lunedì 20 settembre 2010

Le (finte) divisioni nel Pd


Il ritorno di Veltroni, due anni dopo le elezioni che lo videro sconfitto da Berlusconi (ma per la sinistra una sconfitta onorevole è quasi una vittoria), con il famigerato documento già firmato da 75 parlamentari, agita le acque del Pd. I più maligni si saranno già chiesti: ma non doveva andare in Africa?
Il problema è che in questo Paese i politici si ritengono indispensabili, soprattutto se sono sulla scena da decenni, e nella vita non saprebbero cosa altro fare, se non si occupassero di politica. In altri Paesi chi perde le elezioni va a casa, e non muore nessuno.
Per questo motivo, le divisioni all'interno del Pd, tra D'Alema e Veltroni, e tra dalemiani e veltroniani, sono più che altro di facciata. Li accomuna, infatti, l'intento di non mollare mai, di rimanere sempre e comunque nella classe dirigente, convinti che, senza di loro, il mondo crollerebbe.
Poiché però con questa classe dirigente (come aveva già profetizzato Nanni Moretti molti anni fa), la sinistra non vincerà mai, ecco che ci si pone la spinosa questione: cosa fare per arrivare a vincere (senza ovviamente andare a casa)? Le opzioni sono due: l'opzione-D'Alema (allearsi con cani e porci pur di raggiungere il 51% dei voti, non importa cosa succede dopo, tanto siccome noi siamo più furbi, i nostri alleati li sapremo manovrare a nostro vantaggio), e l'opzione-Veltroni (prendere un leader esterno al partito per far finta di essere capaci di rinnovarsi e aperti alla società civile). A nessuno di loro viene in mente che il problema principale del Pd è di essere una oligarchia, in cui l'intera classe dirigente non ha più la fiducia della sua stessa base elettorale, dopo aver governato due volte (1996-2001 e 2006-2008) senza essere riusciti a fare le rifome importanti per il Paese (escluso l'ingresso in Europa del primo governo Prodi, non a caso mandato subito dopo a casa da D'Alema e Bertinotti, nel 1998), e senza essere riusciti a superare l'anomalia berlusconiana. E così il Pd, nonostante la crisi berlusconiana, continua a navigare nei sondaggi intorno al poco promettente 26%. Per questo Veltroni ha ritenuto di dover tornare per dare il suo contributo, riportando in auge i suoi famosi "ma anche": ci rinnoviamo ma anche siamo sempre gli stessi, non vogliamo alleanze con la sinistra radicale ma anche sì, siamo nuovi ma anche vecchi. I "ma anche" di Veltroni, come il suo cosiddetto buonismo, sono il risultato dell'incapacità di sciogliere i nodi e le contraddizioni in cui si dibatte il Pd da quando è nato. Ormai fanno parte del dna della sua classe dirigente. Per sopravvivere ha bisogno di contraddirsi, di essere una contraddizione vivente.
A questo punto la ricetta del sindaco di Firenze Matteo Renzi (rottamare in toto la classe dirigente del Pd) appare l'unica possibile, prima dello sfacelo definitivo.

sabato 11 settembre 2010

La crescita che non c'è

Nelle ultime settimane i dati provenienti dall'America, ma anche dall'Europa, mostrano come la ripresa economica sia particolarmente debole e incerta. La cosa non dovrebbe stupire, visto che non è stata rimossa la gran parte delle cause che hanno determinato la crisi.
Eppure si continua a sperare che tutto riparta come prima. In Italia poi i mass media si sono occupati pochissimo della crisi, e quasi sempre soltanto per annunciarne la fine (secondo il governo la crisi era già finita un anno fa). Puroppo ora si vede che non è così.
L'errore principale che si commette è che si presuppone che l'economia debba riprendere a "crescere". Ma se l'economia americana, che trainava tutta quella Occidentale, era basata sulle speculazioni e sui debiti, come può riprendere a crescere se non viene prima risanata? Sarebbe come pretendere che un ubriaco che si è schiantato con la sua automobile, riprenda a correre prima che gli sia passata la sbronza. Il PIL degli Stati Uniti è calato, in seguito alla crisi, di pochi punti percentuali, quando era gonfiato dal debito privato, dal debito estero e dalle bolle speculative borsistica e immobiliare in maniera ben maggiore. Per essere ripulito avrebbe dovuto crollare almeno del 30%, più o meno come negli anni '30 in seguito al crollo della Borsa del 1929. Ma per evitare il tracollo, il governo (prima Bush poi Obama) ha salvato tutte le banche e le industrie che rischiavano di fallire (tranne la Lehman Brothers), trasferendo una grossa parte dei debiti sul settore pubblico.
Il risultato è che il Pil continua ad essere gonfiato, solo che ora a fare la parte dello "speculatore" è lo Stato. Poiché però lo Stato non può continuare a indebitarsi, prima o poi dovrà ridurre il peso dei suoi interventi, e in seguito dovrà cercare di smaltire il suo debito nel frattempo divenuto enorme. Tutto questo sarà a detrimento della famosa crescita, che dunque non ci sarà neanche nei prossimi anni. Quindi, per evitare il crollo subito, si è posta una pesante ipoteca sulla crescita futura. Forse questo era necessario, per evitare una disoccupazione di massa (che comunque è arrivata al 10%), ma siccome non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non si faccia finta di credere che la ripresa è dietro l'angolo.
Ci aspettano anni di stagnazione (e se c'è la stagnazione in America, c'è pure in Europa), e c'è persino il rischio di una nuova recessione. Per carità, questo non è il peggiore dei mali, del resto la crescita infinita è poco credibile. Ma allora invece di puntare sulla crescita (che non ci sarà), tanto vale puntare sulla redistribuzione del reddito, per alleviare le sofferenze di quella fascia della popolazione che si trova in difficoltà economiche, e per ripianare un po' le enormi disuguaglianze che si sono create in trent'anni di neo-liberismo e deregolamentazione selvaggia dei mercati.

lunedì 2 agosto 2010

I Supermanager e la crisi


Secondo la classifica pubblicata dal Wall Street Journal, il manager più pagato degli ultimi dieci anni è Lawrence J.Ellison, Ceo della Oracle, che nell'ultima decade ha guadagnato ben 1.835,7 milioni di dollari, vale a dire più di un miliardo di dollari. Steve Jobs, manager della Apple, si trova al quarto posto con 748,8 milioni di dollari.
La somma dei primi 25 manager dà la cifra straordinaria di 10.500,20 milioni, vale a dire ben dieci miliardi di dollari! (circa 8 miliardi di Euro).
Se pensiamo che la manovra correttiva apportata dal governo italiano nel luglio del 2010 è di 25 miliardi di Euro in due anni, ci rendiamo conto del livello incredibile raggiunto dai redditi dei manager delle grandi aziende americane.
E' poi interessante che queste cifre enormi non vengono raggiunte dal semplice stipendio, che anzi è spesso molto basso. Steve Jobs ad esempio ha una retribuzione ufficiale di appena un dollaro all'anno. Il grosso del guadagno è dato dalle stock options, vale a dire delle azioni privilegiate delle stesse aziende di cui sono a capo i manager. In questo modo essi sono incentivati ad ottenere risultati positivi nel breve periodo per la quotazione in Borsa delle loro aziende. Ma questi risultati si possono ottenere anche licenziando il personale (tipico metodo per ridurre i costi). Oppure può capitare che un manager ottenga grandi guadagni con le stock options di un'azienza, la quale in seguito subirà grosse perdite o andrà addirittura fallita.
Insomma, il risultato positivo per la Borsa (e per le tasche dei manager) non corrisponde al risultato positivo per l'azienda e i suoi dipendenti.
E' il caso ad esempio di Richar Fuld, Ceo della Lehman Brothers, che prima di fallire gli ha fruttato 457 milioni di dollari, collocandolo all'undicesima posizione nella classifica.
E' evidente che siamo in piena dittatura della finanza nei confronti della cosiddetta economia reale.
Sarebbe poi interessante capire da dove venga tutto il denaro che hanno incassato i supermanager. L'impressione è che esso provenga principalmente dallo stipendio dei dipendenti, mantenuto basso per ridurre i costi e rendere più competitiva l'azienda.
In fondo l'analisi di Marx non era poi così peregrina, solo che rispetto alla sua epoca i capitalisti che vogliono arricchirsi il più possibile a scapito degli operai sono diventati gli amministratori delegati, gente che non ha la proprietà dell'azienda e stipula con essa un contratto temporaneo, mentre tra i lavoratori non abbiamo soltanto gli operai ma anche i dipendenti, i cosiddetti colletti bianchi. Rispetto all'Ottocento la situazione è, se si vuole, ancora peggiore, perché non essendo i proprietari delle aziende, i manager non hanno alcun legame con l'azienda, per cui non si fanno problemi se ad esempio questa fallisce, dopo averla spolpata fino in fondo.

Fino al 2008 si credeva, o si voleva far credere, che questo sistema fosse valido perché in grado di incrementare la ricchezza collettiva; la crisi ha invece mostrato che, a fronte di salari sempre più depressi, la finanza aveva creato una serie di bolle speculative (immobiliare, borsistica ecc.), sgonfiate le quali sono rimasti soltanto.. i debiti della gente comune.

lunedì 5 luglio 2010

Noi e la Spagna


La Spagna è uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente la crisi, almeno considerando due parametri: la disoccupazione (che è schizzata al 19%) e il deficit (che ha raggiunto l'11% del Pil). Basandosi su questi dati, alcuni esponenti di governo hanno esultato perché "la Spagna sta peggio di noi". Anche se fosse vero ciò sarebbe un po' triste (sarebbe più sensato esultare per un qualche risultato positivo raggiunto dall'Italia, piuttosto che per le disgrazie altrui...). In ogni caso, la destra esulta anche perché la Spagna è guidata da Zapatero, che è visto come un mostro, un "laicista" dalla destra italiana, dal momento che ha fatto terribili leggi come il matrimonio per gli omosessuali e il divorzio breve, mentre proprio per gli stessi motivi, è visto come un eroe da molti elettori di sinistra, delusi dal comportamento troppo moderato e pavido della sinistra italiana.
Al di là delle convenienze politiche del momento, è interessante capire se è vero o no che l'Italia stia meglio (o meno peggio) della Spagna. Naturalmente, quando si fa un'analisi sulla situazione generale di un Paese, non si possono prendere in considerazione solo alcuni parametri, magari quelli che fanno comodo, e omettendo quelli che invece potrebbero smentire la propria tesi. Pertanto, è necessario considerare tutti i parametri fondamentali. Inoltre, bisogna sapere interpretare correttamente le statistiche (mentire con le statistiche, come ci ricorda un libro di qualche decennio fa, è quanto di più facile si possa fare).
- Reddito pro-capite. Qui c'è una sostanziale parità tra l'Italia e la Spagna, che ha raggiunto la ricchezza media pro capite dell'Italia negli anni prima della crisi, e, contrariamente a quanto molti pensano, non ha perso quella posizione. Infatti il Prodotto Interno Lordo spagnolo, dopo aver sostanzialmente raggiunto (a livello pro capite) quello italiano nel 2007, ha fatto segnare un +1,2 nel 2008, -4,6 nel 2009, e -2 (previsione) nel 2010, mentre l'Italia ha avuto rispettivamente -1, -5 e +1,5. La differenza è leggermente a sfavore della Spagna, anche se bisognerà vedere se le previsioni per il 2010 saranno confermate. Rimane il fatto che l'Italia prima della crisi era il Paese europeo che cresceva meno, per cui c'è il timore che, a crisi finita, l'Italia riprenda il suo storico trend di crescita zero, aumentando il ritardo rispetto agli altri Paesi europei (come accadeva prima della crisi). Anche perché il governo italiano fino a questo momento non ha fatto nulla per rendere più competitiva l'economia italiana (tra l'altro è l'unico governo occidentale che ha tagliato sulla scuola).
- Deficit. Qui la Spagna si trova in una situazione decisamente peggiore di quella italiana: lo sgonfiarsi del boom immobiliare, il forte aumento della disoccupazione con il conseguente aumento dei sussidi di disoccupazione, hanno portato lo stato spagnolo ad aumentare fortemente le spese, indebitandosi parecchio. Così il deficit spagnolo è arrivato all'11%, mentre quello italiano è intorno al 5%. Peraltro, la Spagna partiva da un debito pubblico accumulato molto basso (al di sotto del 40%), per cui il Paese ha qualche anno per ridurre il deficit e riportarlo al di sotto del 3% dettato dai parametri di Maastricht: se lo facesse prima che il debito raggiunga l'enorme livello di quello italiano (118%), alla fine la situazione dei conti pubblici spagnoli risulterà migliore di quella italiana. Tra l'altro, la Spagna ha rinnovato le infrastrutture, mentre l'Italia è gravemente in ritardo, per cui tra i due Paesi, quello che avrebbe bisogno di fare grandi spese per riequilibrare il suo ritardo sarebbe l'Italia.
- Disoccupazione. Su questo versante la crisi ha falcidiato la Spagna, che è tornata ai livelli scoraggianti degli anni '90 (quasi il 20%). L'Italia con il suo 8,7% sembrerebbe stare molto meglio. Ma è proprio così? A ben vedere no, perché le statistiche sulla disoccupazione sono calcolate utilizzando il numero di persone che si iscrive nelle liste di disoccupazione. In Italia esiste una disoccupazione endemica in certe zone (il Sud) per cui molte persone hanno da tempo rinunciato a cercare lavoro. Non a caso, tra i giovani (che in genere non hanno ancora rinunciato a cercare lavoro), la disoccupazione giovanile italiana si attesta a quasi il 30%. Se invece della disoccupazione si guarda al tasso di occupazione, (cioè quanti lavorano nella fascia di età lavorativa) si scopre che l'Italia è ultima in Europa, anzi in tutto l'Occidente (lavora il 57,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, contro il 63% della media della zona Euro). Notevole anche la differenza uomini-donne (lavorano il 70% degli uomini e il 45% delle donne, mentre in Europa le percentuali sono rispettivamente del 71,6% e del 54,5%). Dunque, chi pensa che in Spagna su 100 persone in età lavorativa, lavorino meno persone che in Italia, si sbaglia.

Conclusione. Al di là delle differenze, l'Italia e la Spagna sono Paesi che si somigliano quanto a ricchezza prodotta e numero di impiegati in età lavorativa. Peraltro, la Spagna ha alcuni vantaggi: non ha regioni in mano alla criminalità organizzata, non ha un livello di corruzione pari a quello italiano, e ha rinnovato le infrastrutture. Del resto, ci sono molti più giovani italiani che vanno a lavorare o a studiare in Spagna del contrario, e questo qualcosa vorrà dire...

domenica 9 maggio 2010

I problemi del Pd


Da quando è nato nel 2008, il Partito Democratico ha inanellato una serie di sconfitte elettorali. Da un lato la cosa è comprensibile perché l'Italia è fondamentalmente un Paese di destra, cioè un Paese la cui mentalità prevalente è di tipo conservatore (un po' come gli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione dichiara di essere di idee conservatrici), dall'altro lato, è probabile che il partito ci abbia messo anche del suo, non risultando credibile come alternativa a Berlusconi e alla Lega.
Ma quali sono i problemi principali del Pd? A mio avviso, sono principalmente due.

1- Non ha un'ideologia

Secondo Veltroni e altri leader che hanno dato vita al Pd, viviamo in un'era postideologica, in cui un partito non deve avere un'ideologia precostituita con cui interpretare il mondo, ma deve essere capace di interpretare volta per volta l'epoca in cui si vive, e di risolvere i problemi che si pongono. Del resto, un partito nato dalla fusione di due vecchi partiti con le rispettive ideologie, non può certo adottarne una delle due: al massimo potrebbe tentare una nuova sintesi, lavoro quantomeno difficile. Ma allora, se il partito non si basa su un'ideologia ma sulle esigenze che volta per volta maturano dalla società, deve essere veramente aperto alla società civile, come accade nel Partito Democratico americano, dove un Obama "qualunque" ha potuto scalare il partito con la sola forza delle sue idee e del suo carisma. Altrimenti, se non ha un'ideologia e non è scalabile, il partito finisce per parlarsi addosso, per diventare un puro e semplice gruppo di potere, rappresentativo (forse) di una parte della popolazione, ma non certo della maggioranza.

2- Non è aperto alla società civile

Più che a un partito democratico, il Pd assomiglia a un partito oligarchico. Il suo gruppo dirigente è sempre lo stesso, formato da politici di lunga data, provenienti dai due partiti da cui esso è nato (Il Pci e la Dc). Al vertice del partito si alternano personaggi "pescati" in questo gruppo dirigente, e quando un leader ha esaurito il suo compito, torna (magari dopo un breve periodo di vacanza) nelle stesse fila da cui proveniva. E così i vari D'Alema, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bindi, Parisi, Castagnetti ecc., sono sempre lì, a decidere volta per volta quale dovrà essere la politica del partito, a constrastarsi a vicenda, a tentare di imporre ciascuno la propria linea. Il meccanismo delle primarie così come è concepito è chiaramente insufficiente: le primarie vengono svolte tra personaggi scelti sempre nello stesso gruppo dirigente, mentre esse dovrebbero rendere il partito veramente scalabile, magari da qualcuno proveniente dal di fuori, dalla famosa società civile o dai famosi territori. Per questo le primarie si dovrebbero fare sempre, non solo quando conviene, o si pensa che convenga. Inoltre, una volta che si è scelto il leader, questi dovrebbe poter dettare la linea, senza che qualcuno gli metta il bastone tra le ruote. Obama dopo che ha vinto le primarie è diventato il leader del partito e ha dettato la linea, senza che altri per invidia o gelosia tentassero di contrastarlo.

Purtroppo l'arretratezza democratica del Pd è lo specchio dell'arretratezza dell'Italia, dove ai cittadini è dato poter scegliere tra un partito personale senza democrazia interna (il Pdl di Berlusconi, con il recente strappo di Fini ancora mal digerito e le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare), e un partito oligarchico a finta e/o limitata democrazia interna.

domenica 25 aprile 2010

Sud: svegliati

Sud: svegliati. Questo slogan, un tempo usato dalla Lega, è efficace e dovrebbe essere fatto proprio dagli abitanti del Sud. Infatti, che il Mezzogiorno sia nettamente più arretrato rispetto al resto d'Italia, è purtroppo un dato di fatto, e anzi risulta essere la zona più arretrata dell'Europa occidentale, secondo i parametri più importanti (ricchezza prodotta, criminalità, disoccupazione, istruzione, livello dei servizi ecc.).
Chi ha a cuore il destino del Sud non può far finta di nulla e nascondersi dietro facili alibi o addirittura negando l'esistenza del fatto. Ad esempio, molti pensano che l'evasione fiscale sia più diffusa al Nord che al Sud, mentre è vero il contrario. Al Sud è più diffusa l'illegalità a tutti i livelli (dalla percentuale di persone che vanno in motorino senza casco, a quelle che si costruiscono la casa abusivamente, ecc.). Inoltre, dalle rilevazioni internazionali emerge che gli studenti del Sud sono i meno preparati d'Europa, mentre la percentuale di bocciature è molto bassa (il che non depone a favore degli insegnanti, che evidentemente si adeguano alla mentalità locale).
E le ricostruzioni storiche che si fanno per spiegare il ritardo del Mezzogiorno, se possono essere condivisibili, non possono essere confuse con una giustificazione. Anche perché se ci si continua a giustificare, si lascia tutto com'è. Chi ha rispetto per le persone, invece, ne pretende la responsabilità. Pensare che i Meridionali siano delle povere vittime della storia, e che siccome sono stati per secoli sottomessi da dominazioni straniere e regimi dispotici, ormai sono incapaci di darsi da fare e dunque non resta che assiterli, è profondamente offensivo nei loro confronti.
Occorre dunque rendersi conto che il ritardo del Sud continuerà ad esserci finché i Meridionali non si renderanno conto del ritardo culturale che ne caratterizza una percentuale considerevole. Ad esempio, lo scarso senso civico, per cui si ignorano o si aggirano le leggi piccole e grandi, è sicuramente una caratteristica più diffusa al Sud che al Nord. E la facile risposta ("ma non sono tutti così!") non risolve il problema, perché una differenza quantitativa non da poco alla fine fa la differenza. Ad esempio, se si dice che gli Olandesi sono più alti dei Sardi, non ha senso rispondere: ma non sono tutti così! Basta calcolare la media (o ad esempio prendere la percentuale della popolazione che supera il metro e ottanta) per vedere che una differenza c'è. E non si vede perché una differenza non ci possa essere anche per altri parametri come il senso civico (ad esempio: il numero di persone che pensa che gettare una cartaccia per terra, o votare un politico in cambio di una raccomandazione sia una cosa moralmente lecita o comunque non così censurabile).
Un altro alibi che si trova per "discolpare" il Sud, è che i tanti problemi che lo affligono risalgono alle mancanze dello Stato. Peccato che lo Stato sia lo stesso al Nord! Ad esempio, la ricostruzione del dopo terremoto in Friuli è stata esemplare e poco costosa, mentre il dopo terremoto in Irpinia è stato gestito in maniera clamorosamente inefficiente, con spese folli e i terremotati che sono rimasti per decenni nelle baracche. Eppure lo Stato era lo stesso. Oppure, la sanità al Nord funziona molto meglio che al Sud. Eppure lo Stato centrale è lo stesso. Si potrebbero allora chiamare in causa le amministrazioni locali. Ma le amministrazioni locali sono chiaramente l'espressione della gente locale. I politici locali non vengono dalla luna: sono votati dal popolo.
Al giorno d'oggi, dopo la caduta delle ideologie, è giunto il momento di rendersi conto che non può essere soltanto lo Stato a cambiare le cose, ma che è il popolo stesso che deve rendersi conto dei propri difetti e deve cercare di cambiare, a cominciare dagli intellettuali che devono illuminarlo sui propri difetti e dare le giuste indicazioni.
Anzi, demandare tutto allo Stato è precisamente un altro difetto tipico dell'Italia, ma soprattutto dei Meridionali. Significa pensare che lo Stato sia un'entità astratta e superiore.
C'è poi chi ammette che al Sud c'è meno senso civico che al Nord, però sostiene che in compenso i Meridionali hanno altri pregi, sono simpatici, accoglienti ecc. Come se fossimo di fronte ad un giudizio globale sul valore delle persone, che deve essere per forza a somma zero, per cui se uno ha un difetto da una parte, deve per forza avere un pregio a compensazione, per evitare che si facciano delle discriminazioni. Il che non ha senso: la civiltà è un concetto che non comporta (o comunque non esaurisce) un giudizio sulla persona nella sua globalità. Tuttavia è un concetto che esiste, per cui si deve poter dire: A è più (o meno) civile di B. E bisogna rendersi conto che per far funzionare una società, la civiltà è un concetto importantissimo. Quindi prima di offendersi, o di avere paura di fare discorsi razzistici, occorre chiedersi se ciò che viene detto sia o no vero. Dunque, occorre per prima cosa rendersi conto che esiste qualcosa chiamato civilità, e che questa non è allo stesso livello in tutti i Paesi. La Svezia è più civile dell'Italia, ad esempio, il che significa che in Svezia una percentuale della popolazione più elevata che in Italia (ovviamente, non tutti) rispetta le leggi, pensa che lo Stato non sia un nemico, che lo spazio pubblico sia di tutti (e non di nessuno) ecc. Se dico queste cose, probabilmente nessuno avrà qualcosa da ridire. Ma se dico che il Nord Italia è più civile del Sud, sicuramente molti mi accuseranno di razzismo. Ma finché si continuerà a ragionare così, finché non ci renderà conto che la cultura è tutto, e che un Paese non può cambiare per volontà divina o per un miracolo, ma che può cambiare solo se una grande maggioranza della popolazione farà propri i principi quali il rispetto delle leggi e del bene pubblico, non cambierà nulla. Del resto, gli esperti di criminalità organizzata sanno che fenomeni come la mafia sono possibili solo laddove c'è una diffusa omertà e simpatia nei confronti dei mafiosi. Purtroppo anche su questo esiste una "vulgata" di sinistra che semplifica la questione, sostenendo che la mafia è dappertutto perché al Nord ci sono imprenditori che fanno affari coi mafiosi e riciclano il loro denaro. Questo è vero, ma non è la stessa cosa che il controllo del territorio, che si realizza solo in quelle zone del Sud dove la cultura mafiosa (che comporta tutta una serie di corollari, tipo: lo Stato è nemico, la famiglia è tutto, le leggi si possono anche non rispettare ecc.) è radicata. Un conto è aprire un ristorante coi soldi dei mafiosi, un altro è controllare il territorio, e cioè pretendere il pizzo a tutti i commercianti (senza che nessuno o quasi si ribelli o denunci...), far votare i propri referenti politici dala popolazione, arruolare centinaia o migliaia di persone per la "bassa manovalanza" criminale, nascondere i latitanti con la connivenza di una parte della popolazione, gestire i loro affari coinvolgendo medici, avvocati, commercialisti ecc. Queste cose sono possibili solo se è diffusa una cultura locale mafiosa o para-mafiosa. Non a caso, al Sud è molto più facile seppellire rifiuti pericolosi, perché nessuno controlla, le amministrazioni locali dormono, non sorgono comitati civici, chi sa tace ecc. Quindi un conto è dire che il problema della mafia è un problema nazionale (vero), un altro è dire che non c'è differenza tra le diverse aree del Paese (falso). Finché la sinistra non avrà il coraggio di dire queste cose, si lascerà il tema della differenza tra Nord e Sud alla Lega, col risultato che il Sud rimarrà indietro, che le amministrazioni locali del Sud si mangeranno il denaro proveniente dalle tasse pagate dai cittadini di tutta Italia, e dunque aumenterà sempre più il numero di persone che vive al Nord e vuole la secessione.

martedì 20 aprile 2010

Fini: un alieno a destra


Sostiene che il leader di un partito deve essere eletto per votazione e non per acclamazione, che un partito debba avere regolari congressi, con regolari scelte della linea da seguire in base al confronto libero e democratico. Sostiene che gli immigrati devono essere accolti e integrati, e che se lavorano e non commettono reati devono avere la cittadinanza in tempi ragionevoli. Sostiene che si deve rispettare e difendere la Costituzione. Sostiene che i diritti civili dovrebbero essere riconosciuti e che lo stato deve essere laico.
Queste e altre idee di buon senso, che sono accettate senza problemi dalle destre di tutta Europa, sono viste come delle pazzie dalla destra italiana che fa capo a Berlusconi e alla Lega.
E così il giornale di proprietà della famiglia Berlusconi (Il Giornale) attacca e insulta tutti i giorni Fini, fino ad augurarsi che se ne vada al più presto dal Pdl. Il ritardo culturale della destra italiana è tutto qui.
Non è la prima volta che Fini si trova in un partito che è più indietro di lui. Per 15 anni ha traghettato pazientemente l'Msi-An da un partito di nostalgici del fascismo, che facevano il saluto romano e andavano in pellegrinaggio alla tomba di Mussolini, in un partito di una destra moderna e democratica. Alla fine, bene o male, ce l'ha fatta. La speranza è che, esaurita l'ubriacatura populista, quando Berlusconi sarà uscito di scena e gli italiani si accorgeranno che i problemi che aveva promesso di risolvere sono ancora tutti lì, la destra italiana saprà evolversi e saprà trasformarsi in una destra veramente moderna ed europea, laica e rispettosa delle istituzioni e dei principi dello stato liberal-democratico.