione potrebbe sembrare noiosa, in realtà non lo è affatto, dato che ha a che fare con il declino dell'Italia, con il calo del benessere, con il fatto che l'Italia è l'unico paese occidentale (insieme forse al Giappone) che non cresce da vent'anni, e l'unico il cui reddito medio è tornato ai livelli di vent'anni fa. La situazione è grave soprattutto per i giovani, dato che il reddito degli anziani è andato addirittura aumentando (l'Italia ha la spesa pensionistica più alta del mondo), mentre i giovani non trovano lavoro, e quando lo trovano, rimangono precari e con redditi bassi.
Ricapitolando, la situazione è questa:
1 - La spesa pubblica italiana è troppo alta, e soprattutto è in gran parte improduttiva e parassitaria (per fare qualche esempio, abbiamo i politici e i giudici più pagati al mondo, migliaia di partecipate inefficienti e sprecone, migliaia di dipendenti pubblici di troppo che non hanno nulla da fare, migliaia di falsi invalidi, pensionati baby, pensionati d'oro ecc).
2- Per mantenere questa spesa improduttiva, lo stato deve sfruttare le aziende, che piaccia o no sono le uniche che producono ricchezza reale, tartassandole con un livello di imposte insostenibile. L'Italia ha infatti il Total tax rate (vale a dire l'insieme delle tasse e contributi che devono pagare le aziende) più alto al mondo.
A causa di questo folle livello di tassazione, alla gran parte delle aziende, dopo aver pagato le tasse, rimane poco e niente, e dunque esse non hanno la possibilità né di assumere, né di fare investimenti (che consentirebbero alle aziende stesse di crescere e quindi di assumere in futuro). Non a caso abbiamo un tasso di occupazione tra i più bassi dell'Occidente.
3- Dato che le aziende sono tartassate, il Pil non cresce.
Ora, Renzi in quasi tre anni di governo non ha fatto praticamente nulla per cambiare questo meccanismo infernale, e quindi non a caso l'Italia continua ad essere il paese europeo che cresce di meno: dobbiamo dunque certificare il suo totale fallimento in materia economica.
Ma allora, a questo punto ci si può chiedere, come è possibile che Renzi dice sempre di voler ridurre le tasse? Come è possibile ridurre le tasse senza ridurre la spesa? Questa è la stessa domanda che chi sa un po' di economia si faceva già all'epoca di Berlusconi, ma per fortuna di Berlusconi e di Renzi, la gente non si intende di economia, non ne sa nulla, e inoltre in Italia c'è una spiccata tendenza nell'opinione pubblica a credere alle favole, per cui il Presidente del consiglio può tranquillamente dire "stiamo riducendo le tasse", e molti gli credono. Anche perché entrambi hanno fatto il gioco delle tre carte, cioè hanno abbassato alcune tasse ben visibili (sia Berlusconi che Renzi hanno ad esempio tolto la tassa sulla prima casa), e poi ne hanno messe delle altre, o hanno lasciato che gli enti locali ne mettessero delle altre, per compensare. Non a caso la pressione fiscale non scende.
Ora possiamo capire facilmente la tattica di Renzi, che vorrebbe abbassare le tasse per motivi elettorali ma non vuole ridurre la spesa, cioè quella di fare più deficit possibile, usando però il termine meno compromissorio "flessibilità", che in realtà significa addossare alle future generazioni altri debiti. Ma siccome il debito pubblico sono tasse future, abbassare le tasse oggi a debito significa aumentarle (o costringere chi arriverà dopo ad aumentarle) in futuro. A fare deficit, come direbbero a Roma, ci sono buoni tutti, infatti lo hanno fatto anche i governi del passato, negli anni '80, all'epoca d'oro del Caf, a botte del 10% l'anno, mentre dopo l'entrata nell'euro, quando essendo entrati nell'Euro siamo stati costretti a non superare il 3%, Berlusconi e gli altri hanno cercato di avvicinarsi il più possibile a questo valore, e anzi ogni scusa era buona per superarlo (Berlusconi superò il 3% quando la Germania nel 2003 annunciò di voler sforare perché doveva fare delle riforme. "Benissimo!" dissero B. e Tremonti, "allora sforiamo pure noi" (naturalmente senza fare alcuna riforma).
In questa situazione, non è un caso che neanche il debito pubblico scenda. Il ministro dell'economia Padoan è andato dicendo per mesi che quest'anno il debito stava scendendo (ad esempio qui). Poi, di fronte ai dati che lo smentivano, recentemente ha dovuto ammettere che il debito non sta scendendo, però ha trovato naturalmente un colpevole esterno, in questo caso l'inflazione troppo bassa. Questo è veramente ridicolo, innanzi tutto perché ci si aspetterebbe che un ministro dell'economia sappia che siamo in un periodo di bassa inflazione in tutto il mondo, ma soprattutto perché questo significa ammettere che il governo non ha cercato di mettere a posto i conti pubblici, ha soltanto sperato che il debito si riducesse grazie all'inflazione, cioè grazie a un meccanismo che riducendo il valore reale degli stipendi e dei risparmi, impoverisce la gente in maniera silente. L'inflazione è una tassa occulta: che un governo speri che il debito pubblico scenda a causa dell'inflazione dice molto sulla sua serietà.
Per il momento la sostenibilità del debito italiano non è un problema, ma soltanto perché Mario Draghi, il governatore della BCE, con il quantitative easing sta comprando titoli di stato dei paesi europei, abbassando in questo modo i tassi reali. Ma nonappena smetterà di farlo (e prima o poi smetterà, forse già dall'anno prossimo), cosa faranno i mercati quando vedranno che l'Italia non ha ridotto il debito quando avrebbe potuto e dovuto? Ci potrebbe essere una fuga da parte degli investitori e dunque una nuova crisi dello spread come nel 2011, crisi all'epoca fu risolta proprio da Draghi con il famoso discorso del "whatever it takes" (farò qualunque cosa per salvare l'Euro). A quel punto, senza lo scudo di Draghi, rischiamo grosso. Insomma, siamo sull'orlo del baratro anche se non lo sa, e non lo dice, praticamente nessuno.
Ora con la Finanziaria (o Legge di stabilità) di quest'anno, per il 2017, il governo Renzi-Padoan conferma la volontà di tirare a campare, anzi, peggio, perché in vista del Referendum sulle riforme costituzionali, Renzi sta cercando di comprare i consensi e i voti distribuendo soldi a pioggia. Ce n'è per tutti, dai giovani agli anziani, dai dipendenti pubblici agli insegnanti. Naturalmente sono briciole, che non risolvono i problemi strutturali del Paese, anzi li aggravano. Il governo addirittura fa credere che fare deficit aumenti la crescita, come se i precedenti non dimostrassero ampiamente il contrario.
Come ciliegina sulla torta, Renzi essendo in difficoltà se la prende con l'Europa, accusandola di ridurre gli investimenti, ma in realtà l'Italia è il paese europeo che ha più di tutti ridotto gli investimenti, mentre ha lasciato crescere la spesa corrente. Se non avesse mandato a casa Cottarelli e avesse eseguito i suoi suggerimenti per ridurre la spesa improduttiva, si sarebbero liberate risorse per aumentare gli investimenti, l'unico tipo di spesa pubblica in grado di creare crescita., e/o di ridurre (veramente) le tasse. Ma siccome ridurre la spesa improduttiva è politicamente costoso, perché scontenta chi ci mangia, Renzi ha preferito non farlo, e ora il Paese ne paga (e ne pagherà) le conseguenze.
Per carità, è evidente che l'elettorato italiano non vuole riforme serie e dolorose, e che i partiti (e la sinistra Pd) che si oppongono a Renzi vorrebbero fare ancora più regali (basti pensare ai 5 Stelle che vorrebbero uscire dall'Euro per fare più deficit e per stampare moneta, e che propongono il reddito di cittadinanza che costerebbe decine di miliardi l'anno), ma rimane il fatto che Renzi non sta risanando l'Italia, e che è l'ennesimo finto uomo della Provvidenza che ci ha governato durante gli ultimi decenni di declino.
martedì 29 dicembre 2015
Gli errori dei no Euro
Negli ultimi tempi risultano molto attivi nei social network i fautori dell'uscita dell'Italia dall'Euro, guidati da esperti (o sedicenti tali...) di economia, che sono riusciti a convincere alcuni partiti politici (dai 5 Stelle di Grillo e Casaleggio, alla Lega di Salvini, ai Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni) sull'Euro come causa principale dei problemi dell'Italia, e di conseguenza sulla necessità di uscire per riprendere in mano la cosiddetta "sovranità monetaria".
Il fatto che in Italia molti diano la colpa all'Euro, è dovuto, oltre alla tendenza purtroppo diffusa ad attribuire ad altri i nostri problemi, anche alla coincidenza tra l'adozione della moneta unica e l'inizio della stagnazione che ormai prosegue da circa vent'anni. Ma negli altri paesi non è andata così. L'Italia è un caso unico, è l'unico paese che non riesce più a crescere tra quelli avanzati, che abbiano o no l'Euro, e soprattutto non riesce a riprendersi dalla crisi del 2008, come si vede nel seguente grafico, che mostra l'andamento del Pil dei paesi del G7.
Comunque, per dimostrare l'inconsistenza degli argomenti dei no-euro, riporterò i principali, e li discuterò in una maniera che spero comprensibile ed esaustiva, per quanto necessariamente sintetica.
- I cambi flessibili sono di gran lunga preferibili ai cambi fissi, è ovvio, è banale, lo dicono tutti gli economisti, e i premi Nobel.
In realtà la scienza economica non ha ancora stabilito se siano preferibili i cambi flessibili o i cambi fissi, e per verificarlo, basta consultare un qualunque manuale di economia, o un libro che si occupi tra le altre cose dell'argomento, come "Economia internazionale" di Paul Krugman e Maurice Obstfeld.
Si vedrà come sull'argomento è in corso un dibattito che dura da decenni, come entrambi i sistemi abbiano avuto i propri sostenitori (ad esempio Mundell per i cambi fissi e Milton Friedman per i cambi flessibili), e come entrambi abbiano vantaggi e svantaggi (ad esempio, i cambi fissi favoriscono il commercio internazionale ed evitano le guerre valutarie, quelli flessibili consentono di rispondere più rapidamente ad uno shock asimetrico attraverso la svalutazione). Ricordiamo comunque che il periodo di maggior crescita economica mondiale dell'umanità, vale a dire il ventennio 1951-1970, sia stato un periodo di cambi fissi. Anche l'Italia ha avuto il suo boom economico in un regime di cambi fissi, e non ha avuto problemi, né il bisogno di svalutare. Va comunque detto per la precisione che l'euro non è un sistema di cambi fissi, ma una moneta comune.
- L'Euro è la causa principale dei problemi dell'Italia.
Innanzi tutto, non accade mai che un paese vada in crisi per colpa della sua moneta. La moneta nel bene e nel male più di tanti problemi non li può creare, dato che quello che conta per la salute dell'economia di un paese è l'economia reale, cioè quello che si produce, come e quanto si produce, insieme alle "condizioni al contorno", che dipendono dall'efficienza dello stato, dalla burocrazia alla giustizia civile, dalla pressione fiscale alle infrastrutture. Se un paese è poco produttivo e/o male organizzato, non potrà stare bene né con l'Euro, né con la lira, né col sesterzio o con la pizza di fango del Camerun. Vice versa, se un paese è efficiente e organizzato, non avrà problemi con qualunque moneta, Euro compreso. Quanto ai problemi dell'Italia, sono appunto problemi reali che si risolvono solo affrontandoli, un'amministrazione pubblica inefficiente e costosa, una scuola e università non all'altezza degli altri paesi, infrastrutture obsolete, pressione fiscale troppo alta (almeno rispetto ai servizi che lo Stato dà in cambio), giustizia lenta e che non garantisce il rispetto dei contratti ecc. Poiché però è più facile sganciarsi dall'Euro e tornare alla amata e compianta (???) lira, molti preferiscono credere che sia possibile risolvere i problemi con questo semplice espediente. Dunque, chi vuole uscire dall'Euro non vuole risolvere i problemi reali dell'Italia. E' un po' come chi sogna l'albero di cuccagna, che consenta di fare soldi senza lavorare.
I no-Euro sostengono che l'Argentina, che fece default nel 2001 dopo esseri agganciato al dollaro, dimostra la perniciosità dell'aggancio a una moneta troppo forte. In realtà l'Argentina si agganciò al dollaro per risolvere dei problemi che aveva già, come quello dell'inflazione, che dimostra come la sua economia non fosse in buona salute. E d'altro canto quello del 2001 non è certo l'unico fallimento dell'Argentina, Paese tradizionalmente mal governato, che un secolo fa era uno dei più ricchi al mondo, ma non fu in grado di conoscere il boom del dopoguerra, e che era già fallito nei primi anni '80 (vedi sotto).
-Tutti i premi Nobel sono contro l'Euro, che è una idea assurda, folle, che non può funzionare.
Chi dice questo probabilmente non sa neanche quanti siano i premi Nobel (solo dal 2000 al 2015 sono stati assegnati premi Nobel per l'economia a 32 studiosi) e non credo proprio sia andato a chiedere la propria opinione a tutti, cosa che si dovrebbe fare se veramente si volesse conoscere l'opinione dei premi Nobel su questo argomento. In realtà ciò che accade è che ci sono alcuni premi Nobel che hanno una maggiore visibilità mediatica, che magari esprimono opinioni politiche, scrivono nei blog, rilasciano interviste ecc. In ogni caso, quasi mai, anche quegli economisti che si esprimono contro questa o quella politica economica dell'area Euro (come la cosiddetta austerità), dicono che l'Euro è un errore in sé, che non può reggere, che deve finire ecc. Né conosco premi Nobel che suggeriscano all'Italia di uscire dall'Euro per risolvere i propri problemi. Né conosco studi (cioè non articoli di giornale o interviste, ma paper pubblicati nelle riviste scientifiche e magari passati in peer review) che sostengano che l'Euro non può funzionare, che impedisce ai paesi che ne fanno parte di crescere ecc.
- L'Euro è stato voluto dalla Germania, per impedire ai paesi periferici e in particolare all'Italia di svalutare.
In realtà l'Euro è stato voluto dalla Francia, con il consenso dell'Italia e con l'avallo degli Stati Uniti, dopo la riunificazione tedesca del 1990 e la conseguente paura che la Germania tornasse a costituire una minaccia per l'Europa. Sostanzialmente alla Germania fu imposto di rinunciare alla propria moneta, o meglio di mettere in comune la propria moneta con gli altri paesi europei, in cambio del benestare alla riunificazione. La Germania accettò, pur rinunciando con dolore al marco, che era un suo fiore all'occhiello, chiedendo in cambio l'adozione di regole comuni.
- Una moneta forte come l'Euro è una sciagura per l'Italia e i paesi periferici; ogni paese dovrebbe avere la propria moneta, commisurata alla propria capacità produttiva.
Avere una moneta forte, come anche averla debole, ha i suoi vantaggi e svantaggi. Ad esempio una moneta forte comporta una bassa inflazione e quindi una maggiore tenuta dei risparmi. Ecco ad esempio l'andamento dell'inflazione in Italia: l'inflazione non è mai stata così bassa come con l'Euro. Negli anni '70, quando secondo i no-euro andava tutto bene perché avevamo una moneta sovrana libera di svalutarsi e stampavamo anche moneta, l'inflazione era molto più alta.
E' vero che negli anni '70 l'inflazione era più alta dappertutto, ma in Italia era ancora più alta che negli altri paesi, come si può vedere nella seguente tabella.
La moneta forte comporta poi un maggiore potere d'acquisto all'estero, e una più grande facilità di finanziare il proprio debito, quindi tassi di interesse più bassi, che consentono allo stato di finanziarsi a costi più bassi, e ai privati di indebitarsi pagando interessi più bassi (ad esempio contrarre un mutuo è diventato molto più facile da quando c'è l'Euro). Ecco ad esempio l'andamento dei tassi di interesse pagati dallo stato italiano; come si può vedere con l'annuncio e poi l'entrata nell'Euro, i tassi di interesse sono scesi molto, consentendo allo stato di risparmiare parecchio.
E' il cosiddetto "dividendo dell'Euro", il cui ammontare preciso non è facile da calcolare (bisogna considerare che i tassi di interesse nel corso degli anni '90 sono scesi un po' in tutto il mondo, e poi bisogna mettere nel conto anche l'inflazione, quindi calcolare l'interesse reale), ma indubbiamente c'è stato.
Lo si può vedere anche dal seguente grafico, che mostra come lo spread tra i paesi dell'area Euro si sia praticamente azzerato grazie all'Euro (il processo è iniziato prima perché i mercati tendono ad anticipare gli avvenimenti). In pratica, i paesi che avevano l'Euro hanno acquisito la credibilità tedesca, e questo era effettivamente una delle conseguenze che ci si aspettavano dall'introduzione della moneta unica.
Cosa poi ci abbiano fatto lo stato italiano o gli altri paesi mediterranei con questo risparmio, non dipende certo dall'UE o dall'Euro, ma semmai dai nostri governi.
E' anche vero che un debitore in euro non può sperare che parte del suo debito scompaia attraverso l'inflazione, quindi deve essere attento quando chiede un prestito. Lo Stato dal canto suo deve essere efficiente nelle sue spese, perché poi il debito, che è facile contrarre, sarà più difficile da ridurre. Se poi uno stato (o un privato) dilapida il vantaggio di usare una moneta forte, e spende male i propri soldi, si condanna al disastro. Una moneta forte, come tutti gli strumenti, bisogna saperla usare con intelligenza, ma di per sé non è certo un male.
Comunque, chi sostiene che ogni area economica dalle caratteristiche omogenee dovrebbe avere la propria moneta, dovrebbe chiedere una moneta per il sud Italia e una per il nord, una moneta per la Cornovaglia e una per l'area di Londra, una moneta per la Jacutia e una per l'area di Mosca, una moneta per la California e una per l'Alabama ecc. Caso strano negli altri paesi nessuno sostiene una follia del genere. E i no euro si dicono nostalgici della lira, che era una moneta comune tra due aree fortemente diverse, con il nord molto più produttivo del sud. Ogni tanto un po' di coerenza non guasterebbe.
- La crisi è nata dai debiti privati contratti dai paesi periferici dell'area euro (Piigs) nei confronti di quelli nordici. I debiti pubblici non c'entrano nulla, il vero problema è il debito estero.
Sicuramente la crisi non è stata provocata dai debiti pubblici, ma per la verità neanche dai debiti esteri, dato che è nata nel 2008 negli Stati Uniti, in seguito ad una bolla immobiliare, quella dei mutui subprime (anche se secondo alcuni questa bolla può essere stata favorita dal grosso deficit con l'estero che avevano gli Stati Uniti nei confronti di paesi come Cina e Giappone). In ogni caso, l'Euro non c'entra nulla. I primi anni 2000 furono comunque un periodo di bassi tassi di interesse, che favorirono un eccesso di indebitamento e la creazione di bolle in vari paesi, anche al di fuori dell'Euro (basti pensare a Islanda e Gran Bretagna). L'euro, eliminando il rischio di cambio, ha forse favorito la creazione di bolle in alcuni paesi, in particolare Spagna e Irlanda, finanziate da banche di paesi come Francia e Germania. L'Italia, comunque, ne è rimasta fuori, dato che negli anni prima della crisi non ha conosciuto alcun boom economico trainato da bolle (il Pil era sostanzialmente piatto, negli anni di Berlusconi e Prodi). La Grecia invece ha avuto principalmente un problema di debito pubblico (l'esplosione della spesa pubblica avvenuta truccando i conti, che in parte ha anche favorito l'indebitamento privato e con l'estero). Quindi tecnicamente l'Italia non è un Piigs, i Pigs sono quattro e con una sola i, e comunque i Pigs non sono tutti uguali. In ogni caso, ormai tutto ciò è accaduto. Sostenere che l'Italia oggi debba uscire dall'euro perché dieci anni fa alcuni paesi hanno avuto delle bolle trainate dal credito facile, non ha molto senso. Piuttosto, è bene evitare che gli errori del passato non si ripetano. E per fare questo occorre che vi siano maggiori controlli sulle banche (l'unione bancaria che l'Europa sta lentamente avviando va in questa direzione), e naturalmente evitare che gli stati diano garanzie implicite alle banche di salvarle con soldi pubblici qualora qualcosa andasse storto (la regola del bail in a partire dal gennaio 2016 serve a questo). Insomma, non è "obbligatorio" che all'interno dell'area Euro si creino bolle o squilibri nei conti tra i paesi; chi sostiene questo cerca di dimostrare che vi sia un qualche meccanismo inesorabile per portare acqua al proprio mulino e convincere l'opinione pubblica che l'unica soluzione sia uscire dall'Euro. Ma questo è assurdo, d'altro canto nessuno negli Stati Uniti ha (giustamente) pensato che la crisi dei mutui sub-prime sia dovuta al dollaro. Come al solito, la moneta non c'entra nulla nei problemi o gli squilibri della finanza o dell'economia reale.
- Non potendo svalutare, l'Italia e i paesi mediterranei sono condannati ad accumulare deficit con l'estero e a ridurre le proprie esportazioni.
Oggi l'Italia con l'euro sta vivendo un periodo di esportazioni record, quindi non è certo questo il problema dell'Italia.
Ecco ad esempio la bilancia commerciale dell'Italia: attualmente il surplus con l'estero ha superato anche il periodo post-svalutazione del 1995.
Anche gli altri paesi periferici comunque negli ultimi anni hanno praticamente azzerato il deficit con la Germania e gli altri paesi nordici, segno che l'Euro di per sé non costringe nessuno a indebitarsi. D'altro canto, perché ci sia un debito, ci deve essere un credito, quindi se un paese non trova nessuno disposto a prestargli denaro, non potrà certo accumulare debiti con l'estero.
Inoltre, come accade all'interno dei singoli paesi, nelle aree economicamente più arretrate e che tendono a importare più di quanto esportano, la fuoriuscita di capitali comporta una diminuzione dei prezzi (in Calabria i prezzi sono più bassi che in Lombardia): quindi, in mancanza di una svalutazione, e di un finanziamento dall'estero, gli squilibri nei conti con l'estero tendono ad aggiustarsi anche in presenza di una moneta comune (a meno che non ci siano dei continui trasferimenti a fondo perduto, come accade in Italia dal nord al sud, che consentono almeno in parte al sud di spendere più di quanto produce: che sia questo il sogno dei no euro, essere mantenuti dai trasferimenti tedeschi come i Calabresi sono mantenuti dai Lombardi? In effetti spesso i no euro dicono proprio questo: ci vorrebbero i trasferimenti, ma se la Germania non ce li dà, dobbiamo uscire dall'Euro).
Prima della crisi del 2008 i paesi periferici (non però l'Italia) come Spagna e Grecia accumulavano debiti perché trovavano qualcuno, in particolare le banche tedesche e francesi, disposto a finanziarli. E questo perché le autorità europee avevano fatto credere che vi fosse una garanzia da parte della Germania sui debiti bancari e sovrani dei paesi periferici. Chiarito l'equivoco (la crisi della Grecia ha comportato un taglio parziale del debito pubblico, con conseguente perdita delle banche creditrici francesi e tedesche), dal 2010 il rischio di ogni paese ha cominciato ad essere prezzato in maniera indipendente, gli spread si sono differenziati, e nessuno osa più prestare ai paesi che non considera affidabili.
-Negli anni '80 l'Italia era una potenza mondiale che spaventava il mondo con le sue aziende iper-competitive, mentre ora con l'euro è in crisi e non ne esce più.
Negli anni '80 l'Italia aveva già più o meno gli stessi problemi strutturali di oggi (uno stato inefficiente, un basso livello di produttività ecc.), e vi ovviava con politiche che potevano funzionare solo nel breve periodo (svalutazioni, deficit pubblici elevatissimi che raddoppiarono il debito pubblico in dieci anni). Nel 1992 con un debito ormai fuori controllo l'Italia rischiò la bancarotta, e molti economisti sostengono che è stato proprio l'ingresso nell'euro deciso in quegli anni a salvare lo stato dal default, per merito della riduzione dei tassi di interesse e della maggiore credibilità ricevuta dal fatto di convertire i debiti in una nuova moneta in comune con paesi fiscalmente responsabili, che ha consentito ai mercati di fidarsi ancora del debito italiano. Da allora però lo stato non è stato riformato, la spesa pubblica ha continuato a crescere, inseguita dalla pressione fiscale che è diventata insostenibile per le imprese e dunque l'Italia ha smesso di crescere.
E' evidente che né il sistema attuale (spesa pubblica alta e inefficiente ma conti pubblici tenuti sotto controllo con tasse elevatissime) né quello degli anni '80 (elargizioni pubbliche che drogavano la crescita aumentando il debito) siano modelli da seguire, ma provare nostalgia per quel periodo in cui si sono poste le condizioni per la stagnazione attuale, con la creazione di uno dei debiti pubblici più alti al mondo, è decisamente assurdo.
In ogni caso dagli anni '80 sono passati 30 anni e nel frattempo sono accadute molte cose, a cominciare dalla globalizzazione che ha visto entrare nel commercio internazionale paesi enormi come la Cina, e dalla rivoluzione informatica. Pensare che il mondo ci aspetti e che si possa tornare ai bei tempi andati, competendo nei mercati globali con le nostre piccole aziende a conduzione familiare, è quanto meno irrealistico.
- L'Italia dovrebbe uscire dall'Euro per poter svalutare, in modo da recuperare competitività e aumentare le esportazioni.
La svalutazione consente di recuperare competitività sul breve periodo, ma non sul lungo, tanto è vero che i paesi che hanno adottato questa strategia, tra cui la stessa Italia negli anni '70 e '80, dopo un po' dovevano svalutare di nuovo, senza per questo riuscire a crescere più dei paesi che non svalutavano.
Come si può vedere nel seguente grafico, l'Italia tendeva ad essere in deficit con l'estero anche quando svalutava. Le svalutazioni consentivano di recuperare competitività per un periodo limitato, dopodiché, non essendo stati fatti interventi strutturali, la situazione tornava ad essere quella di prima.
![]() |
| Da http://it.tradingeconomics.com/ |
In quel periodo la lira italiana si svalutò moltissimo sul marco tedesco, come si può vedere nell'immagine seguente.
Eppure l'Italia non riusciva a crescere più della Germania, che recuperava la competitività perduta con la moneta forte attraverso investimenti e ristrutturazioni industriali che la rendevano più produttiva, e anche i salari erano a vantaggio della stessa Germania (cosa del resto ovvia perché i salari in ultima analisi sono legati alla produttività). In genere i paesi esportatori hanno una moneta forte che si rivaluta (altro esempio, il Giappone nel periodo d'oro, vale a dire fino agli anni '80), e nonostante questo continuano ad esportare parecchio, mentre i paesi che tendono a svalutare (altro esempio oltre all'Italia, la Grecia negli anni '80), tendono ad essere importatori netti.
Ecco ad esempio il conto delle partite correnti della Turchia, paese che secondo i no-euro sarebbe fortunato in quanto dotato di moneta sovrana e in grado di svalutare. Ebbene, la Turchia è in forte deficit con l'estero: ennesima prova che la moneta sovrana e la svalutazione non bastano a ridurre gli squilibri, se non si agisce sulle loro cause reali.
- La svalutazione dà ottimi risultati, consentendo di eliminare gli squilibri, come dimostra l'Italia che nel 1992 svalutò ottenendo un boom delle esportazioni.
La svalutazione non è una passeggiata, tanto è vero che svalutano solo i paesi in crisi, lo fanno a malincuore (anche la Banca d'Italia quando svalutava la lira lo faceva solo dopo aver cercato a tutti i costi di sostenere il cambio), e comunque non sempre questo comporta risultati positivi. Ad esempio negli ultimi tempi hanno svalutato paesi come la Russia, il Brasile, l'Argentina e il Giappone, e non hanno ottenuto risultati, neanche nelle esportazioni. In Russia dopo la svalutazione l'inflazione è salita al 16%.In Argentina (dove si stampa anche moneta per finanziare una parte della spesa pubblica, altra cosa che vorrebbero fare i no euro) l'inflazione è ancora più alta (tanto che la presidenta Kirchner ha avuto l'idea di requisire l'istituto di statistica e di truccare i dati). Comunque la svalutazione dell'Italia nel 1992 comportò un aumento della disoccupazione, una diminuzione del salari reali (il salario nominale fu bloccato per la concertazione, e l'inflazione che rimase intorno al 5% l'anno comunque rosicchiò gli stipendi per qualche anno), e un notevole aumento delle esportazioni dopo due-tre anni.
Che la svalutazione sia spesso collegata ad un aumento della disoccupazione, lo si può vedere nel seguente grafico.
Insomma, pro e contro come sempre, senza miracoli. Di fatto la svalutazione è un sussidio occulto alle imprese che esportano, ottenuto attraverso una riduzione del salario reale. Se è questo che si vuole ottenere, lo si può fare senza uscire dall'euro e svalutare (ad esempio, aumentando l'Iva, che colpisce i consumi in maniera indiscriminata più o meno come l'inflazione, e nel contempo riducendo il costo del lavoro per le imprese, consentendo loro di essere più competitive sui mercati esteri).
-Uscire dall'euro non provocherebbe alcun problema che non sia facilmente risolvibile, non vi sarebbe né corsa agli sportelli, né fuga di capitali.
Come si è visto nel caso della Grecia, che nel 2015 con il primo governo Tsipras si stava avviando verso l'uscita dall'euro, queste sono proprio le cose che succedono, quando si pensa che un paese possa uscire dall'euro, o anche dall'aggancio con una moneta più forte (come accadde in Argentina nel 2001, quando a un certo punto le banche furono chiuse e la gente rimase fuori a protestare, mentre i loro risparmi venivano falciati dalla svalutazione).
D'altro canto, basta ragionare un secondo: se voi sapeste che i risparmi che avete in banca stanno per essere convertiti in lire e che la nuova lira si svaluterà parecchio, diciamo del 30% sull'euro o su altre monete come il dollaro, che fareste? Li lascereste tranquillamente in banca a svalutarsi, o correreste per recuperarli e nasconderli sotto il materasso o portarli all'estero prima che sia troppo tardi?
Ora, come si è visto in Grecia, ma anche in Argentina nel 2001, la corsa agli sportelli è il primo passo di una catena che alla fine porta al default dello stato e al crollo del Pil, attraverso il fallimento delle banche che rimangono senza liquidità e non possono fare più prestiti.
-Non potendo svalutare la moneta, l'euro costringe i paesi deboli a svalutare il salario, infatti è la moneta voluta dai capitalisti per impoverire i lavoratori; bisogna dunque tornare alla sovranità monetaria per difendere i salari.
Poiché in ultima analisi il salario è legato alla produttività, non stupisce che i paesi dall'economia debole, cioè poco produttivi, abbiano anche salari più bassi. Chi produce poco, non può che pagare poco i propri lavoratori (questo vale anche per una singola azienda: immaginate di avere due dipendenti e un utile di 24.000 euro l'anno: anche se voi non mangiate e usate tutto l'utile per gli stipendi, non potrete dare più di 1.000 euro al mese a dipendente).
Non a caso l'Italia aveva i salari più bassi d'Europa anche quando aveva la lira. E ancora oggi i paesi, anche con moneta sovrana, che producono ancora meno (ad esempio la Bulgaria o la Tunisia), hanno salari ancora più bassi.
In ogni caso, la svalutazione è esattamente equivalente ad una riduzione diretta dei salari. Solo che nel primo caso, quello della svalutazione, la riduzione avviene in maniera subdola, attraverso l'aumento dei prezzi dei beni importati (e anche di quelli prodotti all'interno, come conseguenza dell'aumento del prezzo del petrolio, che influisce sul trasporto delle merci prodotte in casa).
La svalutazione competitiva è una specie di droga che consente alle aziende poco competitive di rimanere a galla grazie alla diminuzione dei prezzi, quindi a lungo andare rende il Paese che attua questa strategia poco produttivo, e quindi dotato di salari bassi.
Rimane il fatto che quando un paese va in crisi, la diminuzione dei salari è un fenomeno fisiologico, basti pensare ai nuovi contratti delle case automobilistiche americane, che dopo il 2008 dimezzarono addirittura il salario orario rispetto ai vecchi contratti.
Al di là dei periodi di crisi, l'unico modo che un paese ha di aumentare i salari consiste nell'aumentare la produttività, come dimostrano i paesi più produttivi, come Giappone e Germania, che guarda caso hanno sempre avuto monete forti, che non si svalutavano, e salari molto alti. Chi invece vuole svalutare, vuole recuperare competitività attraverso la riduzione dei salari reali. Chi ci tiene al livello dei salari, dovrebbe preoccuparsi per la produttività, anziché chiedere di ridurre il potere d'acquisto dei salari attraverso la svalutazione.
Il vero problema dell'Italia è quello della produttività, che sostanzialmente è piatta da molti anni.
![]() |
| (da LaVoce.info) |
In realtà nessun paese è "costretto" ad avere un'inflazione più alta di un altro. Se poi un paese si ritrova ad avere un'inflazione più alta della Germania senza avere una crescita della produttività adeguata (altrimenti non sarebbe più debole e non perderebbe competitività), vuol dire che sta sbagliando qualcosa, tipicamente aumentando i salari più della produttività. Ma questo è un errore, a meno che non lo facciano anche gli altri paesi, che prima o poi si paga, e si dovrà riequilibrare o con una svalutazione, o con una deflazione interna, cioè in qualche modo si dovranno riabbassare quei salari che erano aumentati troppo (come abbiamo detto, anche la svalutazione corrisponde ad una diminuzione dei salari reali). Ecco ad esempio cosa è accaduto ai salari reali negli anni precedenti la crisi. Come si vede, la Spagna e la Grecia li hanno aumentato in maniera spropositata rispetto agli altri paesi dell'area Euro, e non a caso sono i paesi andati maggiormente in crisi.
Se un paese tiene a posto i conti pubblici e non aumenta i salari più della produttività, può stare benissimo nell'Euro anche se nel complesso è meno produttivo della Germania o dei paesi nordici. Certo, si dovrà accontentare di salari e stipendi più bassi, ma questo come abbiamo visto accadrebbe anche al di fuori dell'Euro e accadeva anche prima dell'Euro, quando i paesi nordici erano più ricchi di quelli mediterranei.
- La Germania ha guadagnato competitività rispetto agli altri paesi europei abbassando i salari, facendo dunque concorrenza sleale.
Nel 2003 la Germania era considerata il malato d'Europa, e aveva una disoccupazione più alta di quella dei paesi mediterranei. Con le riforme Harz si cercò di rendere il sistema più competitivo, e tra le altre cose si bloccarono i salari (che comunque erano molto più alti di quelli italiani e più alti della media europea) per qualche anno, senza che comunque scendessero sotto il livello di quelli dei paesi mediterranei. Basta confrontare gli stipendi tedeschi con quelli di altri paesi europei, per rendersi conto di come i primi non siano affatto più bassi, anzi.
In seguito, con la ripresa dell'economia, i salari tedeschi hanno ripreso a crescere, e dopo la crisi la Germania è uno dei pochi paesi che ha visto i salari aumentare. Dunque, non c'è stato nessun dumping salariale, ma soltanto un aggiustamento rispetto al livello, evidentemente troppo elevato, che avevano in precedenza (se la disoccupazione è alta vuol che i salari sono troppo alti per la situazione generale di un dato periodo).
D'altro canto basta guardare i dati su un periodo più lungo rispetto agli anni successivi al 2003, per capire come in Germania in costo del lavoro tenda ad aumentare.
In ogni caso è curioso che questo rilievo venga fatto dai no-euro alla Germania, e non ad esempio alla Cina, che ha basato il suo sviluppo proprio sui salari, quelli sì, veramente molto più bassi di quelli di tutti i paesi europei, ed ha massacrato migliaia di aziende italiane con la concorrenza basata sul prezzo. Invece la Germania ha sempre basato le sue esportazioni sulla qualità più che sul prezzo.
- Il divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro del 1981 è la causa principale dell'esplosione del debito pubblico italiano, dato che fece aumentare i tassi di interesse.
Dato che i tassi di interesse incorporano il rischio-paese, il rischio che svaluti, e l'inflazione, se un Paese ha governi deboli che cambiano quasi ogni anno, inflazione più alta degli altri paesi, deficit (anche primario) più alto, e spesso svaluta, per forza avrà tassi di interesse più alti. Chi pensa che questo non conti, potrà comprare titoli di un paese con queste caratteristiche, e voglio vedere se accetterà di acquistarli a tassi di interesse bassi come quelli tedeschi. Poi magari l'anno dopo il paese svaluta e il nostro investitore si ritrova con i risparmi bruciati.
Comunque può essere interessante capire come si arrivò al cosiddetto divorzio.
Anche se per i no-euro furono meravigliosi, gli anni '70 furono anni molto duri dal punto di vista economico, non solo a causa delle crisi petrolifere, ma anche perché le banche centrali di molti paesi, essendo dipendenti dalla politica, tendevano ad aumentare l'offerta monetaria in concomitanza con le elezioni, generando inflazione. Per rispondere a questo fenomeno, diversi paesi attuarono delle misure, a cominciare dal presidente della Federal Reserve americana Paul Volcker, che operò una forte stretta monetaria a partire dal 1979. La stretta fu così forte da provocare un'impennata dei tassi di interesse e persino una breve recessione.
Solo che avendo gli Stati Uniti un debito e un deficit basso, l'effetto sul debito pubblico americano fu tutto sommato contenuto.
In quello stesso periodo l'Italia decise appunto di separare la Banca Centrale dal Ministero del Tesoro, in modo che la prima non fosse costretta a stampare moneta per finanziare una parte della spesa pubblica. Altri paesi hanno applicato il "divorzio" più tardi, la Svezia negli anni '90, senza osservare un aumento del debito pubblico (anzi la Svezia da quando ha attuato il divorzio ha dimezzato il debito pubblico, che è sceso da circa l'80% a circa il 40% in vent'anni). Quindi il divorzio non è in sé causa di un aumento dei tassi, anche se lo fu in Italia, perché i governi continuarono con la politica di deficit elevati e svalutazione. Quindi le politiche dissennate dei governi italiani, che prima si scaricavano sull'inflazione, cioè venivano pagate direttamente dai cittadini, a partire dal 1981 vennero scaricate sul debito pubblico, cioè sulle generazioni future. Se l'Italia avesse mantenuto basso il deficit pubblico, come fece ad esempio la Francia, il debito pubblico non sarebbe esploso (nel 1990 la Francia, che durante gli anni '80 si era auto-imposta la regola del 3% di deficit massimo, aveva un debito pubblico pari a circa il 40% del Pil, mentre l'Italia superava il 100%). Oggi l'indipendenza della Banca centrale dalla politica è un principio fondamentale di politica economica, applicato da tutti i paesi avanzati, e non a caso l'inflazione non costituisce più un problema, senza che per questo i debiti pubblici debbano per forza esplodere.
- L'Euro espone i paesi periferici come l'Italia a subire gli investimenti dall'estero, che rappresentano una sorta di colonizzazione. In pratica, stiamo svendendo i nostri gioielli agli stranieri.
Innanzi tutto gli investimenti dall'estero non sono di per sé un male, nella misura in cui consentono di creare (o mantenere) lavoro, innovazione, concorrenza. In ogni caso, l'Italia non riceve investimenti dall'estero superiori agli altri paesi. Anzi la Gran Bretagna, fuori dall'Euro, ne riceve molti di più.
- L'Euro costringe a fare austerità. Se fosse possibile fare più deficit, la crisi passerebbe facilmente e l'economia riprenderebbe a crescere.
In realtà non vi è affatto un legame sicuro tra crescita e deficit. Ad esempio il Giappone negli ultimi anni sta facendo deficit molto elevati, che stanno aumentando ulteriormente il già enorme debito pubblico, eppure la crescita rimane asfittica, tra le più basse dei paesi avanzati.
Eppure il Giappone dovrebbe essere un paradiso per i no-euro: ha moneta sovrana, ha svalutato, ha un deficit elevato, e la sua banca centrale sta acquistando titoli di stato ad un ritmo elevato. Ecco un paragone tra la crescita del Giappone e quella dell'Irlanda, che secondo i no-euro è un povero paese periferico dell'area Euro, privo di moneta sovrana e dunque destinato a diventare sempre più povero, triste e sofferente.
Strano, l'Irlanda cresce molto più del Giappone!
D'altro canto, dopo la crisi diversi paesi europei hanno fatto deficit importanti, senza per questo conoscere una crescita sostenuta. Ad esempio la Spagna, pur stando nell'Euro, ha fatto più o meno gli stessi deficit della Gran Bretagna. E la Francia, che ha dichiarato di non intendere rispettare il parametro del 3% per i prossimi anni, continua ad avere una crescita molto bassa. Quindi l'austerità dell'Euro è un po' un mito, in realtà i diversi paesi hanno fatto più o meno i deficit di cui avevano bisogno o di cui credevano di aver bisogno.
L'idea che il deficit faccia crescere l'economia è un errore storico, dovuto al fatto che nel dopoguerra, in presenza di una crescita robusta, quasi tutti i paesi avanzati facevano deficit anche relativamente elevati. Ma la causa della crescita non era certo il deficit! I paesi avanzati crescevano già parecchio per motivi strutturali (crescita della popolazione, progresso tecnologico) e quindi si potevano permettere anche di fare deficit senza che questo creasse particolari problemi all'economia.
I paesi del nord Europa, che hanno sperimentato una grave crisi negli anni '90, dovuta tra le altre cose ad un eccessivo aumento della spesa pubblica e quindi della pressione fiscale, hanno capito per primi quanto fosse importante ridurre il debito e cercare di crescere attraverso guadagni di produttività. Ad esempio la Svezia, fuori dall'Euro e quindi libera di fare i deficit che vuole, si è autoimposta una austerità ancora più drastica, che l'ha portata a dimezzare il debito pubblico in vent'anni. Come si può vedere dal seguente grafico, la Svezia è stata spesso in surplus negli anni 2000 (altro che deficit al 3%!), eppure non sono arrivate le cavallette, anzi è uno dei paesi più in salute d'Europa.
Paesi come la Svezia e la Germania dimostrano che si può crescere benissimo anche senza (o con poco) deficit.
- Uno stato a moneta sovrana non può fallire e non può finire sotto attacco speculativo, invece l'Euro è una moneta straniera che mette i paesi che ne fanno parte a rischio di fallimento.
In realtà la storia è piena di paesi a moneta sovrana che hanno fatto default, come si può vedere nella seguente tabella.
Alcuni di questi paesi avevano agganciato la propria moneta a monete straniere, altri no.
Notare come l'Argentina, che secondo i no-euro sarebbe fallita nel 2001 per colpa dell'aggancio al dollaro, era già fallita sei volte in precedenza, dal 1800.
D'altro canto, nel 1964 e nel 1976 la lira italiana, moneta sovrana e flessibile, finì sotto attacco. Mentre nel 1974 sempre la felice Italia sovrana e dal cambio flessibile, aveva chiesto un prestito al fondo monetario (si veda anche qui un resoconto delle volte in cui l'Italia ha dovuto chiedere prestiti all'estero).
Il concetto di "moneta sovrana" viene usato in maniera fuorviante: sembra che a controllare la moneta sia il popolo sovrano, mentre uno stato non a moneta sovrana come i paesi dell'Euro sia sottoposto ad una sorta di dittatura. In realtà, i meccanismi di base che regolano l'emissione e il controllo della moneta nei paesi dell'area Euro e nei paesi a moneta sovrana sono sostanzialmente gli stessi: c'è una banca centrale indipendente, che regola l'emissione di moneta, vigila sulle banche private ecc., e questo accade in Europa (con la Bce), in Gran Bretagna (con la Banca d'Inghilterra), negli Stati Uniti (con la Fed) ecc.
CONCLUSIONE
Con questa analisi non intendo sostenere che l'Euro sia una buona idea, o che sia stato costruito bene, o che non abbia difetti, ma semplicemente che le tesi dei no-euro sono inconsistenti, che con ogni evidenza l'Euro non è la causa dei problemi dell'Italia, e che dunque uscire non risolverebbe i problemi, ma ne creerebbe di ulteriori.
mercoledì 28 gennaio 2015
La missione impossibile di Alexis Tsipras
La vittoria di Tsipras in Grecia ha entusiasmato molti, soprattutto nella sinistra radicale, ma anche tra gli appartenenti alla destra anti-Europa e anti-Euro, come ad esempio la Lega di Salvini. Ma cosa può fare veramente Tsipras? Direi poco, molto poco. Per capire questo però bisogna uscire per un po' dai concetti astratti, vaghi, come austerità, solidarietà, sinistra, destra, liberismo ecc., e affrontare la questione da un punto di vista concreto. Purtroppo nella società, e anche tra i politici, c'è una diffusa ignoranza in materia economica, per cui su tende a pensare che se si vuole, da qualche parte si trovano i soldi per fare qualunque cosa. Ad esempio, si pensa che condonare il debito alla Grecia, o fornire altri prestiti, o meglio regali, dato che Tsipras ha detto che non vuole sottostare alla logica dei prestiti, sia un'operazione indolore per gli altri paesi. Ad esempio, l'Italia, che come molti non sanno fa parte della cosiddetta Troika, ha prestato alla Grecia, attraverso il fondo salva-Stati, circa 50 miliardi. Cosa accadrebbe se la Grecia si rifiutasse di restituirli? Cosa sono questi soldi, da dove vengono? Si tratta di soldi veri, del frutto del lavoro degli italiani, sottratti al loro reddito dallo stato attraverso le tasse. Vogliamo condonarli alla Grecia per solidarietà? benissimo, ma dobbiamo sapere che questi sono soldi veri, che quindi per l'Italia sarebbe una perdita vera.
Quindi, se la Grecia si rifiuta di pagare i debiti, gli altri paesi, cioè i contribuenti, i cittadini, le persone in carne e ossa degli altri paesi europei, ci rimetteranno, attraverso più tasse e/o meno servizi in futuro.
Va infatti ricordato, al di là delle opinioni che si possono avere su cosa è giusto fare, che i soldi non crescono sugli alberi. Questo può sembrare banale, ma in realtà giova ricordarlo, visti i commenti che in questi giorni si fanno sull'argomento. Giova anche ricordare che il debito greco non è paragonabile, come è stato fatto, ai debiti di guerra della Germania, perché si tratta di un debito reale, concreto, fatto dallo stato greco, cioè dai governi greci, in base a loro decisioni sovrane, con il consenso e il voto dei cittadini greci. Poi è vero che la crisi del 2008 è arrivata da fuori, ma se ha colpito in maniera così pesante la Grecia, è perché i governi greci avevano falsificato i bilanci, aumentando a dismisura la spesa pubblica, e quindi portando la Grecia in una situazione a lungo andare insostenibile anche se non ci fosse stata la crisi. Come si può vedere dal grafico, da quando è entrata nell'Euro, il deficit della Grecia è stato sistematicamente ben sopra al 3% che prescrive il trattato di Maastricht, e anche prima della crisi, cioè quando l'economia andava bene.
Quindi, non trovo corretto addossare le colpe della crisi greca agli altri paesi europei, o alla solita Germania, o meglio alla Merkel. Cioè, è bene ristabilire l'ordine dei fatti: prima la Grecia non è più riuscita a finanziarsi sui mercati perché si è scoperto che aveva un deficit enorme e aveva truccato i conti, poi ha chiesto aiuto, e le è stato concesso un prestito enorme, di 240 miliardi.
Poi per carità, il modo come è stata gestita la crisi e le ricette proposte saranno state sbagliate, ma questo lo diciamo a posteriori, quando è facile parlare, e inoltre va detto che non è facile risanare un paese alla bancarotta. A quelli che pontificano vorrei dire: provateci voi a risanare un paese alla bancarotta, o anche solo i conti di un amico che è pieno di debiti.
Va aggiunto che la Grecia è uno dei paesi con la corruzione e l'evasione fiscale più alte d'Europa, anzi è l'unico dell'Europa occidentale (sempre che lo vogliamo annoverare tra i paesi dell'Europa occidentale) a superare l'Italia in questi non piacevoli parametri, e non sembra che i governi greci, anche dopo la crisi, abbiano lavorato per combattere queste piaghe. Mentre molti soffrivano e perdevano il lavoro, altri vivevano alla grande e portavano i soldi in Svizzera.
In sintesi, la colpa della sofferenza del popolo (o meglio, di una parte del popolo) greco è innanzi tutto della classe politica greca. Ed è normale, anche se non è politicamente corretto dirlo, che il popolo subisca le conseguenze degli errori (o degli orrori) dei suoi governi. Ad esempio il popolo dello Zimbabwe ha subito le conseguenze della scriteriata politica economica che ha prodotto un'iperinflazione nello Zimbabwe, ci hanno rimesso i suoi cittadini, e nessuno ha dato la colpa ad altri (o forse sì, qualcuno che dà la colpa agli amerikani o ai bankieri, o ai rettiliani o alle scie chimiche si trova sempre).
Si potrebbe però sostenere che l'Unione europa doveva rendersi conto che la Grecia stesse falsificando i bilanci. Oppure che si doveva pensare prima a come fronteggiare un'eventuale crisi in uno dei paesi membri. In ogni caso, l'Europa potrebbe benissimo decidere, per solidarietà, di aiutare il popolo greco. Ma se lo fa, questo comporterà un costo reale per gli altri paesi europei. Infatti, in economia non esistono pasti gratis.
Tsipras ha condotto la campagna elettorale dicendo che non intende rispettare i patti, e che intende aumentare alcune voci di spesa pubblica. Ma dove troverà i soldi? Dato che i soldi non ci sono, e non si creano dal nulla, o li chiede all'Europa, e allora deve trovare un accordo (altro che "i patti non si rispettano"), oppure la Grecia va fallita.
Quindi, molto probabilmente l'ubriacatura sulla vittoria di Tsipras che ha contagiato mezza Europa, si risolverà in una grande delusione.
Quindi, se la Grecia si rifiuta di pagare i debiti, gli altri paesi, cioè i contribuenti, i cittadini, le persone in carne e ossa degli altri paesi europei, ci rimetteranno, attraverso più tasse e/o meno servizi in futuro.
Va infatti ricordato, al di là delle opinioni che si possono avere su cosa è giusto fare, che i soldi non crescono sugli alberi. Questo può sembrare banale, ma in realtà giova ricordarlo, visti i commenti che in questi giorni si fanno sull'argomento. Giova anche ricordare che il debito greco non è paragonabile, come è stato fatto, ai debiti di guerra della Germania, perché si tratta di un debito reale, concreto, fatto dallo stato greco, cioè dai governi greci, in base a loro decisioni sovrane, con il consenso e il voto dei cittadini greci. Poi è vero che la crisi del 2008 è arrivata da fuori, ma se ha colpito in maniera così pesante la Grecia, è perché i governi greci avevano falsificato i bilanci, aumentando a dismisura la spesa pubblica, e quindi portando la Grecia in una situazione a lungo andare insostenibile anche se non ci fosse stata la crisi. Come si può vedere dal grafico, da quando è entrata nell'Euro, il deficit della Grecia è stato sistematicamente ben sopra al 3% che prescrive il trattato di Maastricht, e anche prima della crisi, cioè quando l'economia andava bene.
Quindi, non trovo corretto addossare le colpe della crisi greca agli altri paesi europei, o alla solita Germania, o meglio alla Merkel. Cioè, è bene ristabilire l'ordine dei fatti: prima la Grecia non è più riuscita a finanziarsi sui mercati perché si è scoperto che aveva un deficit enorme e aveva truccato i conti, poi ha chiesto aiuto, e le è stato concesso un prestito enorme, di 240 miliardi.
Poi per carità, il modo come è stata gestita la crisi e le ricette proposte saranno state sbagliate, ma questo lo diciamo a posteriori, quando è facile parlare, e inoltre va detto che non è facile risanare un paese alla bancarotta. A quelli che pontificano vorrei dire: provateci voi a risanare un paese alla bancarotta, o anche solo i conti di un amico che è pieno di debiti.
Va aggiunto che la Grecia è uno dei paesi con la corruzione e l'evasione fiscale più alte d'Europa, anzi è l'unico dell'Europa occidentale (sempre che lo vogliamo annoverare tra i paesi dell'Europa occidentale) a superare l'Italia in questi non piacevoli parametri, e non sembra che i governi greci, anche dopo la crisi, abbiano lavorato per combattere queste piaghe. Mentre molti soffrivano e perdevano il lavoro, altri vivevano alla grande e portavano i soldi in Svizzera.
In sintesi, la colpa della sofferenza del popolo (o meglio, di una parte del popolo) greco è innanzi tutto della classe politica greca. Ed è normale, anche se non è politicamente corretto dirlo, che il popolo subisca le conseguenze degli errori (o degli orrori) dei suoi governi. Ad esempio il popolo dello Zimbabwe ha subito le conseguenze della scriteriata politica economica che ha prodotto un'iperinflazione nello Zimbabwe, ci hanno rimesso i suoi cittadini, e nessuno ha dato la colpa ad altri (o forse sì, qualcuno che dà la colpa agli amerikani o ai bankieri, o ai rettiliani o alle scie chimiche si trova sempre).
Si potrebbe però sostenere che l'Unione europa doveva rendersi conto che la Grecia stesse falsificando i bilanci. Oppure che si doveva pensare prima a come fronteggiare un'eventuale crisi in uno dei paesi membri. In ogni caso, l'Europa potrebbe benissimo decidere, per solidarietà, di aiutare il popolo greco. Ma se lo fa, questo comporterà un costo reale per gli altri paesi europei. Infatti, in economia non esistono pasti gratis.
Tsipras ha condotto la campagna elettorale dicendo che non intende rispettare i patti, e che intende aumentare alcune voci di spesa pubblica. Ma dove troverà i soldi? Dato che i soldi non ci sono, e non si creano dal nulla, o li chiede all'Europa, e allora deve trovare un accordo (altro che "i patti non si rispettano"), oppure la Grecia va fallita.
Quindi, molto probabilmente l'ubriacatura sulla vittoria di Tsipras che ha contagiato mezza Europa, si risolverà in una grande delusione.
domenica 23 novembre 2014
Di chi è la colpa?
Nel settimo anno dall'inizio della crisi, si può fare il punto della situazione, chiedendosi come stanno andando le cose, qual è la situazione dell'Italia, a cosa va attribuita la crisi ecc.
Poiché in Italia le cose vanno male, molti pensano che stiano andando male anche nel resto d'Europa o del mondo, attribuendo per questo motivo la crisi a cause internazionali. Ma come vanno le cose negli altri paesi?
Il grafico dell'andamento del Pil nei paesi del G7 ci può dare un'indicazione al riguardo.
Come si può vedere, prima della crisi, dal 2003 al 2007, i Paesi che vanno peggio sono Italia e Giappone, che crescono poco, rimanendo sostanzialmente stagnanti.
Nel periodo della crisi, 2008 e 2009, il Pil italiano scende, ma meno della media degli altri Paesi; curiosamente anche il Giappone sembra calare meno degli altri.
Nel 2010 gli altri paesi riprendono a crescere, mentre l'Italia rimane stagnante.
Nel 2011, anno della crisi dello spread, l'Italia riprende a calare, e da allora è l'unico paese che continua a calare.
Il risultato finale è che l'Italia è il paese che è calato di più dal 2003, ed è l'unico insieme al Giappone a non avere recuperato i livelli di ricchezza pre-crisi.
E' dunque evidente che l'Italia ha dei problemi specifici, propri, che altri non hanno.
Ricordiamocelo quando sentiamo attribuire la colpa ad altri, che siano l'euro, la Merkel, il "capitalismo" o le banche.
No, se siamo gli unici a non riprendersi, vuol dire che abbiamo dei problemi tutti nostri, e anche belli grossi.
Poiché in Italia le cose vanno male, molti pensano che stiano andando male anche nel resto d'Europa o del mondo, attribuendo per questo motivo la crisi a cause internazionali. Ma come vanno le cose negli altri paesi?
Il grafico dell'andamento del Pil nei paesi del G7 ci può dare un'indicazione al riguardo.
Come si può vedere, prima della crisi, dal 2003 al 2007, i Paesi che vanno peggio sono Italia e Giappone, che crescono poco, rimanendo sostanzialmente stagnanti.
Nel periodo della crisi, 2008 e 2009, il Pil italiano scende, ma meno della media degli altri Paesi; curiosamente anche il Giappone sembra calare meno degli altri.
Nel 2010 gli altri paesi riprendono a crescere, mentre l'Italia rimane stagnante.
Nel 2011, anno della crisi dello spread, l'Italia riprende a calare, e da allora è l'unico paese che continua a calare.
Il risultato finale è che l'Italia è il paese che è calato di più dal 2003, ed è l'unico insieme al Giappone a non avere recuperato i livelli di ricchezza pre-crisi.
E' dunque evidente che l'Italia ha dei problemi specifici, propri, che altri non hanno.
Ricordiamocelo quando sentiamo attribuire la colpa ad altri, che siano l'euro, la Merkel, il "capitalismo" o le banche.
No, se siamo gli unici a non riprendersi, vuol dire che abbiamo dei problemi tutti nostri, e anche belli grossi.
martedì 18 febbraio 2014
Lo pseudo-keynesismo che ha rovinato l'Italia
L'economista britannico John Maynard Keynes aveva spiegato come durante le crisi fosse utile sostenere la domanda con iniezioni di spesa pubblica, ma questa politica, che può avere un senso nelle epoche di crisi, fu utilizzata dai governi italiani a partire dalla metà degli anni '60, quando si accorsero che il boom era finito e la spinta propulsiva della crescita sostenuta stava venendo meno. E così decisero di stimolare l'economia con un aumento della spesa pubblica, non supportato da un adeguamento dell'imposizione fiscale. Una volta messa in moto la macchina della spesa pubblica, che nel tempo andava aumentando, gradualmente il livello delle tasse cominciò a crescere per inseguire la spesa pubblica stessa, ma non raggiungendola mai, si provocò un deficit strutturale che durò all'incirca trent'anni, dal 1965 al 1995. Quella che doveva essere un'arma da usare nelle epoche di crisi e poi rimettere nel cassetto, è diventata una sorta di doping permanente.
Solo a partire dal 1992, con la crisi della lira e il Trattato di Maastricht, si dovette porre un freno a questa politica, riducendo il deficit su livelli più contenuti. Intanto il debito pubblico era arrivato al 125% sul Pil, risultando tra i più alti d'Europa. Da quel momento l'Italia ha smesso sostanzialmente di crescere, risultando incapace di produrre una ricchezza aggiuntiva senza la droga del deficit.
Ancora oggi ci portiamo dietro il fardello del debito pubblico, ma non solo: cosa ancor più grave, ci portiamo dietro le distorsioni della spesa pubblica clientelare e inefficiente, basti pensare alle pensioni baby, alle pensioni d'oro, ai troppi centri di spesa senza controllo, ai molti dipendenti pubblici che non hanno nulla da fare, ai costi della politica più elevati che negli altri paesi ecc.
Anche la corruzione è in un certo senso una forma distorta di spesa pseudo-keynesiana: se quello che conta è "sostenere la domanda", va bene anche dare e ricevere mazzette, purché si facciano "girare i soldi".
Contrariamente a quanto normalmente si crede, tutto questo è stato voluto: dalle regioni alle province, dalle migliaia di municipalizzate inefficienti e in perdita, tutto questo sistema è stato voluto dai politici, non solo per alimentare le clientele ed assicurarsi la rielezione, ma anche perché alla base c'era la convinzione che comunque si sarebbe fatta "girare l'economia".
Fintanto che il debito pubblico era basso, il mondo cresceva, e i giovani erano più dei vecchi, quindi la somma dei redditi era molto più elevata di quella delle pensioni, questo sistema poteva pure funzionare, ma intanto si andava accumulando il debito pubblico, a scapito delle generazioni future. La concorrenza internazionale non era elevata come oggi, e con le ricorrenti svalutazioni l'Italia recuperava competitività nei confronti degli altri paesi, ma questo non era sufficiente a fermare la crescita del debito pubblico, che prima o poi avrebbe presentato il conto.
Ma poi tutto questo perché veniva fatto? Per recuperare il gap con gli altri paesi, illudendosi che esistessero "pasti gratis". Eppure basta ragionare un attimo: se questo sistema funzionasse, il Messico potrebbe diventare ricco come gli Stati Uniti semplicemente stampando più moneta e spendendo di più nel settore pubblico, o la Bulgaria potrebbe diventare ricca come l'Austria ecc. Anzi, la prova che il gioco non funziona è data proprio dall'Italia: se fosse vero che il deficit crea da solo ricchezza, l'Italia oggi sarebbe il paese più ricco d'Europa.
Qualche settimana fa al programma di Michele Santoro erano ospiti Renato Brunetta e Federico Rampini, l'uno politico di Forza Italia (ex socialista), e l'altro giornalista economico di Repubblica. Ebbene, entrambi si sono detti d'accordo con le politiche "keynesiane", si spesa a deficit. Eppure in teoria dovrebbero trovarsi su sponde opposte. Ecco, questa è la prova che su certe scelte strategiche la destra e la sinistra condividono le stesse idee, e dunque sono state d'accordo nel portare avanti la stessa politica fallimentare. Del resto il presidente del consiglio che ha aumentato di più il debito pubblico è stato Berlusconi, ricalcando la politica del suo amico-predecessore Craxi, di finto liberismo associato ad una spesa pubblica inefficiente e clientelare.
Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'Italia dovrebbe andare in Europa a battere i pugni sul tavolo e reclamare il diritto a sforare il limite del 3% del deficit richiesto dai parametri di Maastricht. Come se fosse questo che serve all'Italia: spendere di più. Due anni dopo il governo Monti, abbiamo ancora mille parlamentari, che sono ancora i più pagati d'Europa, abbiamo ancora le province e i dirigenti pubblici più pagati d'Europa. Ogni volta viene presentata una spending review che poi non si attua perché si fa strategicamente cadere il governo.
Insomma, mentre l'Europa ci chiede di fare le riforme, noi non le facciamo, e però la accusiamo di essere la responsabile dei nostri problemi, impedendoci di spendere. Come se l'unico modo per rilanciare l'economia fosse aumentare la spesa pubblica. A nessuno viene in mente che la spesa pubblica potrebbe essere ridotta o riqualificata, che se si diminuisse la pressione fiscale potrebbero aumentare i consumi e gli investimenti, che se si riducesse la burocrazia e si velocizzassero i tempi della giustizia il sistema diverrebbe più efficiente. No, ogni volta che si pensa ai problemi economici, scatta il riflesso condizionato del "trovare soldi da spendere".
Lo pseudo-keynesismo, consistente nel credere che si debba strutturalmente operare in regime di deficit e che tutte le risposte debbano venire dalla spesa pubblica, continua a fare danni.
Solo a partire dal 1992, con la crisi della lira e il Trattato di Maastricht, si dovette porre un freno a questa politica, riducendo il deficit su livelli più contenuti. Intanto il debito pubblico era arrivato al 125% sul Pil, risultando tra i più alti d'Europa. Da quel momento l'Italia ha smesso sostanzialmente di crescere, risultando incapace di produrre una ricchezza aggiuntiva senza la droga del deficit.
Ancora oggi ci portiamo dietro il fardello del debito pubblico, ma non solo: cosa ancor più grave, ci portiamo dietro le distorsioni della spesa pubblica clientelare e inefficiente, basti pensare alle pensioni baby, alle pensioni d'oro, ai troppi centri di spesa senza controllo, ai molti dipendenti pubblici che non hanno nulla da fare, ai costi della politica più elevati che negli altri paesi ecc.
Anche la corruzione è in un certo senso una forma distorta di spesa pseudo-keynesiana: se quello che conta è "sostenere la domanda", va bene anche dare e ricevere mazzette, purché si facciano "girare i soldi".
Contrariamente a quanto normalmente si crede, tutto questo è stato voluto: dalle regioni alle province, dalle migliaia di municipalizzate inefficienti e in perdita, tutto questo sistema è stato voluto dai politici, non solo per alimentare le clientele ed assicurarsi la rielezione, ma anche perché alla base c'era la convinzione che comunque si sarebbe fatta "girare l'economia".
Fintanto che il debito pubblico era basso, il mondo cresceva, e i giovani erano più dei vecchi, quindi la somma dei redditi era molto più elevata di quella delle pensioni, questo sistema poteva pure funzionare, ma intanto si andava accumulando il debito pubblico, a scapito delle generazioni future. La concorrenza internazionale non era elevata come oggi, e con le ricorrenti svalutazioni l'Italia recuperava competitività nei confronti degli altri paesi, ma questo non era sufficiente a fermare la crescita del debito pubblico, che prima o poi avrebbe presentato il conto.
Ma poi tutto questo perché veniva fatto? Per recuperare il gap con gli altri paesi, illudendosi che esistessero "pasti gratis". Eppure basta ragionare un attimo: se questo sistema funzionasse, il Messico potrebbe diventare ricco come gli Stati Uniti semplicemente stampando più moneta e spendendo di più nel settore pubblico, o la Bulgaria potrebbe diventare ricca come l'Austria ecc. Anzi, la prova che il gioco non funziona è data proprio dall'Italia: se fosse vero che il deficit crea da solo ricchezza, l'Italia oggi sarebbe il paese più ricco d'Europa.
Qualche settimana fa al programma di Michele Santoro erano ospiti Renato Brunetta e Federico Rampini, l'uno politico di Forza Italia (ex socialista), e l'altro giornalista economico di Repubblica. Ebbene, entrambi si sono detti d'accordo con le politiche "keynesiane", si spesa a deficit. Eppure in teoria dovrebbero trovarsi su sponde opposte. Ecco, questa è la prova che su certe scelte strategiche la destra e la sinistra condividono le stesse idee, e dunque sono state d'accordo nel portare avanti la stessa politica fallimentare. Del resto il presidente del consiglio che ha aumentato di più il debito pubblico è stato Berlusconi, ricalcando la politica del suo amico-predecessore Craxi, di finto liberismo associato ad una spesa pubblica inefficiente e clientelare.
Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'Italia dovrebbe andare in Europa a battere i pugni sul tavolo e reclamare il diritto a sforare il limite del 3% del deficit richiesto dai parametri di Maastricht. Come se fosse questo che serve all'Italia: spendere di più. Due anni dopo il governo Monti, abbiamo ancora mille parlamentari, che sono ancora i più pagati d'Europa, abbiamo ancora le province e i dirigenti pubblici più pagati d'Europa. Ogni volta viene presentata una spending review che poi non si attua perché si fa strategicamente cadere il governo.
Insomma, mentre l'Europa ci chiede di fare le riforme, noi non le facciamo, e però la accusiamo di essere la responsabile dei nostri problemi, impedendoci di spendere. Come se l'unico modo per rilanciare l'economia fosse aumentare la spesa pubblica. A nessuno viene in mente che la spesa pubblica potrebbe essere ridotta o riqualificata, che se si diminuisse la pressione fiscale potrebbero aumentare i consumi e gli investimenti, che se si riducesse la burocrazia e si velocizzassero i tempi della giustizia il sistema diverrebbe più efficiente. No, ogni volta che si pensa ai problemi economici, scatta il riflesso condizionato del "trovare soldi da spendere".
Lo pseudo-keynesismo, consistente nel credere che si debba strutturalmente operare in regime di deficit e che tutte le risposte debbano venire dalla spesa pubblica, continua a fare danni.
sabato 21 dicembre 2013
L'Italia non è un PIGS
Nel 2010 un oscuro ma valente economista scriveva:
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.
"There has been some debate in the media about the meaning of the capital “I” in the
PIGS acronym. We belong to those that believe that the “I” country is Ireland, rather than Italy. This conclusion does not rest on nationalism (an attitude that economic crises usually foster, but that should not shape economic reasoning), but on the analysis of some key macroeconomic indicators. First, according to the last release of the World Economic Outlook database (IMF 2010), unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, Italy did not feature a two digit government deficit in 2009, while being at the same time the only country in this group with positive growth prospects for 2010;7 this means that Italy was able to withstand the impact of the global financial crisis thanks to its structural features (in particular, to its high rate of private saving) rather than by loosening the public purse strings. Second, unlike Portugal, Ireland, Greece and Spain, in the decade since the inception of euro Italy featured a below unity inflation differential with Germany;this means that the Italian economy did not experience as dramatic a loss of competitiveness as PIGS did. This casual evidence is reinforced by more formal econometric testing."
"This suggests that external debt (be it private or public) rather than public debt per se should be a matter of concern.
Take Italy as a counterexample. As a matter of fact, Italy has withstood so far the global financial crisis, despite having a debt of around 120 GDP points. In 2007 its public debt was 117 GDP points, larger than the Greek one, but its external debt was only 21 GDP points (as compared to 104 GDP points in Greece). Another counterexample is provided by Japan, that has the largest public debt worldwide (over 200 GDP points, some 17% of world
GDP). Nobody is worried by a Japanese financial crisis, perhaps because Japan is also the largest net external creditor, with net foreign assets equal to about 50% of its GDP."
In sostanza, questo economista sosteneva che l'Italia non può essere annoverata tra i cosiddetti PIGS, e che la sua economia era uscita indenne dalla crisi perché pur avendo un debito pubblico elevato, aveva risparmi privati elevati, e d'altro canto non aveva sperimentato un differenziale di inflazione con la Germania e dunque non aveva perso competitività rispetto ad essa.
Il documento si può trovare qui.
Ma chi era questo economista negatore della crisi italiana? Ebbene sì, lui, Alberto Bagnai. Quello che nel 2011, nel pieno della crisi dello spread, apre un blog e comincia a sostenere che dobbiamo uscire dall'Euro, che la Germania nazista ci vuole sottomettere, e altre amenità. Un cambiamento radicale in una tempistica a dir poco curiosa!
Ma chi aveva ragione, il Bagnai versione 2010 o il Bagnai versione 2011?
Evidentemente, il primo. Infatti, è evidente che l'Italia non è un PIGS.
I sostenitori dell'uscita dall'Euro portano come argomento principale il fatto che la crisi dei PIGS (Paesi periferici dell'area Euro: Portogallo, Irlanda, Spagna, Grecia) sia dovuto ad uno squilibrio nella bilancia commerciale, per cui l'eccessivo indebitamento con l'estero avrebbe poi provocato la crisi quando, in seguito alla crisi finanziaria del 2008, i capitali sono fuggiti lasciando questi paesi pieni di debiti privati, che poi sono stati trasferiti nel settore pubblico, il quale a sua volta ha dovuto salvare le banche aumentando il proprio debito. In pratica si dice: "siccome la Spagna e l'Irlanda hanno subito la crisi dell'Euro, l'Italia deve uscire dall'Euro". Bel modo di ragionare! Tutto ciò avrebbe senso se anche l'Italia avesse subito le stesse conseguenze. Ma è andata così? Evidentemente no.
Prima della crisi iniziata nel 2008 l'Italia non ha conosciuto alcun boom dovuto a bolle speculative a loro volta causate da investimenti dall'estero, tanto è vero che la sua economia è rimasta stagnante nei primi anni 2000. Il suo peggioramento nella bilancia commerciale è stato relativo e dovuto più all'aumento del prezzo del petrolio e alla concorrenza con paesi extra-Ue che esportavano merci a basso valore aggiunto, che all'invasione di prodotti tedeschi. Paul Krugman, non certo sospettabile di essere un economista pro-Euro o pro-Germania, dice: “Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren't”.
D'altro canto, l'indebitamento totale dell'Italia è inferiore a quello dei PIGS. La crisi dell'Italia è tutto sul debito pubblico, ed è stata dovuta alla fuga dei detentori esteri del debito pubblico, i quali hanno temuto che, nell'ambito di una crisi generalizzata dell'Euro, l'Italia, avendo il debito più alto associato a bassa crescita, non fosse in grado di sostenerlo.
D'altro canto, alcuni paesi non-Euro hanno avuto lo stesso tipo di crisi da tassi di interesse bassi, debito estero e bolle (Usa, Uk, Islanda, Ungheria, Romania). Dunque, se è vero che l'Euro, abbassando i tassi di interesse dei paesi periferici e rendendoli più credibili e più appetibili per gli investimenti esteri, ha favorito la nascita delle dinamiche che poi allo scoppio della crisi ne hanno provocato il collasso, non è una causa necessaria per questo tipo di dinamiche. E curioso ad esempio che nessuno parli dell'Islanda che, fuori dall'Euro, ha avuto più o meno gli stessi problemi dell'Irlanda, dentro l'Euro.
giovedì 24 gennaio 2013
Le banche e la crisi
In questo blog cerco sempre di affrontare gli argomenti con un certo distacco. Non sto sempre sulla notizia, né mi interessa commentare il fatto del giorno, che magari presto verrà dimenticato. Anzi, faccio così con più convinzione da quando osservo come il web sia diventato una specie di sfogatoio, in cui ogni avvenimento viene commentato in tempo reale da tutti, sui social network, nei forum, nello spazio per i commenti ai siti dei giornali, senza soffermarsi a ragionare, ma dividendo ogni volta il mondo in buoni e cattivi.
Quello che dovrebbe essere un luogo per confrontarsi con le opinioni altrui, rischia di diventare un luogo dove l'emotività prende il sopravvento.
Purtroppo molte persone commettono l'errore di dare per scontato che la verità ufficiale sia sempre sbagliata, e che chi urla di più sia quello che ha capito di più. Tra l'altro, a ben guardare non c'è neanche una verità ufficiale, almeno non nell'ambito politico, ci sono solo opinioni circostanziate, documentate, autorevoli, e panzane bell'e buone.
Una strategia facile per ottenere consensi è quella che consiste nell'attaccare un personaggio autorevole. Qualcuno che ci seguirà lo troveremo sicuramente. Basti pensare a Grillo, che ha attaccato uno dopo l'altro personaggi autorevoli del mondo scientifico come la Montalcini e Veronesi.
Un altra vittima della furia della Rete è Napolitano. Siccome nei sondaggi è l'unico personaggio politico che ottiene il consenso della maggioranza della popolazione, ecco che attaccarlo consente di ottenere seguito da parte di chi è arrabbiato contro il sistema, e pensa che se fosse lui al potere, risolvere tutti i problemi in cinque minuti.
Nel mio piccolo cerco di contrastare, ovviamente sapendo che è impossibile, questa marea montante, e in questo modo mi espongo anche a critiche del tipo: chi ti paga? chi c'è dietro? che sono le tipiche critiche di chi in genere non collega il cervello.
Ora, visto che uno dei capri espiatori di questi tempi di crisi sono le banche, mi vedo costretto a puntualizzare certe cose. Qualcuno penserà che "sono pagato dalle banche", ma non fa nulla, ci sta.
Attaccare le banche è facile. Lo fanno spesso anche i politici. Infatti, in genere nessuno risponderà. Se attacchi un personaggio specifico, rischi di essere querelato, o comunque lui potrebbe rispondere utilizzando i mezzi di informazione. Ma se fai un attacco generico, e te la prendi con "le banche", è molto probabile che non risponda nessuno. E così l'accusa verrà creduta valida da molti.
Le banche vengono accusate di tenersi i soldi e non erogare il credito ai cittadini. Ma come, hanno ricevuto miliardi dalla Banca Centrale europa, e adesso se li tengono per sé?
Questa accusa non tiene conto del fatto che le banche erogano credito per mestiere, e facendo ciò (giustamente) ci guadagnano. Quindi, perché non dovrebbero prestare i soldi, se è il loro mestiere?
Se non prestano i soldi, evidentemente è perché non ce li hanno. E perché non ce li hanno? semplice, perché in un periodo di crisi, la prima cosa che si verifica è il credit crunch. Migliaia di cittadini smettono di pagare le rate del mutuo, e migliaia di aziende smettono di restituire i prestiti.
Si chiamano sofferenze. In questa situazione, le banche hanno più difficoltà ad erogare il credito. Inoltre, se l'economia è in crisi, aumenta la probabilità che chi contrae un debito, abbia difficoltà a restituirlo. Ad esempio se dovesse perdere il lavoro.
Quindi, è vero che le banche hanno preso i soldi (in prestito) dalla BCE, ma con quei soldi in parte hanno tratto ossigeno per non morire, in parte hanno comprato titoli di stato, evitando il tracollo dello stato stesso.
In pratica, con questa operazione gli stati hanno salvato sé stessi, e hanno evitato che le banche rimanessero proprio senza soldi.
Detto ciò, non ignoro che alcune banche, in primo luogo le grandi banche d'affari americane, sono state una delle cause principali della crisi, con le operazioni spericolate sui derivati e i mutui subprime.
E non ignoro che le banche sono state spesso al centro di indagini per evasione o elusione fiscale, e per altri reati di tipo finanziario. Ma se è per questo, indagini simili hanno interessato anche le grandi aziende. E per la verità anche le piccole. Personalmente non riesco a trovare nelle banche un tasso di illegalità superiore o un carattere specifico, rispetto agli altri soggetti economici, alla politica e alla società nel suo complesso.
Forse sbaglio, per carità. Ma mi pare che le banche siano più che altro un facile capro espiatorio. Si attaccano loro per ottenere facili consensi, senza dover proporre qualcosa di serio per cambiare le cose.
Quello che dovrebbe essere un luogo per confrontarsi con le opinioni altrui, rischia di diventare un luogo dove l'emotività prende il sopravvento.
Purtroppo molte persone commettono l'errore di dare per scontato che la verità ufficiale sia sempre sbagliata, e che chi urla di più sia quello che ha capito di più. Tra l'altro, a ben guardare non c'è neanche una verità ufficiale, almeno non nell'ambito politico, ci sono solo opinioni circostanziate, documentate, autorevoli, e panzane bell'e buone.
Una strategia facile per ottenere consensi è quella che consiste nell'attaccare un personaggio autorevole. Qualcuno che ci seguirà lo troveremo sicuramente. Basti pensare a Grillo, che ha attaccato uno dopo l'altro personaggi autorevoli del mondo scientifico come la Montalcini e Veronesi.
Un altra vittima della furia della Rete è Napolitano. Siccome nei sondaggi è l'unico personaggio politico che ottiene il consenso della maggioranza della popolazione, ecco che attaccarlo consente di ottenere seguito da parte di chi è arrabbiato contro il sistema, e pensa che se fosse lui al potere, risolvere tutti i problemi in cinque minuti.
Nel mio piccolo cerco di contrastare, ovviamente sapendo che è impossibile, questa marea montante, e in questo modo mi espongo anche a critiche del tipo: chi ti paga? chi c'è dietro? che sono le tipiche critiche di chi in genere non collega il cervello.
Ora, visto che uno dei capri espiatori di questi tempi di crisi sono le banche, mi vedo costretto a puntualizzare certe cose. Qualcuno penserà che "sono pagato dalle banche", ma non fa nulla, ci sta.
Attaccare le banche è facile. Lo fanno spesso anche i politici. Infatti, in genere nessuno risponderà. Se attacchi un personaggio specifico, rischi di essere querelato, o comunque lui potrebbe rispondere utilizzando i mezzi di informazione. Ma se fai un attacco generico, e te la prendi con "le banche", è molto probabile che non risponda nessuno. E così l'accusa verrà creduta valida da molti.
Le banche vengono accusate di tenersi i soldi e non erogare il credito ai cittadini. Ma come, hanno ricevuto miliardi dalla Banca Centrale europa, e adesso se li tengono per sé?
Questa accusa non tiene conto del fatto che le banche erogano credito per mestiere, e facendo ciò (giustamente) ci guadagnano. Quindi, perché non dovrebbero prestare i soldi, se è il loro mestiere?
Se non prestano i soldi, evidentemente è perché non ce li hanno. E perché non ce li hanno? semplice, perché in un periodo di crisi, la prima cosa che si verifica è il credit crunch. Migliaia di cittadini smettono di pagare le rate del mutuo, e migliaia di aziende smettono di restituire i prestiti.
Si chiamano sofferenze. In questa situazione, le banche hanno più difficoltà ad erogare il credito. Inoltre, se l'economia è in crisi, aumenta la probabilità che chi contrae un debito, abbia difficoltà a restituirlo. Ad esempio se dovesse perdere il lavoro.
Quindi, è vero che le banche hanno preso i soldi (in prestito) dalla BCE, ma con quei soldi in parte hanno tratto ossigeno per non morire, in parte hanno comprato titoli di stato, evitando il tracollo dello stato stesso.
In pratica, con questa operazione gli stati hanno salvato sé stessi, e hanno evitato che le banche rimanessero proprio senza soldi.
Detto ciò, non ignoro che alcune banche, in primo luogo le grandi banche d'affari americane, sono state una delle cause principali della crisi, con le operazioni spericolate sui derivati e i mutui subprime.
E non ignoro che le banche sono state spesso al centro di indagini per evasione o elusione fiscale, e per altri reati di tipo finanziario. Ma se è per questo, indagini simili hanno interessato anche le grandi aziende. E per la verità anche le piccole. Personalmente non riesco a trovare nelle banche un tasso di illegalità superiore o un carattere specifico, rispetto agli altri soggetti economici, alla politica e alla società nel suo complesso.
Forse sbaglio, per carità. Ma mi pare che le banche siano più che altro un facile capro espiatorio. Si attaccano loro per ottenere facili consensi, senza dover proporre qualcosa di serio per cambiare le cose.
lunedì 10 dicembre 2012
Il Manifesto ME-MMT
Il Paese di Cuccagna
Finalmente è arrivato il Manifesto ME-MMT. Un gruppo di valenti economisti americani si è messo in contatto con un coraggioso giornalista italiano, Paolo Barnard, per farci conoscere il modo, semplice e indolore, per diventare tutti benestanti in breve tempo.
Il programma è modesto, infatti si propone nientemeno che la "salvezza economica" per il Paese. Ma il lettore sa che può contare su ciò che vi è scritto, perché il programma assicura di se stesso di essere una "guida di massima autorevolezza". Quindi, procediamo!
L'Italia non ha colpe
Il preambolo, detto "memento", ci fa sapere che l'Italia sta vivendo una crisi per colpe interamente non sue. Infatti, "I Trattati europei, in particolare quelli associati all'Eurozona, ci hanno tolto la sovranità costituzionale, quella parlamentare e quella monetaria. Ci hanno tolto tutto. La crisi che oggi sta distruggendo l'economia e i diritti delle famiglie e delle aziende italiane come mai dal 1945 a oggi, viene da questo." Insomma, è tutta colpa dell'Europa, che ha "tolto tutto" all'Italia.
Il complotto contro l'Italia
L'introduzione, detta "spiegazione essenziale", ci spiega che in particolare la colpa è dell'Euro, perché è "una valuta che non è di alcuno Stato". Ora, se è così io mi chiedo come mai la crisi colpisca alcuni Paesi dell'area Euro più di altri, e perché la classe dirigente italiana sia voluta entrare nella moneta comune.. sarà masochismo?
Comunque il manifesto ci fa sapere che a causa dell'Euro "i 17 governi dovranno sempre batter cassa presso i mercati di cui sopra per ottenere la moneta con cui attuare la spesa pubblica". In realtà la spesa pubblica si può ottenere anche con le tasse, semmai i governi vanno sui mercati per attuare la spesa in deficit, cioè quella parte che va oltre le entrate dello Stato, oppure per ricollocare i titoli in scadenza. I Paesi che hanno uno spread molto alto hanno una effettiva difficoltà a finanziarsi sui mercati, ma non perché il loro debito sia in una moneta "di qualcun altro", ma perché i mercati non si fidano della loro capacità di ripagare il debito. Altrimenti, se fosse così, sarebbero in difficoltà tutti i Paesi dell'Euro, compresa la Germania, cosa che non è. Quindi, non è l'Euro in sé ad essere responsabile degli spread alti, cioè l'Euro non è una condizione sufficiente per la crisi, ma ha aggravato la crisi dei Paesi che già erano meno produttivi.
Quindi l'Euro ha contribuito, in seguito allo scoppio della crisi, a mettere in difficoltà i Paesi dalla minore produttività, i quali peraltro avrebbero avuto degli anni per recuperare il loro divario di competitività, ma comunque la crisi non è nata dall'Euro, ma dalla finanza americana nel 2008, cosa che in questo programma-manifesto non viene detto.
Secondo il manifesto ME-MMT, l'Eurozona "nasce da un progetto del 1943 per sottomettere le economie dei concorrenti industriali di Francia e Germania, e oggi ha purtroppo raggiunto quell'obiettivo". Se è così, gli Italiani e tutti gli altri Paesi sono gonzi perché si sono sottomessi volontariamente a Francia e Germania. (Qui notiamo en passant come ad esempio per Bagnai, che rispetto al livello di questo manifesto scrive come un premio Nobel, la Germania sia sostanzialmente l'unico beneficiario dell'Euro, e che la Francia sia la prossima vittima della crisi. Evidentemente anche i Francesi sono gonzi, dal momento che hanno complottato con la Germania per distruggere gli altri, e invece si sono suicidati pure loro).
La prova del complotto si ha a posteriori, in base a chi ha tratto i maggiori vantaggi dall'Euro: "l'Italia della Lira era nel 2000 la prima in Europa per produzione industriale, oggi siamo fra gli ultimi. Nel 2000 la Germania era ultima in Europa per produzione industriale, oggi è prima."
Ora, sarà anche vero che la produzione industriale dell'Italia negli ultimi anni è diminuita, ma questa frase è semplicemente un falso clamoroso, che tra l'altro denota una scarsa capacità di ragionare. Se è vero che l'Euro ha portato vantaggi alla Germania, è perché nella sostanza la sua capacità produttiva era già superiore a quella degli altri Paesi europei, quindi l'Euro ha semplicemente mantenuto o aumentato questa differenza, rendendo più difficile ai Paesi deboli di recuperare la competitività perduta con la svalutazione, come facevano quando disponevano di una moneta sovrana. Se veramente prima dell'ingresso dell'Euro l'Italia fosse stato un Paese così forte, sarebbe stata lei a sottomettere gli altri Paesi sfruttando la moneta unica.L'unica spiegazione di un errore così madornale è che gli autori abbiano confuso il dato assoluto con la tendenza, consultando un grafico come questo:
Insomma, quelli che vorrebbero essere i salvatori della Patria, non conoscono i dati economici e non sono in grado di leggere un grafico!
Ma, a proposito, chi sono gli autori di questo manifesto? La firma è del giornalista Paolo Barnard, ma poi sono riportati i nomi e le biografie di alcuni economisti americani e francesi: Warren Mosler, Alain Parguez, Mathew Forstater. Ora, si può capire per il giornalista, ma che degli economisti cadano in errori del genere è veramente curioso.
Piena occupazione subito
La Piena Occupazione (scritto rigorosamente in maiuscolo) è uno degli scopi principali di questo programma, e ci viene assicurato che verrebbe realizzata in breve tempo, facilmente, senza problemi. In realtà non viene mai spiegato come si raggiungerebbe. L'unica cosa che si capisce è che lo Stato, ripresa in mano la possibilità di battere moneta, si metterebbe a stampare moneta, per finanziare una serie di opere pubbliche, fintanto che non si raggiunga la piena occupazione: "La Piena Occupazione di Stato non costa troppo. Il governo di uno Stato con moneta sovrana può e deve finanziare senza limiti la Piena Occupazione, poiché essa rappresenta la ricchezza indistruttibile dell'economia nazionale".
Nel programma non ci sono numeri, come è normale nei discorsi non scientifici, e dunque non si dice ad esempio quanto dovrebbe spendere lo Stato per raggiungere questo obiettivo. Ma è evidente che per riassorbire una disoccupazione di milioni di persone occorrerebbe spendere miliardi di Euro (ad esempio, per pagare 1.200 Euro al mese di stipendio a 3 milioni di persone, bisognerebbe spendere 4 miliardi e mezzo al mese in più, senza contare i contributi).
Ma cosa intende il manifesto ME-MMT per piena occupazione? non si capisce se intende rispetto alle statistiche sulla disoccupazione (cioè, si fa lavorare chi sta cercando un lavoro ma non lo trova), oppure rispetto al totale della popolazione in età da lavoro. Quest'ultimo caso prefigurerebbe una sorta di Stato totalitario in cui tutti sono costretti a lavorare, e più che di lavoro garantito si dovrebbe parlare di lavoro obbligatorio (o lavoro forzato). Vista l'impostazione un po' sovietica del manifesto viene da temere che sia questa l'interpretazione giusta, anche perché ci sono passi come il seguente che fanno pensare a ciò: "Infine, il PLG (ovvero il "programma di lavoro garantito" organizzato dal governo, n.d.r.) imprimerà al PIL nazionale una spinta inaudita, poiché non esisterà cittadino italiano improduttivo nei settori dei beni e dei servizi." Dunque tutti i cittadini italiani lavoreranno, cioè (se ne deduce) dovranno per forza lavorare.
In ogni caso, se lo Stato si mettesse a stampare moneta e a spenderla per realizzare nuove attività che possano assorbire disoccupati, è evidente il forte rischio di un'esplosione dell'inflazione. Ma il programma ci rassicura che ciò non si potrebbe mai verificare: "La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione". Peccato che ci voglia un po' di tempo perché le nuove attività vadano a pieno regime, né è detto che la produttività di attività finanziate dallo Stato sia alta. Quindi il rischio di finire come l'Unione Sovietica (sempre che l'iperinflazione non porti prima il Paese alla bancarotta), dove tutti avevano un lavoro e da mangiare, ma poco altro, sarebbe alto.
I sostenitori dell'intervento pubblico in economia, magari in tempo di crisi, almeno ammettono che con la spesa pubblica lo Stato si indebita. Qui invece viene detto che lo Stato, battendo direttamente moneta, non si indebiterebbe, anzi creerebbe ricchezza, secondo una versione paradossale del monetarismo (basta stampare moneta per produrre ricchezza).
Certo, per chi vuole credere a queste frasi apodittiche, va tutto bene così. Ma se fosse così, i programmi tipo "Cassa per il Mezzogiorno" avrebbero realizzato una "spinta produttiva enorme", e basterebbe assumere migliaia di statali per creare benessere e felicità per tutti.
I più forti sono i più deboli
La mancanza di una visione coerente si vede dall'atteggiamento del manifesto nei confronti dei Paesi esportatori. Ad esempio il Giappone a volte è considerato un Paese modello perché ha una propria moneta e un debito pubblico del 240% del Pil, altre volte è presentato come un Paese sfortunato, perché essendo la sua economia orientata alle esportazioni, avrebbe problemi, come anche la Cina e la Germania. Ecco che il manifesto ci propone una "analisi veritiera delle economie dei Paesi che si sono gettati sull'export, in primo luogo Cina, Giappone e Germania. Contrariamente a quanto di solito detto dai media genericisti, questi Paesi soffrono disfunzioni interne gravi, come il crollo dei consumi, cali significativi dei redditi reali, aumenti esasperanti dei ritmi lavorativi".
Quello di esasperare un elemento, che magari è presente, senza considerare i pro e i contro, è un tipico atteggiamento che non aiuta alla comprensione della realtà. Cina, Giappone e Germania sono le tre economie più grandi del mondo dopo gli Stati Uniti. Il Giappone e la Germania hanno un tenore di vita tra i più alti del mondo, mentre la Cina sta vivendo un impetuoso sviluppo che ha portato fino ad ora qualche centinaio di milioni di persone ad uscire dallo stato di povertà endemica in cui vivevano nell'epoca pre-industriale.
Invece di chiedersi come mai l'unico tra i Paesi più ricchi al mondo che non sia un Paese esportatore sono gli Stati Uniti, gli autori del manifesto ci raccontano che i Paesi esportatori stanno male. Alla base di questa critica dei Paesi esportatori vi è l'idea assurda che le esportazioni rappresentino un costo. Questo è smentito dal fatto che anche gli altri Paesi con il reddito medio più alto sono Paesi esportatori, come la Norvegia che è un esportatore di petrolio.
Limitare le esportazioni
Dunque, il programma propone la limitazione delle esportazioni. L'idea è che la corsa all'export porti ad abbassare i salari e i consumi, peggiorando il tenore di vita, per cui: "un governo sovrano che mantenga sempre le Piena Occupazione interna deve permettere solo le esportazioni necessarie ad acquisire importazioni".
Questa frase è curiosa. Esportare è per i Paesi una necessità, proprio per potersi permettere di importare. Al mondo è praticamente impossibile trovare un Paese autosufficiente, che si possa permettere di non importare. E questo vale soprattutto per un Paese povero di materie prime come l'Italia.
Solo gli Stati Uniti possono andare in deficit con l'estero senza avere grossi problemi, perché la loro moneta è la moneta di riserva internazionale. Altrimenti, un Paese qualsiasi se importa più di quanto esporta, conoscerà una fuga di capitali che potrà essere contenuta soltanto da continue svalutazioni. Viceversa, esportare non si fa necessariamente con una diminuzione dei salari (deflazione). Si può fare anche con una produzione più tecnologica, ad alto valore aggiunto. Così fanno il Giappone e la Germania. Quanto ai salari, nonostante il fatto che siano più bassi di quelli occidentali, va ricordato che i salari cinesi sono in aumento da anni, come accade ai Paesi che stanno vivendo un processo di industrializzazione.
Ora però leggendo questo manifesto scopriamo che la fuga di capitali è impossibile, perché sarebbe solo un artificio contabile: "La fuga di capitali. Il governo sovrano che abbia compreso le realtà macroeconomiche spiegate dalla ME-MMT sa che la cosiddetta fuga di capitali è una finzione che non trova riscontro nelle operazioni monetarie reali. In un'Italia con moneta sovrana liberamente scambiata a tasso variabile, le Lire passeranno di mano, ma non andranno letteralmente da nessuna parte, nel senso che passeranno da un computer all'altro della Banca d'Italia (B.d.I.), come crediti che si spostano da un conto all'altro al suo interno."
Quindi con questo ragionamento, se miliardi di Lire venissero venduti all'estero e tramutati ad esempio in Dollari, non cambierebbe nulla, non verrebbero a mancare le Lire, nessuno si accorgerebbe di nulla. Peccato che invece con questo meccanismo molti Paesi sono andati in default.
"Le esportazioni sono un costo, le importazioni sono vera ricchezza per il Paese. Il principio fondante di un'economia funzionale al bene del 99% dei cittadini è il seguente: la vera ricchezza sono i beni e i servizi prodotti internamente, più quelli che il resto del mondo ci invia."
In pratica, vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Vogliono importare, senza esportare in cambio. Qui si vede chiaramente l'impianto americano della "teoria". Per gli americani è facile ragionare così. Ma proporre una cosa del genere per l'Italia è ridicolo. Nessuno ci invierebbe beni e servizi se non esportassimo qualcosa in cambio. Ed essendo un Paese con poche materie prime e poco terreno coltivabile rispetto alla popolazione, se vogliamo vivere decentemente dobbiamo produrre qualcosa che interessi all'estero.
"Il governo sa che nella nuova economia di Piena Occupazione e di piena produzione l'Italia sarà un polo di investimenti esterni in valute cosiddette forti, utili a far acquisti all'estero. Il governo sa che ciò è testimoniato, fra le altre fonti autorevoli, dall'esempio degli Stati Uniti, i quali alla fine degli anni novanta detenevano il primato per investimenti esteri ricevuti proprio grazie a una disoccupazione praticamente a zero (2,8%)."
Questa frase ridicola scambia la causa con l'effetto. Gli Stati Uniti ricevono investimenti dall'estero perché hanno la moneta di riserva mondiale, per cui i Paesi esportatori che ricevono dollari, li reinvestono almeno in parte in America, finanziando il loro enorme debito. Qui si dà per scontato che ciò che ci si augura (piena occupazione, ricchezza, investimenti dall'estero), si realizzi senza problemi, con un programma stranamente mai tentato fino ad ora.
In ogni caso, è evidente che se lo Stato si mette a limitare le esportazioni, dovrà poi provvedere anche a recuperare quella parte di ricchezza perduta (dal momento che vuole mantenere la piena occupazione), e dunque il suo intervento nell'economia sarebbe ancora più grande. Ad esempio, se lo Stato impedisse di importare le auto dall'estero, sostenendo che ce le possiamo produrre anche da soli, costringerebbe sostanzialmente gli Italiani ad acquistare le Fiat, magari finanziando l'apertura di nuove fabbriche, oppure dovrebbe lui stesso dar vita ad una azienda pubblica di automobili. Oppure potrebbe incentivare l'uso delle biciclette...
Tasso zero ma niente inflazione
Secondo questo programma, lo Stato si mette a spendere in deficit, ma non si finanzia attraverso le tasse; in questo modo aumenterebbe il debito pubblico. Ma secondo questo programma il debito pubblico non è un problema, perché il debito dello Stato corrisponde al credito dei cittadini: "Il governo italiano seguirà la linea guida fondamentale dei bilanci settoriali di Wynne Godley, e della ME-MMT: non può esistere un debito senza un equivalente e identico credito. Ciò si applica ovviamente anche al debito di Stato, per cui risulta evidente che esso è il credito/risparmio di chi lo detiene (italiani o stranieri)."
Qui si dimentica che il debito dello Stato è la ricchezza reale dei suoi finanziatori nel mondo reale, cioè si tratta di una ricchezza che già si è creata, e che qualcuno decide di prestare allo Stato.
Nel mondo reale, se lo Stato decide di dar vita ad un programma di opere pubbliche, può finanziarsi attraverso le tasse, o emettendo titoli di debito, e collocandoli sul mercato, in modo da ricevere i prestiti dei risparmiatori. In entrambi i casi, il finanziamento avviene attraverso ricchezza già esistente, già prodotta.
Invece nel programma ME-MMT, lo Stato si finanzierebbe stampando moneta, senza preoccuparsi dunque di ricevere finanziamenti sul mercato. Il programma propone inoltre di abbassare a zero per decreto il tasso di interesse. Anzi lo Stato non emetterebbe neanche titoli di debito, dato che avrebbe accentrato tutte le funzioni economico-finanziarie. "Tutto il denaro speso dallo Stato si accumulerà quindi nelle riserve delle banche presso la Banca d'Italia, sulle quali riserve può essere pagato un interesse 0, o poco più. Il coordinamento fra governo e Banca d'Italia sulla gestione degli interessi sul denaro di cui sopra, e su quello che la Banca d'Italia presta alle banche, assicurerà che i tassi rimangano al target desiderato dal governo, che dovrebbe essere 0, per favorire l'economia privata."
Il problema però è che il tasso di interesse consente di tenere sotto controllo l'inflazione. Un conto è dire che i Paesi come il Giappone hanno un tasso di interesse quasi pari a zero, perché se lo possono permettere avendo una situazione finanziaria solida (infatti sono pieni di riserve perché esportano parecchio), un altro è pretendere di avere il tasso zero per decreto, senza curarsi delle conseguenze. Il Giappone può praticare il tasso quasi a zero perché continua a trovare qualcuno che gli finanzia il debito, e questa è la prova che i mercati giudicano che il suo debito sia sostenibile. Se eliminassimo i controlli di questo tipo, cosa potrebbe succedere? E se l'inflazione aumentasse fino a livelli incontrollabili?
Il programma ci assicura che non ci sarà inflazione, infatti "l'inflazione da eccesso di domanda non è un pericolo finché la produzione non si riduce drammaticamente, poiché è l'eccesso di denaro con carenza di prodotti che causa inflazione." Ma il rischio di ridurre la produzione è alto proprio quando lo Stato si prende in carico una parte rilevante dell'economia, abolendo al contempo quegli strumenti di controllo come il tasso di interesse. "La Banca d'Italia annuncia una politica di tassi 0 sull'esempio del Giappone. Svalutazione e inflazione saranno funzioni sovrane controllate da Roma in coordinamento con la Banca d'Italia." Sì grazie, ma come? come si può controllare l'inflazione per decreto?
Abolire la finanza
Il programma prevede di statalizzare le banche, e di abolire del tutto la finanza. In pratica, le banche non potrebbero fare altro che prestare una quota dei loro depositi: "Uno Stato pienamente sovrano deve regolamentare il settore bancario nell'esclusivo Interesse Pubblico. Primo: eliminare interamente il settore finanziario che è parassita."
Ancora una volta si vede la tendenza ad abolire ciò che non piace, anziché chiedersi per quale motivo è nato e perché esiste in tutto il mondo. La finanza consente di produrre ricchezza, non sarebbe meglio chiedere di regolamentarne gli eccessi piuttosto che abolirla?
E' evidente che con questo programma (limitazione alle esportazioni, tasso zero, finanza ridotta al minimo, intervento dello Stato sempre più grande) di fatto si abolirebbe lo stesso mercato. Nonostante il fatto che si riconosca a parole uno spazio per l'iniziativa privata, di fatto non saremo molto lontani dall'Unione Sovietica.
L'Interesse Pubblico
L'interesse pubblico, tra l'altro scritto in maniera un po' inquietante con la maiuscola, compare più volte in questo scritto. "Secondo: si eliminino tutte le funzioni bancarie che esulano dal pubblico interesse.". Ma che cos'è l'interesse pubblico? chi lo dovrebbe stabilire?
E in quali settori investirebbe lo Stato? Anche ammesso che riesca a creare la piena occupazione, cosa farebbe in concreto? I disoccupati verrebbero pagati per fare cosa? Chi sarebbe a decidere, il governo?
In un'economia di mercato, una parte rilevante delle attività è decisa "dal basso", dalle esigenze della popolazione, in base alla legge della domanda e dell'offerta che porta gli investimenti nei settori dove c'è domanda. Se è lo Stato a decidere cosa produrre, si rischiano diseconomie, come accadeva in Unione Sovietica.
Qui è evidente l'impianto autoritario di chi pretende di imporre a tutti la propria visione, ovviamente in nome del bene del popolo. Ad esempio si dice di voler abolire l'autonomia della banca centrale, per poterne restituire il controllo al popolo, ma poi si dice per filo e per segno cosa dovrebbe fare questa banca centrale, togliendole ogni possibilità di decisione.
Conclusione
Questo programma propone demagogicamente una soluzione semplicistica per risolvere tutti i problemi economici: lo stato si mette a stampare moneta, e così rende tutti benestanti. Una volta realizzata la piena occupazione, tutto andrà da sé. Non si fa menzione dei problemi di una società come l'Italia, dalla corruzione alla criminalità, dall'evasione fiscale all'istruzione e alla ricerca scientifica. No, la ricchezza è solo una questione di moneta. Batti moneta, e stai a posto. Strano che fino ad ora non ci fosse arrivato nessuno... sarà l'uovo di Colombo?
Recentemente questo programma è stato addirittura pubblicato sul Corriere della Sera, come inserzione a pagamento, pare con il contributo spontaneo di lettori e fans di Paolo Barnard.
A prescindere dal fatto che probabilmente un programma del genere non funzionerebbe, perché si produrrebbe una inflazione incontrollabile che produrrebbe presto la bancarotta del Paese (o meglio l'iperinflazione e la distruzione della valuta, come sostiene Krugman), ma comunque anche ammettendo che possa funzionare, assomiglia ad una riedizione del centralismo democratico, in cui lo Stato domina tutto. L'intenzione potrà anche essere buona, ma la storia ha dimostrato ampiamente che quando si pretende di rivoluzionare la società e di guidare l'economia dall'alto, si rischia di produrre più danni che benefici.
Ancora una volta poi, si dimostra come le utopie siano autoritarie. Chi propone una società perfetta finisce inevitabilmente di proporre una forte riduzione della libertà dell'individuo, anche se con lo scopo di renderlo felice.
Finalmente è arrivato il Manifesto ME-MMT. Un gruppo di valenti economisti americani si è messo in contatto con un coraggioso giornalista italiano, Paolo Barnard, per farci conoscere il modo, semplice e indolore, per diventare tutti benestanti in breve tempo.
Il programma è modesto, infatti si propone nientemeno che la "salvezza economica" per il Paese. Ma il lettore sa che può contare su ciò che vi è scritto, perché il programma assicura di se stesso di essere una "guida di massima autorevolezza". Quindi, procediamo!
Il preambolo, detto "memento", ci fa sapere che l'Italia sta vivendo una crisi per colpe interamente non sue. Infatti, "I Trattati europei, in particolare quelli associati all'Eurozona, ci hanno tolto la sovranità costituzionale, quella parlamentare e quella monetaria. Ci hanno tolto tutto. La crisi che oggi sta distruggendo l'economia e i diritti delle famiglie e delle aziende italiane come mai dal 1945 a oggi, viene da questo." Insomma, è tutta colpa dell'Europa, che ha "tolto tutto" all'Italia.
Il complotto contro l'Italia
L'introduzione, detta "spiegazione essenziale", ci spiega che in particolare la colpa è dell'Euro, perché è "una valuta che non è di alcuno Stato". Ora, se è così io mi chiedo come mai la crisi colpisca alcuni Paesi dell'area Euro più di altri, e perché la classe dirigente italiana sia voluta entrare nella moneta comune.. sarà masochismo?
Comunque il manifesto ci fa sapere che a causa dell'Euro "i 17 governi dovranno sempre batter cassa presso i mercati di cui sopra per ottenere la moneta con cui attuare la spesa pubblica". In realtà la spesa pubblica si può ottenere anche con le tasse, semmai i governi vanno sui mercati per attuare la spesa in deficit, cioè quella parte che va oltre le entrate dello Stato, oppure per ricollocare i titoli in scadenza. I Paesi che hanno uno spread molto alto hanno una effettiva difficoltà a finanziarsi sui mercati, ma non perché il loro debito sia in una moneta "di qualcun altro", ma perché i mercati non si fidano della loro capacità di ripagare il debito. Altrimenti, se fosse così, sarebbero in difficoltà tutti i Paesi dell'Euro, compresa la Germania, cosa che non è. Quindi, non è l'Euro in sé ad essere responsabile degli spread alti, cioè l'Euro non è una condizione sufficiente per la crisi, ma ha aggravato la crisi dei Paesi che già erano meno produttivi.
Quindi l'Euro ha contribuito, in seguito allo scoppio della crisi, a mettere in difficoltà i Paesi dalla minore produttività, i quali peraltro avrebbero avuto degli anni per recuperare il loro divario di competitività, ma comunque la crisi non è nata dall'Euro, ma dalla finanza americana nel 2008, cosa che in questo programma-manifesto non viene detto.
Secondo il manifesto ME-MMT, l'Eurozona "nasce da un progetto del 1943 per sottomettere le economie dei concorrenti industriali di Francia e Germania, e oggi ha purtroppo raggiunto quell'obiettivo". Se è così, gli Italiani e tutti gli altri Paesi sono gonzi perché si sono sottomessi volontariamente a Francia e Germania. (Qui notiamo en passant come ad esempio per Bagnai, che rispetto al livello di questo manifesto scrive come un premio Nobel, la Germania sia sostanzialmente l'unico beneficiario dell'Euro, e che la Francia sia la prossima vittima della crisi. Evidentemente anche i Francesi sono gonzi, dal momento che hanno complottato con la Germania per distruggere gli altri, e invece si sono suicidati pure loro).
La prova del complotto si ha a posteriori, in base a chi ha tratto i maggiori vantaggi dall'Euro: "l'Italia della Lira era nel 2000 la prima in Europa per produzione industriale, oggi siamo fra gli ultimi. Nel 2000 la Germania era ultima in Europa per produzione industriale, oggi è prima."
Ora, sarà anche vero che la produzione industriale dell'Italia negli ultimi anni è diminuita, ma questa frase è semplicemente un falso clamoroso, che tra l'altro denota una scarsa capacità di ragionare. Se è vero che l'Euro ha portato vantaggi alla Germania, è perché nella sostanza la sua capacità produttiva era già superiore a quella degli altri Paesi europei, quindi l'Euro ha semplicemente mantenuto o aumentato questa differenza, rendendo più difficile ai Paesi deboli di recuperare la competitività perduta con la svalutazione, come facevano quando disponevano di una moneta sovrana. Se veramente prima dell'ingresso dell'Euro l'Italia fosse stato un Paese così forte, sarebbe stata lei a sottomettere gli altri Paesi sfruttando la moneta unica.L'unica spiegazione di un errore così madornale è che gli autori abbiano confuso il dato assoluto con la tendenza, consultando un grafico come questo:
Insomma, quelli che vorrebbero essere i salvatori della Patria, non conoscono i dati economici e non sono in grado di leggere un grafico!
Ma, a proposito, chi sono gli autori di questo manifesto? La firma è del giornalista Paolo Barnard, ma poi sono riportati i nomi e le biografie di alcuni economisti americani e francesi: Warren Mosler, Alain Parguez, Mathew Forstater. Ora, si può capire per il giornalista, ma che degli economisti cadano in errori del genere è veramente curioso.
Piena occupazione subito
La Piena Occupazione (scritto rigorosamente in maiuscolo) è uno degli scopi principali di questo programma, e ci viene assicurato che verrebbe realizzata in breve tempo, facilmente, senza problemi. In realtà non viene mai spiegato come si raggiungerebbe. L'unica cosa che si capisce è che lo Stato, ripresa in mano la possibilità di battere moneta, si metterebbe a stampare moneta, per finanziare una serie di opere pubbliche, fintanto che non si raggiunga la piena occupazione: "La Piena Occupazione di Stato non costa troppo. Il governo di uno Stato con moneta sovrana può e deve finanziare senza limiti la Piena Occupazione, poiché essa rappresenta la ricchezza indistruttibile dell'economia nazionale".
Nel programma non ci sono numeri, come è normale nei discorsi non scientifici, e dunque non si dice ad esempio quanto dovrebbe spendere lo Stato per raggiungere questo obiettivo. Ma è evidente che per riassorbire una disoccupazione di milioni di persone occorrerebbe spendere miliardi di Euro (ad esempio, per pagare 1.200 Euro al mese di stipendio a 3 milioni di persone, bisognerebbe spendere 4 miliardi e mezzo al mese in più, senza contare i contributi).
Ma cosa intende il manifesto ME-MMT per piena occupazione? non si capisce se intende rispetto alle statistiche sulla disoccupazione (cioè, si fa lavorare chi sta cercando un lavoro ma non lo trova), oppure rispetto al totale della popolazione in età da lavoro. Quest'ultimo caso prefigurerebbe una sorta di Stato totalitario in cui tutti sono costretti a lavorare, e più che di lavoro garantito si dovrebbe parlare di lavoro obbligatorio (o lavoro forzato). Vista l'impostazione un po' sovietica del manifesto viene da temere che sia questa l'interpretazione giusta, anche perché ci sono passi come il seguente che fanno pensare a ciò: "Infine, il PLG (ovvero il "programma di lavoro garantito" organizzato dal governo, n.d.r.) imprimerà al PIL nazionale una spinta inaudita, poiché non esisterà cittadino italiano improduttivo nei settori dei beni e dei servizi." Dunque tutti i cittadini italiani lavoreranno, cioè (se ne deduce) dovranno per forza lavorare.
In ogni caso, se lo Stato si mettesse a stampare moneta e a spenderla per realizzare nuove attività che possano assorbire disoccupati, è evidente il forte rischio di un'esplosione dell'inflazione. Ma il programma ci rassicura che ciò non si potrebbe mai verificare: "La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione". Peccato che ci voglia un po' di tempo perché le nuove attività vadano a pieno regime, né è detto che la produttività di attività finanziate dallo Stato sia alta. Quindi il rischio di finire come l'Unione Sovietica (sempre che l'iperinflazione non porti prima il Paese alla bancarotta), dove tutti avevano un lavoro e da mangiare, ma poco altro, sarebbe alto.
I sostenitori dell'intervento pubblico in economia, magari in tempo di crisi, almeno ammettono che con la spesa pubblica lo Stato si indebita. Qui invece viene detto che lo Stato, battendo direttamente moneta, non si indebiterebbe, anzi creerebbe ricchezza, secondo una versione paradossale del monetarismo (basta stampare moneta per produrre ricchezza).
Certo, per chi vuole credere a queste frasi apodittiche, va tutto bene così. Ma se fosse così, i programmi tipo "Cassa per il Mezzogiorno" avrebbero realizzato una "spinta produttiva enorme", e basterebbe assumere migliaia di statali per creare benessere e felicità per tutti.
I più forti sono i più deboli
La mancanza di una visione coerente si vede dall'atteggiamento del manifesto nei confronti dei Paesi esportatori. Ad esempio il Giappone a volte è considerato un Paese modello perché ha una propria moneta e un debito pubblico del 240% del Pil, altre volte è presentato come un Paese sfortunato, perché essendo la sua economia orientata alle esportazioni, avrebbe problemi, come anche la Cina e la Germania. Ecco che il manifesto ci propone una "analisi veritiera delle economie dei Paesi che si sono gettati sull'export, in primo luogo Cina, Giappone e Germania. Contrariamente a quanto di solito detto dai media genericisti, questi Paesi soffrono disfunzioni interne gravi, come il crollo dei consumi, cali significativi dei redditi reali, aumenti esasperanti dei ritmi lavorativi".
Quello di esasperare un elemento, che magari è presente, senza considerare i pro e i contro, è un tipico atteggiamento che non aiuta alla comprensione della realtà. Cina, Giappone e Germania sono le tre economie più grandi del mondo dopo gli Stati Uniti. Il Giappone e la Germania hanno un tenore di vita tra i più alti del mondo, mentre la Cina sta vivendo un impetuoso sviluppo che ha portato fino ad ora qualche centinaio di milioni di persone ad uscire dallo stato di povertà endemica in cui vivevano nell'epoca pre-industriale.
Invece di chiedersi come mai l'unico tra i Paesi più ricchi al mondo che non sia un Paese esportatore sono gli Stati Uniti, gli autori del manifesto ci raccontano che i Paesi esportatori stanno male. Alla base di questa critica dei Paesi esportatori vi è l'idea assurda che le esportazioni rappresentino un costo. Questo è smentito dal fatto che anche gli altri Paesi con il reddito medio più alto sono Paesi esportatori, come la Norvegia che è un esportatore di petrolio.
Limitare le esportazioni
Dunque, il programma propone la limitazione delle esportazioni. L'idea è che la corsa all'export porti ad abbassare i salari e i consumi, peggiorando il tenore di vita, per cui: "un governo sovrano che mantenga sempre le Piena Occupazione interna deve permettere solo le esportazioni necessarie ad acquisire importazioni".
Questa frase è curiosa. Esportare è per i Paesi una necessità, proprio per potersi permettere di importare. Al mondo è praticamente impossibile trovare un Paese autosufficiente, che si possa permettere di non importare. E questo vale soprattutto per un Paese povero di materie prime come l'Italia.
Solo gli Stati Uniti possono andare in deficit con l'estero senza avere grossi problemi, perché la loro moneta è la moneta di riserva internazionale. Altrimenti, un Paese qualsiasi se importa più di quanto esporta, conoscerà una fuga di capitali che potrà essere contenuta soltanto da continue svalutazioni. Viceversa, esportare non si fa necessariamente con una diminuzione dei salari (deflazione). Si può fare anche con una produzione più tecnologica, ad alto valore aggiunto. Così fanno il Giappone e la Germania. Quanto ai salari, nonostante il fatto che siano più bassi di quelli occidentali, va ricordato che i salari cinesi sono in aumento da anni, come accade ai Paesi che stanno vivendo un processo di industrializzazione.
Ora però leggendo questo manifesto scopriamo che la fuga di capitali è impossibile, perché sarebbe solo un artificio contabile: "La fuga di capitali. Il governo sovrano che abbia compreso le realtà macroeconomiche spiegate dalla ME-MMT sa che la cosiddetta fuga di capitali è una finzione che non trova riscontro nelle operazioni monetarie reali. In un'Italia con moneta sovrana liberamente scambiata a tasso variabile, le Lire passeranno di mano, ma non andranno letteralmente da nessuna parte, nel senso che passeranno da un computer all'altro della Banca d'Italia (B.d.I.), come crediti che si spostano da un conto all'altro al suo interno."
Quindi con questo ragionamento, se miliardi di Lire venissero venduti all'estero e tramutati ad esempio in Dollari, non cambierebbe nulla, non verrebbero a mancare le Lire, nessuno si accorgerebbe di nulla. Peccato che invece con questo meccanismo molti Paesi sono andati in default.
"Le esportazioni sono un costo, le importazioni sono vera ricchezza per il Paese. Il principio fondante di un'economia funzionale al bene del 99% dei cittadini è il seguente: la vera ricchezza sono i beni e i servizi prodotti internamente, più quelli che il resto del mondo ci invia."
In pratica, vogliono la botte piena e la moglie ubriaca. Vogliono importare, senza esportare in cambio. Qui si vede chiaramente l'impianto americano della "teoria". Per gli americani è facile ragionare così. Ma proporre una cosa del genere per l'Italia è ridicolo. Nessuno ci invierebbe beni e servizi se non esportassimo qualcosa in cambio. Ed essendo un Paese con poche materie prime e poco terreno coltivabile rispetto alla popolazione, se vogliamo vivere decentemente dobbiamo produrre qualcosa che interessi all'estero.
"Il governo sa che nella nuova economia di Piena Occupazione e di piena produzione l'Italia sarà un polo di investimenti esterni in valute cosiddette forti, utili a far acquisti all'estero. Il governo sa che ciò è testimoniato, fra le altre fonti autorevoli, dall'esempio degli Stati Uniti, i quali alla fine degli anni novanta detenevano il primato per investimenti esteri ricevuti proprio grazie a una disoccupazione praticamente a zero (2,8%)."
Questa frase ridicola scambia la causa con l'effetto. Gli Stati Uniti ricevono investimenti dall'estero perché hanno la moneta di riserva mondiale, per cui i Paesi esportatori che ricevono dollari, li reinvestono almeno in parte in America, finanziando il loro enorme debito. Qui si dà per scontato che ciò che ci si augura (piena occupazione, ricchezza, investimenti dall'estero), si realizzi senza problemi, con un programma stranamente mai tentato fino ad ora.
In ogni caso, è evidente che se lo Stato si mette a limitare le esportazioni, dovrà poi provvedere anche a recuperare quella parte di ricchezza perduta (dal momento che vuole mantenere la piena occupazione), e dunque il suo intervento nell'economia sarebbe ancora più grande. Ad esempio, se lo Stato impedisse di importare le auto dall'estero, sostenendo che ce le possiamo produrre anche da soli, costringerebbe sostanzialmente gli Italiani ad acquistare le Fiat, magari finanziando l'apertura di nuove fabbriche, oppure dovrebbe lui stesso dar vita ad una azienda pubblica di automobili. Oppure potrebbe incentivare l'uso delle biciclette...
Tasso zero ma niente inflazione
Secondo questo programma, lo Stato si mette a spendere in deficit, ma non si finanzia attraverso le tasse; in questo modo aumenterebbe il debito pubblico. Ma secondo questo programma il debito pubblico non è un problema, perché il debito dello Stato corrisponde al credito dei cittadini: "Il governo italiano seguirà la linea guida fondamentale dei bilanci settoriali di Wynne Godley, e della ME-MMT: non può esistere un debito senza un equivalente e identico credito. Ciò si applica ovviamente anche al debito di Stato, per cui risulta evidente che esso è il credito/risparmio di chi lo detiene (italiani o stranieri)."
Qui si dimentica che il debito dello Stato è la ricchezza reale dei suoi finanziatori nel mondo reale, cioè si tratta di una ricchezza che già si è creata, e che qualcuno decide di prestare allo Stato.
Nel mondo reale, se lo Stato decide di dar vita ad un programma di opere pubbliche, può finanziarsi attraverso le tasse, o emettendo titoli di debito, e collocandoli sul mercato, in modo da ricevere i prestiti dei risparmiatori. In entrambi i casi, il finanziamento avviene attraverso ricchezza già esistente, già prodotta.
Invece nel programma ME-MMT, lo Stato si finanzierebbe stampando moneta, senza preoccuparsi dunque di ricevere finanziamenti sul mercato. Il programma propone inoltre di abbassare a zero per decreto il tasso di interesse. Anzi lo Stato non emetterebbe neanche titoli di debito, dato che avrebbe accentrato tutte le funzioni economico-finanziarie. "Tutto il denaro speso dallo Stato si accumulerà quindi nelle riserve delle banche presso la Banca d'Italia, sulle quali riserve può essere pagato un interesse 0, o poco più. Il coordinamento fra governo e Banca d'Italia sulla gestione degli interessi sul denaro di cui sopra, e su quello che la Banca d'Italia presta alle banche, assicurerà che i tassi rimangano al target desiderato dal governo, che dovrebbe essere 0, per favorire l'economia privata."
Il problema però è che il tasso di interesse consente di tenere sotto controllo l'inflazione. Un conto è dire che i Paesi come il Giappone hanno un tasso di interesse quasi pari a zero, perché se lo possono permettere avendo una situazione finanziaria solida (infatti sono pieni di riserve perché esportano parecchio), un altro è pretendere di avere il tasso zero per decreto, senza curarsi delle conseguenze. Il Giappone può praticare il tasso quasi a zero perché continua a trovare qualcuno che gli finanzia il debito, e questa è la prova che i mercati giudicano che il suo debito sia sostenibile. Se eliminassimo i controlli di questo tipo, cosa potrebbe succedere? E se l'inflazione aumentasse fino a livelli incontrollabili?
Il programma ci assicura che non ci sarà inflazione, infatti "l'inflazione da eccesso di domanda non è un pericolo finché la produzione non si riduce drammaticamente, poiché è l'eccesso di denaro con carenza di prodotti che causa inflazione." Ma il rischio di ridurre la produzione è alto proprio quando lo Stato si prende in carico una parte rilevante dell'economia, abolendo al contempo quegli strumenti di controllo come il tasso di interesse. "La Banca d'Italia annuncia una politica di tassi 0 sull'esempio del Giappone. Svalutazione e inflazione saranno funzioni sovrane controllate da Roma in coordinamento con la Banca d'Italia." Sì grazie, ma come? come si può controllare l'inflazione per decreto?
Abolire la finanza
Il programma prevede di statalizzare le banche, e di abolire del tutto la finanza. In pratica, le banche non potrebbero fare altro che prestare una quota dei loro depositi: "Uno Stato pienamente sovrano deve regolamentare il settore bancario nell'esclusivo Interesse Pubblico. Primo: eliminare interamente il settore finanziario che è parassita."
Ancora una volta si vede la tendenza ad abolire ciò che non piace, anziché chiedersi per quale motivo è nato e perché esiste in tutto il mondo. La finanza consente di produrre ricchezza, non sarebbe meglio chiedere di regolamentarne gli eccessi piuttosto che abolirla?
E' evidente che con questo programma (limitazione alle esportazioni, tasso zero, finanza ridotta al minimo, intervento dello Stato sempre più grande) di fatto si abolirebbe lo stesso mercato. Nonostante il fatto che si riconosca a parole uno spazio per l'iniziativa privata, di fatto non saremo molto lontani dall'Unione Sovietica.
L'Interesse Pubblico
L'interesse pubblico, tra l'altro scritto in maniera un po' inquietante con la maiuscola, compare più volte in questo scritto. "Secondo: si eliminino tutte le funzioni bancarie che esulano dal pubblico interesse.". Ma che cos'è l'interesse pubblico? chi lo dovrebbe stabilire?
E in quali settori investirebbe lo Stato? Anche ammesso che riesca a creare la piena occupazione, cosa farebbe in concreto? I disoccupati verrebbero pagati per fare cosa? Chi sarebbe a decidere, il governo?
In un'economia di mercato, una parte rilevante delle attività è decisa "dal basso", dalle esigenze della popolazione, in base alla legge della domanda e dell'offerta che porta gli investimenti nei settori dove c'è domanda. Se è lo Stato a decidere cosa produrre, si rischiano diseconomie, come accadeva in Unione Sovietica.
Qui è evidente l'impianto autoritario di chi pretende di imporre a tutti la propria visione, ovviamente in nome del bene del popolo. Ad esempio si dice di voler abolire l'autonomia della banca centrale, per poterne restituire il controllo al popolo, ma poi si dice per filo e per segno cosa dovrebbe fare questa banca centrale, togliendole ogni possibilità di decisione.
Conclusione
Questo programma propone demagogicamente una soluzione semplicistica per risolvere tutti i problemi economici: lo stato si mette a stampare moneta, e così rende tutti benestanti. Una volta realizzata la piena occupazione, tutto andrà da sé. Non si fa menzione dei problemi di una società come l'Italia, dalla corruzione alla criminalità, dall'evasione fiscale all'istruzione e alla ricerca scientifica. No, la ricchezza è solo una questione di moneta. Batti moneta, e stai a posto. Strano che fino ad ora non ci fosse arrivato nessuno... sarà l'uovo di Colombo?
Recentemente questo programma è stato addirittura pubblicato sul Corriere della Sera, come inserzione a pagamento, pare con il contributo spontaneo di lettori e fans di Paolo Barnard.
A prescindere dal fatto che probabilmente un programma del genere non funzionerebbe, perché si produrrebbe una inflazione incontrollabile che produrrebbe presto la bancarotta del Paese (o meglio l'iperinflazione e la distruzione della valuta, come sostiene Krugman), ma comunque anche ammettendo che possa funzionare, assomiglia ad una riedizione del centralismo democratico, in cui lo Stato domina tutto. L'intenzione potrà anche essere buona, ma la storia ha dimostrato ampiamente che quando si pretende di rivoluzionare la società e di guidare l'economia dall'alto, si rischia di produrre più danni che benefici.
Ancora una volta poi, si dimostra come le utopie siano autoritarie. Chi propone una società perfetta finisce inevitabilmente di proporre una forte riduzione della libertà dell'individuo, anche se con lo scopo di renderlo felice.
Iscriviti a:
Post (Atom)






























