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venerdì 1 marzo 2013
La vittoria di Grillo
La vittoria a metà di Grillo (la sua lista è il primo partito ma non ha la maggioranza) pone diversi interrogativi sugli avvenimenti futuri.
Grillo ha condotto una campagna elettorale in cui è riuscito ad intercettare il malcontento di molti elettori provenienti sia dalla sinistra che dalla destra. Il risultato però è che, se dovesse governare, scontenterebbe inevitabilmente qualcuno. Ad esempio i piccoli imprenditori che lo hanno votato abbandonando Berlusconi o la Lega, non credo che sarebbero molto contenti della decrescita felice che è nell'orizzonte di molti grillini "di sinistra", e certamente non si accontenterebbero del no alla Tav e dell'acqua pubblica. Va bene grazie, ma che ci facciamo? direbbero giustamente.
D'altro canto il suo programma è quasi interamente un vago elenco di tagliare, eliminare, via questo, via quest'altro (ad esempio: via la legge Gelmini, via la legge Biagi) senza dirci con cosa intende sostituirle. Vi sono poi lampanti contraddizioni: prima si tuona contro l'intrusione dei partiti nelle banche, e poi si propone la nazionalizzazione delle banche stesse. Come se le banche nazionalizzate non venissero in qualche modo controllate dal potere politico (volendo essere maligni si potrebbe sospettare che è proprio questo a cui mira Grillo, ma io sono ingenuo e puro e quindi non lo penso).
Comunque, la forza di Grillo non sta certo nella sostanza delle proposte, ma è stata quella di far credere che si possa far pagare la crisi interamente alla classe politica, alla "casta", anzi alleviando le sofferenze sociali con provvedimenti costosissimi quali il sussidio di disoccupazione universale. Basterebbe fare due conti (quanto costa la politica e quanto costerebbe questo provvedimento) per capire l'inganno, ma si sa, la gente non è precisamente portata per la matematica. Ma proprio in questo consiste la demagogia, nell'individuare facili capri espiatori (un tempo gli ebrei o i comunisti, oggi "la casta") in modo da assolvere il popolo da tutte le sue responsabilità. E infatti Grillo ha anche abilmente tuonato contro il redditometro ed Equitalia, facendo capire che la lotta all'evasione fiscale, l'unica che potrebbe fornire le risorse necessarie, non sarebbe la sua priorità, come del resto non lo sarebbe e non lo è mai stato per il suo predecessore, il suo collega barzellettiere. D'altro canto, se avesse detto "farò pagare le tasse a tutti" avrebbe preso molti meno voti. Quello che aveva promesso il risanamento dell'economia italiana attraverso il rigore, e cioè Monti, è stato sonoramente bocciato dagli Italiani.
Dunque Grillo ha ottenuto un buon successo con facili promesse elettorali, senza peraltro spazzare via tutti come aveva promesso. Proprio come faceva il suo predecessore, che comunque si è difeso con lo stesso metodo (via l'Imu, condoni ecc.). Il problema però è che in base alla sua personalità dittatoriale, e da buon leader populista, che vuole solo il potere, Grillo vorrebbe la maggioranza assoluta. Per ottenerla dovrebbe rimanere all'opposizione, sperando che gli altri partiti commettano altri errori, in modo da vincere le prossime elezioni. A quel punto potrebbe sostituire Berlusconi come leader populista, potrebbe insediarsi in Parlamento e magari non fare niente per 5 anni, proprio come ogni leader populista che si rispetti (va bene, lo ammetto, non sono sempre ingenuo e puro).
Ora, l'unica speranza è che i grillini eletti in Parlamento siano migliori del loro leader, e che aprano gli occhi.
I grillini dovrebbero capire che alle elezioni non hanno preso né il 100% né il 51% dei voti, che non possono governare da soli, che non esistono solo loro, che i loro voti sono validi quanto gli altri, che milioni di italiani hanno votato altre forze politiche, che anche le altre forze politiche hanno diritto di esistere, che anche i loro rappresentanti (e i loro elettori) hanno delle idee e dei valori. Inoltre dovrebbero capire che fuori del loro computer e del blog di Beppe esiste il mondo, che esiste l'Unione Europea, la Cina, la Bce, lo spread, la Nato, l'esercito, il debito pubblico ecc. E che la maggioranza di chi li ha votati non lo ha fatto perché ha letto il blog, non sa nulla della mitologia del web, delle scie chimiche, dei vaccini che fanno male, dei terremoti che si possono prevedere ma gli scienziati cattivi non lo dicono, della Montalcini che avrebbe comprato il premio Nobel, dell'Aids che non esiste, della prevenzione dal cancro come inutile anzi dannosa, della decrescita felice, dell'acqua pubblica, del wi-fi pubblico e del no alla Tav come soluzione di tutti i mali ecc. Quelli che hanno votato Grillo in maggioranza lo hanno sentito parlare nelle piazze o in televisione, e hanno ingenuamente creduto alle sue promesse, lo hanno ritenuto capace di risolvere i problemi concreti, di trovare loro un lavoro, di assicurare loro una pensione ecc.
Al momento sembra che i grillini (o meglio, Grillo, l'unico che fino ad ora ha parlato) pretendano che il parlamento voti tutti i provvedimenti da loro desiderati, a scatola chiusa, passivamente. Ma il parlamento non è il blog di Grillo.
E' divertente che alcuni commentatori vicini a Grillo sostengano che non c'è bisogno di votare la fiducia ad un eventuale governo a guida Pd, basta che qualche senatore grillino esca dall'aula, e poi ci penserà Monti a dare i voti necessari per la fiducia. Ma dove sta scritto che Monti sia disposto ad appoggiare un governo a guida Pd per poi lasciare che l'agenda la detti il Movimento 5 stelle? Questo dare per scontato che gli altri facciano ciò che vogliamo noi, denota una scarsa maturità.
Per ora siamo veramente alle comiche. Il delirio di onnipotenza grillino è destinato prima o poi a scontrarsi con la realtà. Ma a quale prezzo per l'Italia? Gli italiani, sempre pronti a votare per il demagogo che le spara più grosse, comunque se lo meriterebbero.
venerdì 15 febbraio 2013
Chiunque vinca, non cambierà nulla
Chiunque vinca, non cambierà niente. Questa frase potrebbe sembrare una amara constatazione da parte di chi crede che l'Italia sia ostaggio della casta o di una classe politica inconcludente. In realtà con la presenza alle elezioni di movimenti nuovi o che si definiscono rivoluzionari come quelli di Grillo o Ingroia potrebbe far sperare che possano esserci grandi cambiamenti.
Ma supponiamo che alle prossime elezioni uno dei candidati ottenga un risultato tale da poter governare da solo. Cosa accadrebbe?
Ci potremmo chiedere se nella storia sia mai avvenuta una rivoluzione tale da portare un grosso cambiamento in pochi mesi, in cui si sia verificato un miracolo economico, sociale, ecc, in breve tempo.
A ben guardare, questo non è mai accaduto.
Quando si è verificato un miracolo economico, non è mai stato soltanto il risultato dell'azione di un governo, e in ogni caso è avvenuto in tempi lunghi.
Roosevelt ha introdotto negli anni '30 in America importanti elementi di protezione sociale, ma non è riuscito a sconfiggere la Grande Depressione, che è stata superata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale.
Il boom economico italiano è iniziato dopo più di dieci anni dopo la fine della guerra, e dall'avvio del Piano Marshall. Milioni di italiani hanno fatto sacrifici e lavorato duramente per migliorare le proprie condizioni di vita: non è stato un colpo di bacchetta magica di un governo.
Il boom cinese è avvenuto in seguito alle riforme di Deng, ma anche in seguito all'afflusso di capitali americani, e comunque ci sono voluti trent'anni per vedere risultati tangibili nella società cinese, e inoltre questo non è avvenuto senza lati negativi, dallo sfruttamento del lavoro all'inquinamento.
L'Unione Sovietica è diventata una superpotenza, ma ci sono voluti trent'anni, una guerra civile, una carestia e la deportazione di milioni di persone.
Questo non significa che la rivoluzione a volte non possa essere auspicabile o necessaria. Ma va ricordato che pensare che un governo da solo possa cambiare le cose in meglio, in breve tempo e senza contraccolpi negativi, è veramente da ingenui.
Questo avviene per alcune ragioni che se si vuole sono ovvie, ma spesso non ci si pensa. In primo luogo la società è complessa, ci sono diversi gruppi sociali con diverse esigenze e diversi interessi. In secondo luogo, proprio la complessità della situazione e la presenza di diverse variabili fa sì che non sempre si riesca a raggiungere l'obiettivo che ci si poneva. Una delle tragedie della storia è l'eterogenesi dei fini: si tenta di fare una cosa, e si ottiene un effetto imprevisto. Come accade nelle previsioni del tempo: vi sono così tante variabili, che ci vogliono calcolatori in grado di fare miliardi di operazioni, e comunque le previsioni attendibili non vanno oltre pochi giorni.
Un esempio pratico è rappresentato dal governo Monti, che nel tentare di recuperare la fiducia dei mercati, ha aggravato la recessione. Ovviamente i critici dicono, a posteriori, che Monti è un incompetente, che c'era una facile alternativa per risolvere tutto ecc. Ma non è così, è che la coperta è corta, e c'erano diverse esigenze in contraddizione tra loro, come quando si prescrive una medicina che ha degli effetti collaterali.
Ma facciamo qualche ipotesi sulle prossime elezioni.
Immaginiamo che Grillo vinca le elezioni, e cominci ad attuare alcune promesse, come ad esempio l'abolizione delle province, il dimezzamento dei parlamentari, l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali. Cosa accadrebbe? nel breve periodo, che migliaia di persone perderebbero il lavoro e finirebbero per strada. Sempre che le categorie coinvolte non facciano resistenza, magari anche appellandosi a qualche tribunale, al Tar, alla Corte Costituzionale, ecc. Se la riforma riuscisse, ci sarebbe uno sconvolgimento degli assetti politici, ma il risultato sarebbe difficilmente prevedibile. Magari pochi ricchi riuscirebbero a prendere in mano la politica, autofinanziandosi. Anche tra i giornali, magari ne sopravviverebbero pochi, finanziati da grandi gruppi industriali. Insomma il risultato potrebbe essere una americanizzazione della politica e dell'informazione italiana, mentre i proponenti desideravano la democrazia diretta... Ma queste sono solo ipotesi. La verità è che nessuno sa cosa accadrebbe realmente.
Oppure, immaginiamo che si faccia un referendum sull'Euro e gli italiani decidano di uscire. Cosa accadrebbe? vi sarebbe una serie di incognite, dal rischio di inflazione al problema di come ripagare i debiti con l'estero, al rischio di generare il crollo dell'Euro e una nuova recessione mondiale, al rischio che il Made in Italy venga screditato in tutto il mondo e che crollino le esportazioni. Ovviamente, quelli che sostengono l'uscita dall'Euro, si dicono sicuri di sapere che andrebbe tutto per il meglio. E noi dovremmo creder loro sulla parola.
Oppure, immaginiamo che vinca una formazione di estrema sinistra e decida di fare una patrimoniale per recuperare ricchezza e redistribuirla ai poveri. Quanto potrebbe recuperare? Ad esempio, 50 miliardi presi a 500.000 persone, cioè 100.000 Euro a testa. Ma sarebbe fattibile? Da dove li prenderebbero, dai conti correnti? E cosa ci farebbero? Potrebbero redistribuirli ai 10 milioni di italiani più poveri, ma sarebbero 5mila euro a testa. Per carità, meglio di niente... Ma comunque, cosa accadrebbe poi? Alcuni ricchi potrebbero fuggire all'estero, o semplicemente spostare i propri capitali all'estero. Se venissero colpiti i redditi, almeno nel breve periodo potrebbero crollare alcuni settori economici (lusso, case ecc.).
Oppure ipotizziamo che vinca le elezioni una formazione decisa a distruggere la mafia, e che ci riesca (e anche qui siamo di manica larga perché tra il dire e il fare...). Almeno nel breve periodo, il Sud si troverebbe senza un reddito di miliardi di Euro che prima aveva, mentre gli imprenditori del Nord si vedrebbero mancare una fonte di finanziamento a cui erano abituati. Ovviamente io auspico che la mafia venga sconfitta, ma neanche questa sarebbe una passeggiata di salute. Di fatto l'economia italiana dovrebbe riorganizzarsi, trovare altre fonti di ricchezza, investire in nuovi settori produttivi.
Fino ad ora ho ipotizzato che ci sia un solo partito o movimento dotato di una solida maggioranza parlamentare. Ma questo è comunque poco probabile. Fino a che fossero pubblicabili, i sondaggi davano Grillo intorno al 15% e Ingroia intorno al 4%. Anche se crescessero sensibilmente, è improbabile che vincano da soli. Se uno non vince da solo, o accetta di andare all'opposizione, oppure deve dare vita ad un governo di coalizione, accettando i compromessi con gli alleati, come ben sanno gli elettori della Lega, che non hanno mai visto i risultati del federalismo, che i loro alleati, dal momento che avevano una grossa base elettorale al Sud, non volevano
realizzare.
Dico tutto questo non per dire che non vi siano riforme auspicabili, ma solo per far notare (anche se so che nessuno mi ascolterà) che chi ci promette una rivoluzione, e la trasformazione in breve tempo dell'Italia nel Paese di Bengodi, ci sta soltanto predendo in giro.
Ma supponiamo che alle prossime elezioni uno dei candidati ottenga un risultato tale da poter governare da solo. Cosa accadrebbe?
Ci potremmo chiedere se nella storia sia mai avvenuta una rivoluzione tale da portare un grosso cambiamento in pochi mesi, in cui si sia verificato un miracolo economico, sociale, ecc, in breve tempo.
A ben guardare, questo non è mai accaduto.
Quando si è verificato un miracolo economico, non è mai stato soltanto il risultato dell'azione di un governo, e in ogni caso è avvenuto in tempi lunghi.
Roosevelt ha introdotto negli anni '30 in America importanti elementi di protezione sociale, ma non è riuscito a sconfiggere la Grande Depressione, che è stata superata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale.
Il boom economico italiano è iniziato dopo più di dieci anni dopo la fine della guerra, e dall'avvio del Piano Marshall. Milioni di italiani hanno fatto sacrifici e lavorato duramente per migliorare le proprie condizioni di vita: non è stato un colpo di bacchetta magica di un governo.
Il boom cinese è avvenuto in seguito alle riforme di Deng, ma anche in seguito all'afflusso di capitali americani, e comunque ci sono voluti trent'anni per vedere risultati tangibili nella società cinese, e inoltre questo non è avvenuto senza lati negativi, dallo sfruttamento del lavoro all'inquinamento.
L'Unione Sovietica è diventata una superpotenza, ma ci sono voluti trent'anni, una guerra civile, una carestia e la deportazione di milioni di persone.
Questo non significa che la rivoluzione a volte non possa essere auspicabile o necessaria. Ma va ricordato che pensare che un governo da solo possa cambiare le cose in meglio, in breve tempo e senza contraccolpi negativi, è veramente da ingenui.
Questo avviene per alcune ragioni che se si vuole sono ovvie, ma spesso non ci si pensa. In primo luogo la società è complessa, ci sono diversi gruppi sociali con diverse esigenze e diversi interessi. In secondo luogo, proprio la complessità della situazione e la presenza di diverse variabili fa sì che non sempre si riesca a raggiungere l'obiettivo che ci si poneva. Una delle tragedie della storia è l'eterogenesi dei fini: si tenta di fare una cosa, e si ottiene un effetto imprevisto. Come accade nelle previsioni del tempo: vi sono così tante variabili, che ci vogliono calcolatori in grado di fare miliardi di operazioni, e comunque le previsioni attendibili non vanno oltre pochi giorni.
Un esempio pratico è rappresentato dal governo Monti, che nel tentare di recuperare la fiducia dei mercati, ha aggravato la recessione. Ovviamente i critici dicono, a posteriori, che Monti è un incompetente, che c'era una facile alternativa per risolvere tutto ecc. Ma non è così, è che la coperta è corta, e c'erano diverse esigenze in contraddizione tra loro, come quando si prescrive una medicina che ha degli effetti collaterali.
Ma facciamo qualche ipotesi sulle prossime elezioni.
Immaginiamo che Grillo vinca le elezioni, e cominci ad attuare alcune promesse, come ad esempio l'abolizione delle province, il dimezzamento dei parlamentari, l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e dei giornali. Cosa accadrebbe? nel breve periodo, che migliaia di persone perderebbero il lavoro e finirebbero per strada. Sempre che le categorie coinvolte non facciano resistenza, magari anche appellandosi a qualche tribunale, al Tar, alla Corte Costituzionale, ecc. Se la riforma riuscisse, ci sarebbe uno sconvolgimento degli assetti politici, ma il risultato sarebbe difficilmente prevedibile. Magari pochi ricchi riuscirebbero a prendere in mano la politica, autofinanziandosi. Anche tra i giornali, magari ne sopravviverebbero pochi, finanziati da grandi gruppi industriali. Insomma il risultato potrebbe essere una americanizzazione della politica e dell'informazione italiana, mentre i proponenti desideravano la democrazia diretta... Ma queste sono solo ipotesi. La verità è che nessuno sa cosa accadrebbe realmente.
Oppure, immaginiamo che si faccia un referendum sull'Euro e gli italiani decidano di uscire. Cosa accadrebbe? vi sarebbe una serie di incognite, dal rischio di inflazione al problema di come ripagare i debiti con l'estero, al rischio di generare il crollo dell'Euro e una nuova recessione mondiale, al rischio che il Made in Italy venga screditato in tutto il mondo e che crollino le esportazioni. Ovviamente, quelli che sostengono l'uscita dall'Euro, si dicono sicuri di sapere che andrebbe tutto per il meglio. E noi dovremmo creder loro sulla parola.
Oppure, immaginiamo che vinca una formazione di estrema sinistra e decida di fare una patrimoniale per recuperare ricchezza e redistribuirla ai poveri. Quanto potrebbe recuperare? Ad esempio, 50 miliardi presi a 500.000 persone, cioè 100.000 Euro a testa. Ma sarebbe fattibile? Da dove li prenderebbero, dai conti correnti? E cosa ci farebbero? Potrebbero redistribuirli ai 10 milioni di italiani più poveri, ma sarebbero 5mila euro a testa. Per carità, meglio di niente... Ma comunque, cosa accadrebbe poi? Alcuni ricchi potrebbero fuggire all'estero, o semplicemente spostare i propri capitali all'estero. Se venissero colpiti i redditi, almeno nel breve periodo potrebbero crollare alcuni settori economici (lusso, case ecc.).
Oppure ipotizziamo che vinca le elezioni una formazione decisa a distruggere la mafia, e che ci riesca (e anche qui siamo di manica larga perché tra il dire e il fare...). Almeno nel breve periodo, il Sud si troverebbe senza un reddito di miliardi di Euro che prima aveva, mentre gli imprenditori del Nord si vedrebbero mancare una fonte di finanziamento a cui erano abituati. Ovviamente io auspico che la mafia venga sconfitta, ma neanche questa sarebbe una passeggiata di salute. Di fatto l'economia italiana dovrebbe riorganizzarsi, trovare altre fonti di ricchezza, investire in nuovi settori produttivi.
Fino ad ora ho ipotizzato che ci sia un solo partito o movimento dotato di una solida maggioranza parlamentare. Ma questo è comunque poco probabile. Fino a che fossero pubblicabili, i sondaggi davano Grillo intorno al 15% e Ingroia intorno al 4%. Anche se crescessero sensibilmente, è improbabile che vincano da soli. Se uno non vince da solo, o accetta di andare all'opposizione, oppure deve dare vita ad un governo di coalizione, accettando i compromessi con gli alleati, come ben sanno gli elettori della Lega, che non hanno mai visto i risultati del federalismo, che i loro alleati, dal momento che avevano una grossa base elettorale al Sud, non volevano
realizzare.
Dico tutto questo non per dire che non vi siano riforme auspicabili, ma solo per far notare (anche se so che nessuno mi ascolterà) che chi ci promette una rivoluzione, e la trasformazione in breve tempo dell'Italia nel Paese di Bengodi, ci sta soltanto predendo in giro.
venerdì 11 novembre 2011
Irresponsabili

Dopo la (annunciata) caduta del governo Berlusconi, con l'Italia sotto attacco dalla speculazione ma non solo (gli investitori che hanno nel portafoglio i titoli di stato italiani, se ne liberano giustamente per paura che non sia in grado di onorare il debito), chi si rende conto della gravità della situazione sa che quella del governo tecnico è l'unica strada per evitare il default. Anche perché andare a votare subito vorrebbe dire tenersi l'attuale legge elettorale che non consente agli elettori di scegliere gli eletti, e vorrebbe dire non diminuire il numero dei Parlamentari e non ridurre i costi della politica.
Per questo motivo, è interessante vedere quali partiti si tirano fuori dalla responsabilità di salvare l'Italia e ripropongono il solito mantra: subito al voto. Naturalmente è per il "voto subito" la Lega, il partito campione della demagogia, capace di denunciare (e cavalcare) i problemi quando è all'opposizione, senza però risolverli quando è al governo. Si è subito schierato per il "voto subito" anche Di Pietro, anche lui tentato dalle sirene della demagogia e del populismo. Non rendendosi conto che l'epopa delle vacche grasse è finita, che una serie di riforme dolorose è necessaria perché il sistema non regge più, e lo Stato non può continuare ad indebitarsi, Di Pietro chiama "macelleria sociale" una proposta come l'innalzamento dell'età pensionabile. Siamo a questo. Per il momento il Pdl appare spaccato. Dopo aver creato le condizioni per il disastro insieme alla Lega, adesso molti esponenti del partito vorrebbero andare "subito al voto", anche perché non se la sentono di "governare con la sinistra". In fondo, li si può capire: dopo aver raccontato al popolo che la sinistra è il Male Assoluto, dopo aver semplificato il linguaggio con facili slogan che hanno avuto come unico effetto l'infantilizzazione dell'elettorato, adesso sarebbe in effetti un po' contraddittorio appoggiare un governo Monti per salvare l'Italia insieme alla sinistra. Quindi, meglio andare fino in fondo e continuare l'opera di portare l'Italia allo sfascio. Anche perché (altro argomento molto intelligente usato da esponenti del centro-destra), un governo appoggiato dalle attuali opposizioni sarebbe un "governo del ribaltone". Peccato che il ribaltone è un concetto di cui non c'è traccia nella Costituzione, dal momento che secondo la Costituzione il governo viene deciso dal Parlamento, e i parlamentari non hanno vincolo di mandato.
Visto che l'Italia rischia di fallire, e di trascinare con sé l'Euro e l'economia mondiale, chi vuole andare al voto subito non merita di essere mai più votato, né "subito" né più avanti.
lunedì 29 marzo 2010
Scalfari contro Berlusconi

Come puntualmente accade ad ogni appuntamento elettorale, Eugenio Scalfari chiama alle urne gli elettori, cercando di mobilitare i lettori di Repubblica per dare il voto al Partito Democratico. La cosa interessante è che ogni volta Scalfari agita lo spettro dell'emergenza democratica e sostiene che è assolutamente fondamentale correre a votare per contrastare Berlusconi, per difendere la Costituzione, la legalità ecc. Ogni volta, poi, è sempre la più importante, quella definitiva, dopo di che c'è il serio rischio di un'involuzione democratica, di una deriva autoritaria ecc.
Dall'altra parte, da sedici anni a questa parte assistiamo agli appelli in tv di Berlusconi, che invita il "suo" popolo dei "moderati" a non disertare le urne, a fare una chiara "scelta di campo" e a votare contro il terribile pericolo comunista, contro questa sinistra antidemocratica che vuole alzare le tasse, intercettare tutti, togliere la libertà ai cittadini.
Questo scontro tra i due schieramenti prosegue da sedici anni, durante i quali i due schieramenti si sono succeduti al governo senza che vi fossero sostanziali cambiamenti nella vita degli Italiani. L'unico risultato di rilievo è stato l'ingresso nell'Euro da parte del primo governo Prodi (1996-1998), e la concomitante notevole riduzione del deficit. Da quel momento i governi che si sono succeduti non hanno fatto granché, evitando quelle riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno (riduzione dei costi della politica, aumento dell'efficienza della pubblica amministrazione, lotta alla criminalità organizzata, aumento della competitività, riduzione del debito pubblico ecc.).
E così è ormai diffusa la sensazione che l'Italia sia un Paese in lento declino, declino che emerge dallo scivolare in fondo alle classifiche internazionali (dal Pil che sostanzialmente è fermo da dieci anni, al livello di corruzione che è tra i più elevati, alla bassa competitività, alla giustizia che non funziona, alle infrastrutture che non si fanno). Di fronte ad un Paese in queste condizioni una classe politica seria avrebbe per prima cosa il coraggio di riconoscere che il pericolo non sta nell'avversario (la destra per la sinistra, la sinistra per la destra), ma nel declino generale del Paese, che coinvolge tutti. E tra un declino gestito dalla destra e un declino gestito dalla sinistra, in fondo non c'è una grande differenza. Anche la considerazione sul governo locale (in fondo queste sono elezioni regionali) non porta a chissà quale differenza tra i due schieramenti: esistono regioni ben governate dalla destra (Lombardia, Veneto) e regioni ben governate dalla sinistra (Emilia-Romagna, Toscana), come esistono regioni mal governate dalla destra (Sicilia, Molise) e regioni mal governate dalla sinistra (Campania, Calabria). Questo naturalmente non vuol dire che non vi siano differenze tra i due schieramenti, ma soltanto che la contrapposizione sterile che tende a demonizzare l'avversario non giova al Paese, mentre una classe politica strapagata, autoreferenziale e inamovibile continua ad occupare semplicemente il potere senza pensare a risolvere i problemi gravi dell'Italia.
martedì 23 febbraio 2010
Delusione Bonino

Non ho capito bene perché Emma Bonino abbia avviato lo sciopero della fame e della sete. Va bene, lo confesso, è colpa mia: non mi sono informato abbastanza. Le parole che mi sono giunte (legalità, informazione ecc.), sono le solite pronunciate dai radicali. E sono sacrosante. Però, quando si abusa di uno strumento come lo sciopero della fame, che al massimo potrebbe essere sensato in circostanze eccezionali, si provoca una tale assuefazione nell'opinione pubblica, da divenire inefficace, e persino controproducente. A forza di gridare "al lupo al lupo", la gente non ti ascolta più.
Fino ad ora molti simpatizzanti radicali pensavano che del famoso duo radicale, Pannella fosse quello delle provocazioni e degli eccessi, mentre la Bonino fosse quella più concreta e moderata. E poi avviare uno sciopero della fame proprio adesso, a pochi giorni dalle elezioni regionali, con la Bonino candidata come presidente della Regione Lazio, non pare un scelta sensata. I costi sembrano decisamente più alti dei benefici. Come potrà condurre una campagna elettorale in uno stato fisico debilitato? Come potrà porsi come persona affidabile e competente, cercando di convincere più gente possibile di essere la migliore candidata nel Lazio?
A me pare evidente che Emma Bonino potrebbe condurre le sue battaglie con molta più efficacia da presidente della regione, che in qualunque altra posizione attualmente all'orizzonte. E la sua posizione attuale, di candidata nel Lazio le consentirebbe comunque di fare le sue pubbliche denunce, sulle eventuali irregolarità nelle elezioni che si avvicinano, senza il bisogno di ricorrere a mezzi tanto estremi. Invece, sembra quasi che la Bonino sia stata colta dalla sindrome dei "duri e puri", dalla paura di vincere le elezioni e avere la responsabilità di riformare un sistema dall'interno, sporcandosi le mani. Del resto, i Radicali sono uno dei pochi partiti che non vengono mai sfiorati dalle indagini sulla corruzione e le tangenti. Le battaglie da loro condotte hanno spesso avuto successo, eppure continuano a prendere pochissimi voti. Questo perché evidentemente non vengono considerati credibili come forza di governo, per le loro atteggiamento troppo "radicale". Ma è troppo facile criticare il sistema dall'esterno, senza cercare di ottenere i consensi per cambiarlo. Ed è triste che una dei pochi esponenti radicali che fino ad ora si erano distinti per la capacità di fare qualcosa di concreto anche dentro le istituzioni (Emma Bonino è stata ministro ed ha lavorato bene), adesso si faccia prendere dalla solita cupio dissolvi tipica della sinistra, e si ponga come "dura e pura" agli elettori che la dovrebbero scegliere come governatrice della regione.
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