Gli italiani, si sa, sono sempre stati un popolo di commissari tecnici della Nazionale di calcio. Il bar è sempre stato il luogo in cui sfoggiare la propria competenza sui terzini fluidificanti e i mediani di spinta. Da quando c'è la Rete, si stanno diffondendo nuove figure di esperti, che pontificano sulle diverse branche dello scibile umano, nei forum e nei blog.
Gli esperti del Web non hanno mai studiato niente, in genere non sono laureati in niente, eppure, anzi proprio per questo, si ritengono ferratissimi su un determinato argomento, solo per aver letto qualche blog, spesso scritto a sua volta da esperti pari a loro. E così abbiamo gli esperti-non-laureati di fitness, di economia, di alimentazione ecc.
Il grillino è stato protagonista degli ultimi mesi, infestando il web con insulti e accuse di corruzione, nella migliore delle ipotesi morale, nei confronti di chiunque non fosse d'accordo con il Verbo di Beppe. Il grillino si ritiene in grado di governare meglio di chi fa questo per mestiere da una vita, e conosce la scienza meglio degli scienziati, perché a differenza dei politici e degli scienziati lui non è corrotto, mentre a differenza dei cittadini comuni, lui è informato.
In ambito più strettamente economico, si sta diffondendo un'altra figura di esperto, il seguace di Alberto Bagnai, l'economista che considera "scientificamente provato" che dobbiamo uscire dall'Euro.
Se il grillino è l'anti-scientifico per eccellenza, il bagnaino è pseudo-scientifico, cioè usa argomenti che pretende siano scientifici, selezionando solo quelli che gli fanno comodo, per trarre conclusioni proprie. Il bagnaino crede che gli economisti mainstream non capiscono niente, che sono sporchi agenti del capitale, però utilizza le loro analisi per giungere alle proprie conclusioni indiscutibili.
Come il grillino crede che i vaccini fanno male, che Giuliani prevede i terremoti e che l'Aids non esiste, così il bagnaino crede che il debito pubblico è il risparmio dei privati e dunque più cresce e più si diventa ricchi, che se un Paese svaluta non ci sarà inflazione, che se lo Stato stampa moneta il Paese diventerà più ricco, che la spesa pubblica è buona per definizione, che la corruzione e gli sprechi pubblici non esistono o comunque non creano problemi, che se un Paese fa le riforme per diventare più competitivo è cattivo, mentre se non le fa e aumenta la spesa pubblica è buono ecc.
Il bagnaino crede che la Germania è cattiva e la Grecia è buona, che prima di entrare nell'Euro la Grecia e l'Irlanda erano Paesi ricchissimi e che sono stati impoveriti dall'Euro, che la crisi è causata dall'Euro, che i Paesi che non hanno l'Euro come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti stanno benissimo, che l'Italia sarebbe un Paese enormemente ricco e competitivo, ma che è stato fatto entrare nell'Euro da una congiura degli industriali tedeschi e francesi, con la complicità di politici, economisti e imprenditori italiani i quali avrebbero portato il proprio Paese al macello, venendosi per un piatto di lenticchie. Il bagnaino crede poi che l'Euro favorisce la Germania e sfavorisce l'Italia, senza chiedersi perché questo accade. Siccome il suo guru è molto sfuggente sull'argomento, egli non se ne cura. Egli pensa che gli unici modi per rendere più competitiva un'economia siano abbassare i salari o svalutare la moneta. Eppure basterebbe leggere una pagina di Wikipedia per farsi un'idea un po' meno superficiale sull'argomento.
Inoltre, il bagnaino crede che le riforme magnifiche promosse dal loro guru sono state realizzate in Argentina, che infatti è un Paese ricco e felice. L'Argentina è il modello da seguire in primo luogo perché ha fatto default, non ha pagato i debiti punendo così i ricconi capitalisti, e inoltre ha avuto il coraggio di nazionalizzare alcune industrie e di chiudere la frontiera alle importazioni, riducendo il tasso di "liberismo" e dunque instaurando una vera democrazia popolare. Poco importa che il reddito medio dell'Argentina sia ancora molto più basso di quello dei Paesi europei, e che abbia un'inflazione molto alta e una penuria di alcuni beni: abbiate fede e vedrete che in futuro starà meglio!
Chi si intende un po' di economia sa che l'economia non è (ancora) una vera scienza, dal momento che presenta teorie diverse, anzi del tutto opposte, che spiegano gli stessi fenomeni da punti di vista molto diversi tra loro. Uno dei motivi è che in economia non è possibile fare esperimenti, e non resta che studiare le correlazioni tra i fenomeni, che però sono difficili da studiare perché ci sono moltissime variabili. Inoltre l'economia è una materia sensibile agli interessi umani, per cui è molto più facile rispetto ad altre discipline che si cerchino di dimostrare le proprie tesi spacciando le correlazioni spurie per rapporti di causa-effetto.
E così esiste una sola fisica, una sola biologia, una sola geologia, ma non esiste una sola economia. Certo, alcuni fenomeni sono stati studiati in maniera rigorosa e con i numeri, ed è stato possibile ricavare leggi anche in economia, ma soltanto in ambiti limitati e a certe condizioni, e quello che vale per un dato Paese e una data epoca non vale sempre. Invece il bagnaino crede che esista una sola economia, le cui leggi sono state studiate dagli economisti mainstream, ma il cui unico vero e autorizzato interprete è lui, il Bagnai. Per cui è stato Tizio a dire che l'Euro non può funzionare, è stato Caio a dire che non dobbiamo preoccuparci dell'inflazione, è stato Sempronio a dire che il debito pubblico non è un problema, ma la conclusione a tutto ciò, e cioè che dobbiamo uscire dall'Euro, fare default e tornare agli anni '70 è soltanto di Bagnai. Ma il bagnaino ci crede ciecamente, e non gli viene in mente che vi potrebbero essere altre strade, come ad esempio realizzare quell'unione politica e fiscale, che secondo gli stessi economisti mainstream che si usano solo quando fanno comodo sarebbe necessaria per mantenere in vita una unità monetaria, e soprattutto crede che chi non è d'accordo è stupido, ignorante o in malafede.
Comunque il bagnaino non ha sempre vita facile perché se la deve vedere con altri esperti del ramo, quali sono ad esempio i signoraggisti, i barnardiani, ecc. E' curioso: il Web consente alle persone di comunicare, di conoscere i punti di vista altrui, e invece di diventare più moderati e più aperti alle opinioni altrui, molti continuano a a credere di essere gli unici possessori della Verità Assoluta.
A scanso di equivoci, naturalmente non c'è niente di male nell'essere seguaci di questo o quello, ma è un po' ridicolo pretendere di avere capito tutto senza avere studiato le basi di un argomento. Questo è un effetto perverso del Web: siccome presenta una quantità impressionante di dati, opinioni, pareri, così molti pensano di essere dispensati dalla fatica di studiare, trovano la pappa pronta e devono solo scegliere quella che preferiscono, ignorando la differenza tra informazione e conoscenza.
Un osservatorio indipendente sui fatti di cronaca, politica, attualità e cultura.
martedì 18 giugno 2013
lunedì 27 maggio 2013
Il Pd, partito di centro
Le ultime vicende politiche, tra cui l'appoggio al finanziamento delle scuole private in occasione del Referendum a Bologna, hanno mostrato come il Pd sia ormai (o forse lo è da tempo) un partito di centro. Da questo punto di vista non stupisce l'alleanza con Berlusconi e il Pdl per dar vita al governo Letta. Se in precedenza, nel pieno della tempesta finanziaria del 2011, poteva avere un senso appoggiare la nascita del governo Monti, il fatto che poi il Pd abbia mantenuto questa posizione (e abbia accettato che Monti facesse pagare la crisi soprattutto ai pensionati senza contrastare i privilegi) la dice lunga sulla sua natura.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.
E' vero che dopo le elezioni Bersani aveva proposto un'alleanza con il Movimento 5 Stelle, ed è stato sicuramente un errore politico il rifiuto da parte dei grillini di sostenere un governo per il cambiamento. Gli argomenti portati dai grillini (Bersani non faceva sul serio, in realtà non voleva, era una trappola ecc.) sono ridicoli: nessuno impediva ai grillini di accettare e rilanciare, di porre le proprie condizioni, anche perché, come disse lo stesso Bersani, le fiducie si danno e si tolgono. Ma il Movimento 5 Stelle, forse anche conscio della propria impreparazione, ha preferito dire di no, salvo poi lanciare una patata bollente al Pd in occasione delle elezioni del Presidente della Repubblica, quando senza dialogare con nessuno Grillo ha annunciato che avrebbe votato per Rodotà, aggiungendo che però sperava che anche il Pd avrebbe fatto lo stesso. Il risultato è stato il ritorno sulla scena di Berlusconi e la spaccatura nel Pd, ottimo risultato politico per Grillo, meno per l'Italia.
In ogni caso, il punto è che il Pd ha poi accettato l'alleanza con il Pdl, il che è comprensibile se si pensa che alle elezioni non aveva vinto nessuno, per cui, tramontata l'alleanza con i grillini, non restava che un'alleanza con il Pdl oppure un ritorno alle elezioni, che avrebbero potuto portare ad un nuovo stallo. Ma quello che manca al Pd è una prospettiva, una visione della società, un progetto a lungo termine. E soprattutto, un progetto a lungo termine che sia di sinistra. Rispetto al passato, quando la sinistra italiana era prigioniera di un'ideologia rivoluzionaria, il Pd ha compiuto un passo in avanti in termini di buon senso e capacità di analizzare la realtà: il Pd sa che siamo nell'Occidente, che siamo nella Nato, che siamo in un sistema di libero mercato, che siamo nell'UE ecc. Benissimo. Ma dopo aver riconosciuto lo stato attuale delle cose, ci vorrebbe una visione, un'idea di quali sono i problemi e di come superarli. Eppure le ideologie non rivoluzionarie ma pur sempre di sinistra ci sarebbero. Ad esempio la socialdemocrazia. Certo, la socialdemocrazia non può essere più applicata secondo le ricette del '900, quando il grosso dei lavoratori era impiegato nelle grandi imprese metalmeccaniche, ma gli scopi di base, sia pur aggiornati, rimangono: i diritti dei cittadini, lo stato sociale a protezione delle fasce più deboli, condizioni di lavoro dignitose ecc. Ad esempio in Francia il presidente Hollande ha posto dei temi come l'aumento delle tasse per i ricchi e i diritti degli omosessuali, che chiaramente ne fanno un presidente di sinistra.
Dunque in Italia non c'è più una sinistra, ma soltanto un centro. E questo non è avvenuto in seguito ad una campagna per le primarie, ad un confronto tra le idee e alla vittoria di un candidato con un programma di centro: in un partito come il Pd, che si definisce democratico, questo sarebbe stato accettabile: se la sua base esprime posizioni di centro, ben vengano. Invece questo è avvenuto con una segreteria, quella di Bersani, che si definiva di sinistra.
Ma a ben vedere vi è un'anomalia anche dall'altra parte: come il Pd non è di sinistra, così il Pdl non è di destra, dal momento che in dieci anni di governo non ha ridotto la spesa pubblica, non ha combattuto la corruzione e la criminalità, non ha ridotto il peso dello stato, non ha attuato liberalizzazioni, non ha reso più meritocratica la società. D'altro canto, se il Pd è composto di ex comunisti ed ex democristiani, il Pdl è composto di ex socialisti ed ex democristiani, più una pattuglia di ex fascisti che si è prontamente democristianizzata.
Dunque il Pd e il Pdl nella sostanza sono uguali nel senso che sono entrambi partiti di centro. Vi è un unico sistema che mette insieme politica, grandi imprese (le poche rimaste, spesso di stato) e banche. L'Italia è sempre stata così, un Paese che tende a conservare l'esistente, in cui maggioranza e opposizione preferiscono accordarsi piuttosto che essere davvero diversi, antagonisti. L'unica differenza rispetto agli anni '80 è che con i vincoli europei oggi non si può drogare l'economia con la spesa pubblica improduttiva. Ma per quello che possono, entrambi i partiti principali cercano di spendere il più possibile. Il governo Letta ha già fatto capire che la chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo sarà sfruttata per aumentare la spesa. Inoltre Letta è volato in Europa per chiedere che si parli di lavoro a livello europeo. Ottimo proposito, ma questo sottintende che il governo italiano non ha intenzione di ridurre gli sprechi, di fare una vera spending review, di combattere la corruzione, di ridurre i tempi della giustizia civile, di ridurre in maniera significativa i costi della politica, insomma di rendere il Paese più competitivo, unica strada per evitare il declino. Il presidente della Provincia di Bolzano continua ad essere il politico di lingua tedesca meglio pagato d'Europa, e i parlamentari italiani continuano ed essere i meglio pagati d'Europa, al sud una siringa continua a costare il doppio che al nord, e le province sono ancora tutte lì. Le tasse per le imprese continuano ad essere insostenibili. D'altro canto il Pdl non è interessato a ridurre le imposte per le imprese, perché deve mantenere la promessa elettorale di togliere l'Imu, quindi di premiare i percettori di rendita rispetto a chi produce reddito. Insomma, noi non cercheremo di essere più efficienti, però chiederemo più risorse all'Europa. Parliamo tanto di lavoro e di crisi ma non abbiamo intenzione di fare vere riforme. Cerchiamo semplicemente di tenere a galla la barca, almeno per quanto si può, tappando qualche falla, e lasciando che il Paese continui nel suo lento e inesorabile declino.
venerdì 3 maggio 2013
La fine del PD
Le divisioni nel Partito Democratico emerse durante le votazioni per il Presidente della Repubblica, hanno messo in mostra la sostanziale incapacità da parte del partito di seguire un'unica linea politica. Negli ultimi mesi del 2012, la candidatura di Matteo Renzi alle primarie e il suo porre l'accento sulla questione anagrafica (il giovane rottamatore che vuole mandare a casa i vecchi), ha nascosto la vera questione, che è una questione politica: il Pd è diviso tra correnti fortemente ideologizzate, che non accetterebbero mai che il partito finisse nelle mani delle correnti che considerano troppo lontane. Lo ammise Massimo D'Alema quando disse che, qualora Renzi avesse vinto le primarie, avrebbe fatto una "battaglia" all'interno del partito. Sarebbe come se Hillary Clinton avesse dato battaglia contro Obama dopo aver perso le primarie. Interessante poi la scelta, da parte di D'Alema ma anche di Veltroni, di non candidarsi alle elezioni, senza però ritirarsi dalla politica, anzi, per poter agire con più libertà all'interno del partito. D'altro canto all'interno del Pd, sia nella classe dirigente che tra i simpatizzanti, c'è chi pensa che Renzi sia un "infiltrato di destra". Che ci possano essere posizioni diverse all'interno di un partito ci può stare, ma questo linguaggio mostra come il PD non si possa considerare un partito democratico come quello americano, un partito "liquido", cioè un partito poco ideologizzato la cui linea viene decisa da chi vince le primarie, senza veti e guerre interne.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
Il PD appare dunque un partito novecentesco, ancora legato alle ideologie del passato, ma che non ha il coraggio di ammetterlo, forse perché nessuna di queste ideologie sarebbe in grado di ottenere il consenso necessario per vincere le elezioni. Sarebbe bello attribuire le colpe degli errori del PD alla sua classe dirigente, ma ho paura che essi siano soltanto lo specchio dell'arretratezza culturale del nostro Paese. Infatti in Italia non si guarda al mondo, non ci si chiede come fanno la Germania o la Corea del Sud, non ci si chiede come creare ricchezza, ma ci si barrica dietro questioni che solo da noi sono considerate come fondamentali, come l'articolo 18 o la Tav, l'acqua pubblica o l'Imu. Questioni irrilevanti rispetto alla vera questione di questi anni: come evitare il declino, come non perdere il treno della modernità, come evitare di diventare un Paese povero. E di questo non si occupa nessuno.
mercoledì 20 marzo 2013
Sono proprio tutti uguali
Ci risiamo. Sabrina Nobile delle Iene è tornata a sottoporre i nuovi Parlamentari a domande elementari di cultura generale e attualità, e come era accaduto nelle precedenti legislature, alcuni di loro hanno fatto una pessima figura (qui il video). La notizia è che è stata pizzicata anche una parlamentare del Movimento 5 Stelle, quello che si era presentato come il nuovo, quello che doveva portare la meritocrazia al posto delle raccomandazioni e delle nomine fatte secondo logiche di potere. Ebbene, la deputata Gessica Rostellato non sa cosa sia la Bce né chi sia Mario Draghi (che secondo lei è "uno che vuole candidarsi alla Presidenza della Repubblica"), il che significa che non è informata e che non legge i giornali. La cosa in fondo è comprensibile da parte di una rappresentante di un movimento che pensa che i giornali siano robaccia di regime, ma evidentemente la Rostellato non ha saputo fare un uso adeguato neanche di quel Web che sarebbe il luogo sacro della Verità. Magari perché non ha studiato prima, quindi non ha imparato a selezionare le fonti, né a riconoscere ciò che bisogna sapere da ciò che è irrilevante. E forse a leggere tutti i giorni soltanto il blog di Grillo non si diventa poi così informati.
Si potrebbe replicare che la Rostellato può essere solo una pecora nera, che non è giusto metterla in croce per una lieve dimenticanza, che non sono tutti così... può darsi, ma allora questo dovrebbe valere anche per gli altri.
Invece va ricordato che la reazione degli spettatori delle Iene è stata per anni una giusta reazione di indignazione, e la conclusione che molti hanno tratto dalle precedenti inchieste è stata che "sono tutti ignoranti", che "sono tutti uguali" e che "devono andare tutti a casa". Ora invece cominciamo a scoprire che i parlamentari del Movimento 5 Stelle non sono migliori degli altri. In poche settimane abbiamo già conosciuto la falsa laureata, il complottista dei microchip e l'ammiratrice del fascismo. Si potrebbe replicare che i partiti sono lo specchio della società, e la società italiana non è particolarmente colta. Verissimo. Ma allora il 5 Stelle è un partito come gli altri. Anzi, gli altri almeno qualche punta di eccellenza ce l'hanno (ad esempio i neoeletti presidenti delle camere, Boldrini e Grasso), i 5 Stelle non mi pare.
Del resto, Grillo ha voluto selezionare i parlamentari in base alla non appartenenza ai partiti e l'assenza di condanne. L'idea cioè sarebbe che chiunque può fare politica, purché sia onesto e non compromesso coi partiti. Io mi permetto di dissentire. Forse sarebbe stato meglio inserire anche una clausola sulla cultura generale. Si sarebbe potuto usare come parametro i risultati durante tutta la carriera scolastica, ad esempio si dovevano candidare solo quelli che avessero preso il massimo dei voti a partire dalla scuola dell'obbligo. Ma se Grillo avesse fatto una cosa del genere, il suo movimento non avrebbe preso tutti quei voti alle elezioni, perché il successo elettorale si è basato sulla logica "Maria de Filippi" (chiunque può arrivare in alto) che ha consentito a tanti elettori di identificarsi nel movimento, mentre con la "logica dei professori" i risultati sarebbero stati pessimi, come accade ad esempio regolarmente ai Radicali, perché come si sa agli italiani la cultura e la preparazione non piacciono. Inoltre, ma certo non ultimo, come ben sanno i partiti tradizionali, chi è colto è più difficilmente manipolabile.
Forse una cosa che sfugge a Grillo e a tanti altri è che la cultura non è slegata dai valori morali. Infatti la persona colta non è qualcuno che si è inzeppato di conoscenza, ma è uno che si è sforzato di imparare per capire, e di capire per poter risolvere i problemi. Presentarsi in Parlamento senza avere studiato e senza neanche informarsi sull'attualità significa essere presuntuosi, significa pensare che non c'è bisogno di studiare, di riflettere, di ragionare, per capire come risolvere i problemi.
Per quanto mi riguarda, un partito che candida anche solo un personaggio così scarso è inaffidabile. Da questo punto di vista ha ragione Grillo a dire che i partiti sono tutti uguali, ma in questo giudizio dovrebbe aggiungerci anche il suo.
Si potrebbe replicare che la Rostellato può essere solo una pecora nera, che non è giusto metterla in croce per una lieve dimenticanza, che non sono tutti così... può darsi, ma allora questo dovrebbe valere anche per gli altri.
Invece va ricordato che la reazione degli spettatori delle Iene è stata per anni una giusta reazione di indignazione, e la conclusione che molti hanno tratto dalle precedenti inchieste è stata che "sono tutti ignoranti", che "sono tutti uguali" e che "devono andare tutti a casa". Ora invece cominciamo a scoprire che i parlamentari del Movimento 5 Stelle non sono migliori degli altri. In poche settimane abbiamo già conosciuto la falsa laureata, il complottista dei microchip e l'ammiratrice del fascismo. Si potrebbe replicare che i partiti sono lo specchio della società, e la società italiana non è particolarmente colta. Verissimo. Ma allora il 5 Stelle è un partito come gli altri. Anzi, gli altri almeno qualche punta di eccellenza ce l'hanno (ad esempio i neoeletti presidenti delle camere, Boldrini e Grasso), i 5 Stelle non mi pare.
Del resto, Grillo ha voluto selezionare i parlamentari in base alla non appartenenza ai partiti e l'assenza di condanne. L'idea cioè sarebbe che chiunque può fare politica, purché sia onesto e non compromesso coi partiti. Io mi permetto di dissentire. Forse sarebbe stato meglio inserire anche una clausola sulla cultura generale. Si sarebbe potuto usare come parametro i risultati durante tutta la carriera scolastica, ad esempio si dovevano candidare solo quelli che avessero preso il massimo dei voti a partire dalla scuola dell'obbligo. Ma se Grillo avesse fatto una cosa del genere, il suo movimento non avrebbe preso tutti quei voti alle elezioni, perché il successo elettorale si è basato sulla logica "Maria de Filippi" (chiunque può arrivare in alto) che ha consentito a tanti elettori di identificarsi nel movimento, mentre con la "logica dei professori" i risultati sarebbero stati pessimi, come accade ad esempio regolarmente ai Radicali, perché come si sa agli italiani la cultura e la preparazione non piacciono. Inoltre, ma certo non ultimo, come ben sanno i partiti tradizionali, chi è colto è più difficilmente manipolabile.
Forse una cosa che sfugge a Grillo e a tanti altri è che la cultura non è slegata dai valori morali. Infatti la persona colta non è qualcuno che si è inzeppato di conoscenza, ma è uno che si è sforzato di imparare per capire, e di capire per poter risolvere i problemi. Presentarsi in Parlamento senza avere studiato e senza neanche informarsi sull'attualità significa essere presuntuosi, significa pensare che non c'è bisogno di studiare, di riflettere, di ragionare, per capire come risolvere i problemi.
Per quanto mi riguarda, un partito che candida anche solo un personaggio così scarso è inaffidabile. Da questo punto di vista ha ragione Grillo a dire che i partiti sono tutti uguali, ma in questo giudizio dovrebbe aggiungerci anche il suo.
martedì 12 marzo 2013
Grillino demystified
Come accadeva già con Berlusconi, il problema principale non è il candidato ma sono gli elettori. Infatti, dietro il successo di un politico, si nasconde una serie di idee che i suoi elettori professano. Queste idee possono essersi sedimentate nella società civile nel corso degli anni, oppure possono essere state introdotte nel cervello degli elettori da una sapiente campagna di stampa. Sta di fatto che ci sono.
Quelli che non votavano Berlusconi si sono chiesti per anni: quando capiranno? quando smetteranno di votarlo? ma gli elettori di Berlusconi non capivano, e continuavano a votarlo. Ma perché? Semplice, perché dal loro punto di vista non c'era niente da capire. Infatti, l'elettore berlusconiano medio, pensa che i politici siano tutti ladri. Anzi, pensa che l'uomo per natura è ladro, che chi può ruba. Inoltre, l'elettore berlusconiano medio pensa che i comunisti mangiano i bambini. E soprattutto, che vogliono fargli pagare più tasse (o le tasse). Ecco perché Berlusconi è stato votato nonostante i suoi processi, nonostante gli scandali che hanno spesso coinvolto quelli del suo partito e i suoi alleati. Invece, il crollo dei consensi, Berlusconi l'ha ottenuto quando ha messo l'Imu, il redditometro ed Equitalia. Poi, si è ripreso in parte, sostenendo in campagna elettorale di non avere nulla a che fare con quei provvedimenti (come Bart Simpson quando dice: "non sono stato io").
Comunque nel caso di Berlusconi è stato, almeno all'inizio, difficile capire i suoi elettori, perché in genere non parlavano, si mimetizzavano, si nascondevano, mentre nel caso dei grillini è facile perché hanno lasciato e lasciano in continuazione in rete, il loro luogo d'elezione, ampie testimonianze sulla loro visione del mondo. Spesso mi è capitato di discutere con loro, come credo a molti, e quasi sempre sono stato accusato di essere: disinformato, corrotto, pagato dalle banche o dai partiti. Be' che dire, magari fossi pagato. Ok, era solo una battuta.
In pratica, per il grillino medio, chi non è d'accordo con lui (e dunque a sua volta è d'accordo con Beppe) è ignorante o in malafede. Da ciò si deduce che per il grillino
1- esiste una sola verità.
Per questo una discussione è praticamente impossibile, perché il grillino è stato educato (diciamo così) a screditare sistematicamente chi non la pensa come lui. Prendiamo ad esempio gli inceneritori: al grillino non interessa il fatto che ce ne siano tanti in tutta Europa, anche in Paesi che normalmente consideriamo più avanzati del nostro, né che eminenti scienziati non li considerano dannosi: evidentemente i governi che hanno deciso di costruirli erano corrotti, e gli scienziati che li difendono sono... anche loro corrotti.
Il punto non è naturalmente che si possa essere contrari agli inceneritori, ma semmai che il grillino non riconosce la legittimità delle idee diverse dalla sua. Questo è naturalmente un atteggiamento antidemocratico, ma lui non lo sa.
Questo avviene anche per una semplificazione estrema del pensiero, che non tiene conto dei pro e dei contro, né delle alternative. Il grillino non pensa cioè che una cosa (in questo caso l'inceneritore) potrebbe avere dei pro e dei contro, potrebbe portare dei danni che però vanno paragonati alle alternative. No: per lui una cosa o è buona o è cattiva, o fa bene o fa male. Con questa logica si dovrebbero abolire le automobili perché in circa un secolo hanno prodotto milioni di morti sulle strade. Ma naturalmente il grillino, con una logica faziosa, usa questo modo di ragionare solo per le cose che non piacciono a lui. Quindi magari prende l'automobile per andare a comprare il pollo a chilometro zero o per farsi una bella gita al mare. Ma non vuole sentir parlare di inceneritori, perché non piacciono a lui, e soprattutto al suo capo.
Pensiamo anche alla Tav: il grillino non concepisce che, almeno in linea teorica, una grande opera come quella possa portare dei vantaggi, che in futuro forse il traffico di merci in Europa potrebbe aumentare, che forse a lungo andare sarebbe meno inquinante trasportare le merci su rotaia anziché su gomma, che chi ha concepito l'opera non l'ha fatto soltanto per biechi interessi ecc. No: per lui è tutto chiaro, la Tav è un crimine, punto e basta.
Un altro esempio si potrebbe fare per i vaccini: per il grillino medio i vaccini fanno male. E come "prova" ti porta il fatto che anni fa un ministro prese una tangente da una multinazionale che produceva i vaccini (il che per lui è la prova inconfutabile che i vaccini fanno male), oppure ti porta qualche caso di bambini che si sono ammalati o sono morti dopo aver preso dei vaccini. Anche qui, il grillino non valuta i pro e i contro e le alternative: non gli viene in mente che senza vaccini i bambini morti potrebbero essere milioni. No: per lui i vaccini, come tutto, o sono buoni, o sono cattivi. Una via di mezzo non esiste. Una scelta tra alternative, nessuna delle quali porti dritto al paradiso, neanche.
Se la verità è una sola, ne discende che
2- solo chi possiede la verità ha il diritto di governare, e lo deve fare da solo.
Il grillino pensa che basti che il Movimento vada (da solo) al governo, perché tutto si risolva e l'Italia diventi un paradiso.
Ma perché fino a questo momento i governi non hanno applicato quell'unica verità che per loro è così evidente? Semplice, perché sono disonesti. I partiti non hanno alcuna funzione positiva, sono solo associazioni a delinquere, servono solo per rubare il denaro dei cittadini onesti. Essendo la verità una sola, non c'è niente da mediare, niente da discutere, niente da elaborare. Ecco perché per il grllino
3- in politica l'onestà è tutto
Questo discende dagli assunti precedenti: se la verità è una sola ed è già conosciuta, è evidente che, se chi è al governo ora non la applica, ciò non può essere dovuto che alla sua disonestà. Infatti, per il grillino tutti i politici (tranne Grillo e Casaleggio), sono corrotti e antepongono i loro biechi interessi personali al bene pubblico. In realtà, a ben guardare questo potrebbe essere dovuto anche all'ignoranza o alla stupidità di chi è al governo, ma in generale i grillini battono sul tasto dell'onestà, e in secondo luogo, della disinformazione, mentre la stupidità non viene contemplata come possibile causa del malgoverno.
Quindi, chi si aspetta che adesso i grillini "aprano gli occhi", ora che ci comincia a capire quanto siano impreparati i nuovi parlamentari del Movimento, si sbaglia, perché per loro la preparazione non è importante (come non lo è l'onestà per i berlusconiani). Conta solo essere onesti, tanto poi si tratterà di pigiare sul tasto per votare i provvedimenti giusti voluti "dalla base" (cioè da Grillo e Casaleggio).
E quindi a che servono i partiti? Vagli a spiegare che i partiti esistono in tutti i Paesi (almeno quelli democratici), che servono a rappresentare i diversi pezzi della società, mediando i loro interessi, trovando un punto comune tra esigenze diverse, elaborando un programma coerente ecc. E che per funzionare, i partiti hanno un costo, come ha un costo tutto. No, per il grillino, dal momento che la verità è una sola, e per governare basta applicarla, ecco che
4- i partiti sono inutili
Un'altra caratteristica del grillino è l'incapacità di fare un'analisi equilibrata dello stato attuale dell'Italia. Per fare questo bisogna saper usare i numeri, saper scegliere qualche parametro misurabile, e fare il confronto con gli altri paesi. Ad esempio, se si usa il Pil, si scopre che l'Italia è al decimo posto nel mondo, se si usa la speranza di vita, si scopre che l'Italia è al quarto posto nel mondo, e al secondo tra i Paesi grandi dopo il Giappone. Se si guarda all'Indice di Sviluppo Umano, si vede che l'Italia fa comunque parte del primo gruppo. Quindi, avrà dei problemi, ma non è il Paese peggiore in cui vivere. Ad esempio in Spagna, dove non ci sono D'Alema e Berlusconi, la disocuppazione è il doppio che in Italia. Ma il grillino, da bravo arci-italiano, senza guardare a cosa accade all'estero, pensa che l'Italia sia al livello del Burkina Faso. E pensa, perché glielo ha raccontato Grillo nel suo blog, che
5- i partiti hanno distrutto l'Italia.
Intanto, una frase del genere comporta che l'Italia sia un Paese distrutto. Ma è vero? Siamo forse al livello del 1945, siamo ridotti a un cumulo di macerie? Qui si vede proprio l'incapacità di valutare i fatti. E questo è molto strano: almeno, nel 1945 l'Italia era stata distrutta dalla guerra. Quindi per i grillini i governi degli ultimi venti anni avrebbero fatto più o meno i danni di una guerra mondiale. Questo significa che per loro
6- La situazione di un Paese dipende interamente dal suo governo
Si vede che gli storici, i sociologi e gli economisti non hanno capito niente, perché nelle analisi delle crisi e delle decadenze del passato (come ad esempio l'antica Roma o l'Unione Sovietica), ma anche delle ascese e dei periodi di crescita, non viene mai citata come unica causa il governo. Nel bene e nel male, lo stato di una società dipende dalle forze produttive e dalle condizioni economiche, sociali, culturali e politiche di quella società. Se ad esempio i cittadini hanno come scopo nella vita quello di imboscarsi in un ministero per non lavorare, oppure se non pagano le tasse, questo andazzo avrà ripercussioni negative sull'intera società. Anzi da questo punto di vista la stessa esistenza dei grillini è uno dei sintomi della decadenza della società (cioè la società civile tende ad autoassolversi e non riconosce le cause dei propri mali). Eppure sono secoli che gli storici e i filosofi denunciano i difetti degli italiani, da Guicciardini a Leopardi, da Mazzini a Gramsci. Ma no, per i grillini è tutta colpa dei partiti. Per uscire da questo impasse, forse farebbero bene ogni tanto ad aprire qualche libro, invece di leggere soltanto il blog di Grillo o di Byoblu.
Ora vorrei sapere come si può pensare che un governo democraticamente eletto, anzi una serie di governi che ogni volta vengono scelti dai cittadini, possano distruggere da soli un Paese. Una cosa del genere può capitare in una dittatura, dal momento che chi comanda può imporre la propria volontà, e per anni, alla società intera. Invece qui si presuppone che mentre in Italia i due schieramenti (Il Pdl e il Pdmenoelle, per usare il linguaggio di Grillo) si succedevano distruggendo l'Italia, la società civile ne subiva la mala politica passivamente, che gli elettori continuavano a votarli, che la confindustria, i sindacati, i mass media, siano rimasti a guardare, anzi abbiano approvato la distruzione del Paese, senza avere alcuna colpa! Quindi gli elettori, che secondo i grillini sono puri e onesti, hanno votato per vent'anni per una classe politica che stava distruggendo il loro Paese senza batter ciglio!
Da questo si capisce che altro credo del grillino è che "il sistema è marcio". Infatti secondo il grillino,
7- esiste un unico sistema corrotto, che unisce partiti, sindacati e organi d'informazione
che ha avallato la mala politica senza mai fare una critica, e che dunque va spazzato via.
Peccato che uno dei temi preferiti da Grillo, quello dei costi della politica, sia stato portato alla ribalta da due giornalisti del Corriere, Stella e Rizzo, con il loro libro "La casta". E peccato che è stata una trasmissione come Le iene a screditare i parlamentari con le loro inchieste sull'ignoranza dei parlamentari, o sul loro consumo di droga. E che dire di trasmissioni come Report o Presa diretta, che da anni ci raccontano degli scandali giudiziari e delle magagne dei partiti? Inoltre il grillino ignora che questi scandali emergono spesso dagli stessi giornali di partito o comunque vicini a una parte politica, i quali sia pure in maniera faziosa, approfittano di qualunque inchiesta che coinvolga l'altra parte per gettare fango sulla parte opposta. Questo, che ai grillini non piace perché loro vorrebbero che ci fosse un solo organo di informazione come la Pravda sovietica, si chiama pluralismo dell'informazione. Per esempio, il Giornale accusa la sinistra, l'Unità accusa la destra, e poi il lettore si fa la sua idea. Poi vi sono giornali più indipendenti dal potere politico, che magari riportano le inchieste che riguardano entrambe (o tutte) le parti.
Ma no, il grillino medio non sopporta che vi siano idee e punti di vista diversi, e vorrebbe abolire televisioni e giornali. Tranne un canale pubblico, che diventerà presto l'organo televisivo del Movimento 5 Stelle, quando Grillo otterrà il 100% dei voti, come ha detto di desiderare e che sicuramente gli spetta (è un passo avanti, Berlusconi si era limitato a volere il 51%) e come ottengono i dittatori nei loro plebisciti.
Fintanto che i grillini crederanno a queste 7 idee, senza metterle in discussione, non "apriranno gli occhi" su Grillo e sul Movimento 5 Stelle. Qualunque cosa faranno. A meno che non smentiscano essi stessi questi assunti, come ha fatto Berlusconi quando ha alzato le tasse. Solo in quel caso i loro elettori li abbandoneranno.
venerdì 1 marzo 2013
La vittoria di Grillo
La vittoria a metà di Grillo (la sua lista è il primo partito ma non ha la maggioranza) pone diversi interrogativi sugli avvenimenti futuri.
Grillo ha condotto una campagna elettorale in cui è riuscito ad intercettare il malcontento di molti elettori provenienti sia dalla sinistra che dalla destra. Il risultato però è che, se dovesse governare, scontenterebbe inevitabilmente qualcuno. Ad esempio i piccoli imprenditori che lo hanno votato abbandonando Berlusconi o la Lega, non credo che sarebbero molto contenti della decrescita felice che è nell'orizzonte di molti grillini "di sinistra", e certamente non si accontenterebbero del no alla Tav e dell'acqua pubblica. Va bene grazie, ma che ci facciamo? direbbero giustamente.
D'altro canto il suo programma è quasi interamente un vago elenco di tagliare, eliminare, via questo, via quest'altro (ad esempio: via la legge Gelmini, via la legge Biagi) senza dirci con cosa intende sostituirle. Vi sono poi lampanti contraddizioni: prima si tuona contro l'intrusione dei partiti nelle banche, e poi si propone la nazionalizzazione delle banche stesse. Come se le banche nazionalizzate non venissero in qualche modo controllate dal potere politico (volendo essere maligni si potrebbe sospettare che è proprio questo a cui mira Grillo, ma io sono ingenuo e puro e quindi non lo penso).
Comunque, la forza di Grillo non sta certo nella sostanza delle proposte, ma è stata quella di far credere che si possa far pagare la crisi interamente alla classe politica, alla "casta", anzi alleviando le sofferenze sociali con provvedimenti costosissimi quali il sussidio di disoccupazione universale. Basterebbe fare due conti (quanto costa la politica e quanto costerebbe questo provvedimento) per capire l'inganno, ma si sa, la gente non è precisamente portata per la matematica. Ma proprio in questo consiste la demagogia, nell'individuare facili capri espiatori (un tempo gli ebrei o i comunisti, oggi "la casta") in modo da assolvere il popolo da tutte le sue responsabilità. E infatti Grillo ha anche abilmente tuonato contro il redditometro ed Equitalia, facendo capire che la lotta all'evasione fiscale, l'unica che potrebbe fornire le risorse necessarie, non sarebbe la sua priorità, come del resto non lo sarebbe e non lo è mai stato per il suo predecessore, il suo collega barzellettiere. D'altro canto, se avesse detto "farò pagare le tasse a tutti" avrebbe preso molti meno voti. Quello che aveva promesso il risanamento dell'economia italiana attraverso il rigore, e cioè Monti, è stato sonoramente bocciato dagli Italiani.
Dunque Grillo ha ottenuto un buon successo con facili promesse elettorali, senza peraltro spazzare via tutti come aveva promesso. Proprio come faceva il suo predecessore, che comunque si è difeso con lo stesso metodo (via l'Imu, condoni ecc.). Il problema però è che in base alla sua personalità dittatoriale, e da buon leader populista, che vuole solo il potere, Grillo vorrebbe la maggioranza assoluta. Per ottenerla dovrebbe rimanere all'opposizione, sperando che gli altri partiti commettano altri errori, in modo da vincere le prossime elezioni. A quel punto potrebbe sostituire Berlusconi come leader populista, potrebbe insediarsi in Parlamento e magari non fare niente per 5 anni, proprio come ogni leader populista che si rispetti (va bene, lo ammetto, non sono sempre ingenuo e puro).
Ora, l'unica speranza è che i grillini eletti in Parlamento siano migliori del loro leader, e che aprano gli occhi.
I grillini dovrebbero capire che alle elezioni non hanno preso né il 100% né il 51% dei voti, che non possono governare da soli, che non esistono solo loro, che i loro voti sono validi quanto gli altri, che milioni di italiani hanno votato altre forze politiche, che anche le altre forze politiche hanno diritto di esistere, che anche i loro rappresentanti (e i loro elettori) hanno delle idee e dei valori. Inoltre dovrebbero capire che fuori del loro computer e del blog di Beppe esiste il mondo, che esiste l'Unione Europea, la Cina, la Bce, lo spread, la Nato, l'esercito, il debito pubblico ecc. E che la maggioranza di chi li ha votati non lo ha fatto perché ha letto il blog, non sa nulla della mitologia del web, delle scie chimiche, dei vaccini che fanno male, dei terremoti che si possono prevedere ma gli scienziati cattivi non lo dicono, della Montalcini che avrebbe comprato il premio Nobel, dell'Aids che non esiste, della prevenzione dal cancro come inutile anzi dannosa, della decrescita felice, dell'acqua pubblica, del wi-fi pubblico e del no alla Tav come soluzione di tutti i mali ecc. Quelli che hanno votato Grillo in maggioranza lo hanno sentito parlare nelle piazze o in televisione, e hanno ingenuamente creduto alle sue promesse, lo hanno ritenuto capace di risolvere i problemi concreti, di trovare loro un lavoro, di assicurare loro una pensione ecc.
Al momento sembra che i grillini (o meglio, Grillo, l'unico che fino ad ora ha parlato) pretendano che il parlamento voti tutti i provvedimenti da loro desiderati, a scatola chiusa, passivamente. Ma il parlamento non è il blog di Grillo.
E' divertente che alcuni commentatori vicini a Grillo sostengano che non c'è bisogno di votare la fiducia ad un eventuale governo a guida Pd, basta che qualche senatore grillino esca dall'aula, e poi ci penserà Monti a dare i voti necessari per la fiducia. Ma dove sta scritto che Monti sia disposto ad appoggiare un governo a guida Pd per poi lasciare che l'agenda la detti il Movimento 5 stelle? Questo dare per scontato che gli altri facciano ciò che vogliamo noi, denota una scarsa maturità.
Per ora siamo veramente alle comiche. Il delirio di onnipotenza grillino è destinato prima o poi a scontrarsi con la realtà. Ma a quale prezzo per l'Italia? Gli italiani, sempre pronti a votare per il demagogo che le spara più grosse, comunque se lo meriterebbero.
venerdì 15 febbraio 2013
Chiunque vinca, non cambierà nulla
Chiunque vinca, non cambierà niente. Questa frase potrebbe sembrare una amara constatazione da parte di chi crede che l'Italia sia ostaggio della casta o di una classe politica inconcludente. In realtà con la presenza alle elezioni di movimenti nuovi o che si definiscono rivoluzionari come quelli di Grillo o Ingroia potrebbe far sperare che possano esserci grandi cambiamenti.
Ma supponiamo che alle prossime elezioni uno dei candidati ottenga un risultato tale da poter governare da solo. Cosa accadrebbe?
Ci potremmo chiedere se nella storia sia mai avvenuta una rivoluzione tale da portare un grosso cambiamento in pochi mesi, in cui si sia verificato un miracolo economico, sociale, ecc, in breve tempo.
A ben guardare, questo non è mai accaduto.
Quando si è verificato un miracolo economico, non è mai stato soltanto il risultato dell'azione di un governo, e in ogni caso è avvenuto in tempi lunghi.
Roosevelt ha introdotto negli anni '30 in America importanti elementi di protezione sociale, ma non è riuscito a sconfiggere la Grande Depressione, che è stata superata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale.
Il boom economico italiano è iniziato dopo più di dieci anni dopo la fine della guerra, e dall'avvio del Piano Marshall. Milioni di italiani hanno fatto sacrifici e lavorato duramente per migliorare le proprie condizioni di vita: non è stato un colpo di bacchetta magica di un governo.
Il boom cinese è avvenuto in seguito alle riforme di Deng, ma anche in seguito all'afflusso di capitali americani, e comunque ci sono voluti trent'anni per vedere risultati tangibili nella società cinese, e inoltre questo non è avvenuto senza lati negativi, dallo sfruttamento del lavoro all'inquinamento.
L'Unione Sovietica è diventata una superpotenza, ma ci sono voluti trent'anni, una guerra civile, una carestia e la deportazione di milioni di persone.
Questo non significa che la rivoluzione a volte non possa essere auspicabile o necessaria. Ma va ricordato che pensare che un governo da solo possa cambiare le cose in meglio, in breve tempo e senza contraccolpi negativi, è veramente da ingenui.
Questo avviene per alcune ragioni che se si vuole sono ovvie, ma spesso non ci si pensa. In primo luogo la società è complessa, ci sono diversi gruppi sociali con diverse esigenze e diversi interessi. In secondo luogo, proprio la complessità della situazione e la presenza di diverse variabili fa sì che non sempre si riesca a raggiungere l'obiettivo che ci si poneva. Una delle tragedie della storia è l'eterogenesi dei fini: si tenta di fare una cosa, e si ottiene un effetto imprevisto. Come accade nelle previsioni del tempo: vi sono così tante variabili, che ci vogliono calcolatori in grado di fare miliardi di operazioni, e comunque le previsioni attendibili non vanno oltre pochi giorni.
Un esempio pratico è rappresentato dal governo Monti, che nel tentare di recuperare la fiducia dei mercati, ha aggravato la recessione. Ovviamente i critici dicono, a posteriori, che Monti è un incompetente, che c'era una facile alternativa per risolvere tutto ecc. Ma non è così, è che la coperta è corta, e c'erano diverse esigenze in contraddizione tra loro, come quando si prescrive una medicina che ha degli effetti collaterali.
Ma facciamo qualche ipotesi sulle prossime elezioni.
Immaginiamo che Grillo vinca le elezioni, e cominci ad attuare alcune promesse, come ad esempio l'abolizione delle province, il dimezzamento dei parlamentari, l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali. Cosa accadrebbe? nel breve periodo, che migliaia di persone perderebbero il lavoro e finirebbero per strada. Sempre che le categorie coinvolte non facciano resistenza, magari anche appellandosi a qualche tribunale, al Tar, alla Corte Costituzionale, ecc. Se la riforma riuscisse, ci sarebbe uno sconvolgimento degli assetti politici, ma il risultato sarebbe difficilmente prevedibile. Magari pochi ricchi riuscirebbero a prendere in mano la politica, autofinanziandosi. Anche tra i giornali, magari ne sopravviverebbero pochi, finanziati da grandi gruppi industriali. Insomma il risultato potrebbe essere una americanizzazione della politica e dell'informazione italiana, mentre i proponenti desideravano la democrazia diretta... Ma queste sono solo ipotesi. La verità è che nessuno sa cosa accadrebbe realmente.
Oppure, immaginiamo che si faccia un referendum sull'Euro e gli italiani decidano di uscire. Cosa accadrebbe? vi sarebbe una serie di incognite, dal rischio di inflazione al problema di come ripagare i debiti con l'estero, al rischio di generare il crollo dell'Euro e una nuova recessione mondiale, al rischio che il Made in Italy venga screditato in tutto il mondo e che crollino le esportazioni. Ovviamente, quelli che sostengono l'uscita dall'Euro, si dicono sicuri di sapere che andrebbe tutto per il meglio. E noi dovremmo creder loro sulla parola.
Oppure, immaginiamo che vinca una formazione di estrema sinistra e decida di fare una patrimoniale per recuperare ricchezza e redistribuirla ai poveri. Quanto potrebbe recuperare? Ad esempio, 50 miliardi presi a 500.000 persone, cioè 100.000 Euro a testa. Ma sarebbe fattibile? Da dove li prenderebbero, dai conti correnti? E cosa ci farebbero? Potrebbero redistribuirli ai 10 milioni di italiani più poveri, ma sarebbero 5mila euro a testa. Per carità, meglio di niente... Ma comunque, cosa accadrebbe poi? Alcuni ricchi potrebbero fuggire all'estero, o semplicemente spostare i propri capitali all'estero. Se venissero colpiti i redditi, almeno nel breve periodo potrebbero crollare alcuni settori economici (lusso, case ecc.).
Oppure ipotizziamo che vinca le elezioni una formazione decisa a distruggere la mafia, e che ci riesca (e anche qui siamo di manica larga perché tra il dire e il fare...). Almeno nel breve periodo, il Sud si troverebbe senza un reddito di miliardi di Euro che prima aveva, mentre gli imprenditori del Nord si vedrebbero mancare una fonte di finanziamento a cui erano abituati. Ovviamente io auspico che la mafia venga sconfitta, ma neanche questa sarebbe una passeggiata di salute. Di fatto l'economia italiana dovrebbe riorganizzarsi, trovare altre fonti di ricchezza, investire in nuovi settori produttivi.
Fino ad ora ho ipotizzato che ci sia un solo partito o movimento dotato di una solida maggioranza parlamentare. Ma questo è comunque poco probabile. Fino a che fossero pubblicabili, i sondaggi davano Grillo intorno al 15% e Ingroia intorno al 4%. Anche se crescessero sensibilmente, è improbabile che vincano da soli. Se uno non vince da solo, o accetta di andare all'opposizione, oppure deve dare vita ad un governo di coalizione, accettando i compromessi con gli alleati, come ben sanno gli elettori della Lega, che non hanno mai visto i risultati del federalismo, che i loro alleati, dal momento che avevano una grossa base elettorale al Sud, non volevano
realizzare.
Dico tutto questo non per dire che non vi siano riforme auspicabili, ma solo per far notare (anche se so che nessuno mi ascolterà) che chi ci promette una rivoluzione, e la trasformazione in breve tempo dell'Italia nel Paese di Bengodi, ci sta soltanto predendo in giro.
Ma supponiamo che alle prossime elezioni uno dei candidati ottenga un risultato tale da poter governare da solo. Cosa accadrebbe?
Ci potremmo chiedere se nella storia sia mai avvenuta una rivoluzione tale da portare un grosso cambiamento in pochi mesi, in cui si sia verificato un miracolo economico, sociale, ecc, in breve tempo.
A ben guardare, questo non è mai accaduto.
Quando si è verificato un miracolo economico, non è mai stato soltanto il risultato dell'azione di un governo, e in ogni caso è avvenuto in tempi lunghi.
Roosevelt ha introdotto negli anni '30 in America importanti elementi di protezione sociale, ma non è riuscito a sconfiggere la Grande Depressione, che è stata superata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale.
Il boom economico italiano è iniziato dopo più di dieci anni dopo la fine della guerra, e dall'avvio del Piano Marshall. Milioni di italiani hanno fatto sacrifici e lavorato duramente per migliorare le proprie condizioni di vita: non è stato un colpo di bacchetta magica di un governo.
Il boom cinese è avvenuto in seguito alle riforme di Deng, ma anche in seguito all'afflusso di capitali americani, e comunque ci sono voluti trent'anni per vedere risultati tangibili nella società cinese, e inoltre questo non è avvenuto senza lati negativi, dallo sfruttamento del lavoro all'inquinamento.
L'Unione Sovietica è diventata una superpotenza, ma ci sono voluti trent'anni, una guerra civile, una carestia e la deportazione di milioni di persone.
Questo non significa che la rivoluzione a volte non possa essere auspicabile o necessaria. Ma va ricordato che pensare che un governo da solo possa cambiare le cose in meglio, in breve tempo e senza contraccolpi negativi, è veramente da ingenui.
Questo avviene per alcune ragioni che se si vuole sono ovvie, ma spesso non ci si pensa. In primo luogo la società è complessa, ci sono diversi gruppi sociali con diverse esigenze e diversi interessi. In secondo luogo, proprio la complessità della situazione e la presenza di diverse variabili fa sì che non sempre si riesca a raggiungere l'obiettivo che ci si poneva. Una delle tragedie della storia è l'eterogenesi dei fini: si tenta di fare una cosa, e si ottiene un effetto imprevisto. Come accade nelle previsioni del tempo: vi sono così tante variabili, che ci vogliono calcolatori in grado di fare miliardi di operazioni, e comunque le previsioni attendibili non vanno oltre pochi giorni.
Un esempio pratico è rappresentato dal governo Monti, che nel tentare di recuperare la fiducia dei mercati, ha aggravato la recessione. Ovviamente i critici dicono, a posteriori, che Monti è un incompetente, che c'era una facile alternativa per risolvere tutto ecc. Ma non è così, è che la coperta è corta, e c'erano diverse esigenze in contraddizione tra loro, come quando si prescrive una medicina che ha degli effetti collaterali.
Ma facciamo qualche ipotesi sulle prossime elezioni.
Immaginiamo che Grillo vinca le elezioni, e cominci ad attuare alcune promesse, come ad esempio l'abolizione delle province, il dimezzamento dei parlamentari, l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali. Cosa accadrebbe? nel breve periodo, che migliaia di persone perderebbero il lavoro e finirebbero per strada. Sempre che le categorie coinvolte non facciano resistenza, magari anche appellandosi a qualche tribunale, al Tar, alla Corte Costituzionale, ecc. Se la riforma riuscisse, ci sarebbe uno sconvolgimento degli assetti politici, ma il risultato sarebbe difficilmente prevedibile. Magari pochi ricchi riuscirebbero a prendere in mano la politica, autofinanziandosi. Anche tra i giornali, magari ne sopravviverebbero pochi, finanziati da grandi gruppi industriali. Insomma il risultato potrebbe essere una americanizzazione della politica e dell'informazione italiana, mentre i proponenti desideravano la democrazia diretta... Ma queste sono solo ipotesi. La verità è che nessuno sa cosa accadrebbe realmente.
Oppure, immaginiamo che si faccia un referendum sull'Euro e gli italiani decidano di uscire. Cosa accadrebbe? vi sarebbe una serie di incognite, dal rischio di inflazione al problema di come ripagare i debiti con l'estero, al rischio di generare il crollo dell'Euro e una nuova recessione mondiale, al rischio che il Made in Italy venga screditato in tutto il mondo e che crollino le esportazioni. Ovviamente, quelli che sostengono l'uscita dall'Euro, si dicono sicuri di sapere che andrebbe tutto per il meglio. E noi dovremmo creder loro sulla parola.
Oppure, immaginiamo che vinca una formazione di estrema sinistra e decida di fare una patrimoniale per recuperare ricchezza e redistribuirla ai poveri. Quanto potrebbe recuperare? Ad esempio, 50 miliardi presi a 500.000 persone, cioè 100.000 Euro a testa. Ma sarebbe fattibile? Da dove li prenderebbero, dai conti correnti? E cosa ci farebbero? Potrebbero redistribuirli ai 10 milioni di italiani più poveri, ma sarebbero 5mila euro a testa. Per carità, meglio di niente... Ma comunque, cosa accadrebbe poi? Alcuni ricchi potrebbero fuggire all'estero, o semplicemente spostare i propri capitali all'estero. Se venissero colpiti i redditi, almeno nel breve periodo potrebbero crollare alcuni settori economici (lusso, case ecc.).
Oppure ipotizziamo che vinca le elezioni una formazione decisa a distruggere la mafia, e che ci riesca (e anche qui siamo di manica larga perché tra il dire e il fare...). Almeno nel breve periodo, il Sud si troverebbe senza un reddito di miliardi di Euro che prima aveva, mentre gli imprenditori del Nord si vedrebbero mancare una fonte di finanziamento a cui erano abituati. Ovviamente io auspico che la mafia venga sconfitta, ma neanche questa sarebbe una passeggiata di salute. Di fatto l'economia italiana dovrebbe riorganizzarsi, trovare altre fonti di ricchezza, investire in nuovi settori produttivi.
Fino ad ora ho ipotizzato che ci sia un solo partito o movimento dotato di una solida maggioranza parlamentare. Ma questo è comunque poco probabile. Fino a che fossero pubblicabili, i sondaggi davano Grillo intorno al 15% e Ingroia intorno al 4%. Anche se crescessero sensibilmente, è improbabile che vincano da soli. Se uno non vince da solo, o accetta di andare all'opposizione, oppure deve dare vita ad un governo di coalizione, accettando i compromessi con gli alleati, come ben sanno gli elettori della Lega, che non hanno mai visto i risultati del federalismo, che i loro alleati, dal momento che avevano una grossa base elettorale al Sud, non volevano
realizzare.
Dico tutto questo non per dire che non vi siano riforme auspicabili, ma solo per far notare (anche se so che nessuno mi ascolterà) che chi ci promette una rivoluzione, e la trasformazione in breve tempo dell'Italia nel Paese di Bengodi, ci sta soltanto predendo in giro.
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