Mentre le Borse continuano a salire e gli stipendi dei manager sono più alti che mai, in America vengono pignorate ogni mese 100.000 case. Questo accade ormai da due anni, cioè anche quest'anno si prosegue al ritmo di circa 1 milione 200.000 case pignorate all'anno. Per quanto tempo il sistema potrà reggere prima di un altro crollo?
E' evidente che l'indebitamento dei "consumatori" americani è ancora a livelli insostenibili rispetto alla capacità produttiva del Paese, e infatti ciò è confermato dal persistere del debito estero americano: gli Americani (quelli a cui non è stata tolta la casa...) vivono ancora al di sopra delle proprie possibilità, e per far questo "devono" acquistare prodotti all'estero. Solo perché pagano in dollari, gli altri Paesi continuano ad accettare di vender loro i propri prodotti (se il dollaro non fosse la moneta di riserva mondiale, il pagamento in dollari non verrebbe accettato dagli altri Paesi, in quanto proveniente da un Paese iperindebitato e dunque a rischio insolvenza). Le banche centrali dei Paesi esportatori (Cina, Giappone, Germania) sono dunque piene di dollari... e cosa ci fanno? con questi dollari esse accettano persino di comprare i titoli del debito pubblico americano, che nel frattempo sta schizzando alle stelle. Insomma, l'America si è indebitata e si indebita a livello privato (così il PIL si gonfia e i governi sono contenti), poi quando ci sono le crisi interviene il governo che salva banche e imprese, in modo che una parte del debito si trasferisce dal settore privato al settore pubblico. A quel punto lo stato americano così indebitato deve emettere grandi quantità di titoli di debito, e questi vengono comprati dai Paesi che hanno venduto merci ai "consumatori" americani.
Si tratta di una partita di giro, di un gioco che non può durare a lungo.
Questo gioco è stato innescato dall'immissione di liquidità nel sistema da parte della banca centrale americana, per "risolvere" la crisi della new economy del 2000. Sarebbe come se per curare un drogato lo si fosse imbottito di droga. Lì per lì può funzionare, ma prima o poi si paga il conto.
E il conto l'America (e con essa tutto l'Occidente) lo sta pagando caro. Cosa accadrà nei prossimi anni non si sa: ci potrebbe essere un nuovo crollo, oppure una lunga inflazione che di fatto impoverirà la popolazione in maniera "soft" (cioè pesante, ma graduale e mascherata). Quello che è certo è che l'America è destinata ad impoverirsi. E noi con lei.
In tutto questo Obama non ha molte colpe (si è trovato a dover fronteggiare una crisi spaventosa, con il possibile crollo del sistema), ma verrà presumibilmente punito dagli elettori alle elezioni di mid-term di novembre. I Repubblicani, che hanno creato con gli otto anni di presidenza di Bush i presupposti per la crisi (o quantomeno li hanno accentuati), adesso protestano su tutto e andranno all'incasso a novembre.
Mentre l'America litiga e si ipoteca il futuro, la Cina continua la rincorsa e ormai è proiettata come prima potenza mondiale del 21° secolo.
Un osservatorio indipendente sui fatti di cronaca, politica, attualità e cultura.
martedì 19 ottobre 2010
lunedì 11 ottobre 2010
Repubblica nasconde le differenze Nord-Sud
In un recente articolo, Repubblica presenta i risultati di un'inchiesta sui casi di infezione che colpiscono i degenti negli ospedali. E' vero che vengono forniti i dati corretti, ma questi non vengono commentati, e tutto l'articolo è impostato in modo da far credere che in fondo non vi siano differenze tra Nord e Sud. Le storie che vengono raccontate sono, in ordine: un caso in Puglia, uno in Sicilia e Calabria (un paziente morto dopo essere stato ricoverato in due ospedali delle due regioni), e uno in Emilia-Romagna. Poi c'è un paragrafo intero dedicato ai 26 morti dell'Aurelia Hospital (ospedale privato romano). Il paragrafo successivo si intitola "Niente controlli da nord a sud". Dove però si dice subito: "Le infezioni colpiscono tutti gli ospedali senza risparmiare neppure i punti di eccellenza con una media nazionale dell'8,7 per cento (contro 7,7 della media europea), e oscillazioni che variano dal 5% al Nord al 17% al Sud. Va detto che nel Mondo i tassi di infezione più elevati si registrano nei Paesi del Medio Oriente (11,8%), e nel Sud Est Asiatico (10%), con un tasso lievemente inferiore negli ospedali della Costa Occidentale del Pacifico".
Ora, può darsi che l'articolista non abbia molta confidenza con i numeri, e non si renda conto che il 17% del Sud corrisponde a più del triplo del 5% del Nord, ed è quindi segno di una differenza enorme. Ma stupisce che l'articolista non faccia neanche il confronto con la media europea (il Nord è sotto la media europea, il Sud molto sopra), e non commenti neanche il dato incredibile che vede il Sud Italia fare peggio del Medio Oriente! In altre parole, è più facile infettarsi in un ospedale siciliano che in uno marocchino, per dire, ma questo naturalmente l'articolista non lo nota. I dati ci sono, ma l'articolo "stranamente" li lascia passare così, senza commento.
Seguono racconti di un'epidemia di legionellosi in Piemonte, di pazienti morti a Modena, a Roma, Napoli, Palermo, Vibo Valentia. Se chi legge non si sofferma a notare questo "particolare" può pensare che la situazione sia simile in tutta Italia, anche perché vengono citati molti casi del Nord, che però rientrano in un basso 5% e non nello spaventoso 17% del Sud.
Insomma, l'articolo sostiene che non si fanno i controlli "da nord a sud" senza però fornire i dati sui controlli, mentre laddove i dati vengono forniti, e sono eloquenti, ci si guarda bene da giungere a conclusioni che chiunque sappia leggere le statistiche (e che forse i redattori di Repubblica sperano essere in pochi...) sa trarre.
Purtroppo non è la prima volta che la Repubblica mostra di fare disinformazione sulle differenze regionali tra il Nord e il Sud del nostro Paese, per cui ci vuole una grossa dose di ingenuità per pensare si tratti di un semplice caso o di una svista. Ad esempio, in un articolo uscito qualche tempo fa, dal titolo "Io, evasore totale", l'articolista commentava: "Checché se ne pensi gli evasori totali stanno più al nord e al centro che nel mezzogiorno". Peccato che chiunque conosca un minimo l'argomento, sa che l'evasione è molto più diffusa al Sud che al Nord. Del resto la "prova" portata a supporto della tesi, fa acqua da tutte le parti: "Dei 3.200 scoperti da gennaio a maggio, il 35 per cento era nel settentrione, il 36 per cento al centro e il 29 per cento al sud". Peccato che al Nord la popolazione sia superiore (per fare un confronto si dovrebbe ovviamente "pesare" il dato sulla popolazione), ma a questo va aggiunto che al Nord anche i controlli sono superiori.
Repubblica in effetti tende a voler dare una visione dell'Italia come piuttosto omogenea. Quando esagera fa disinformazione, e bisogna stare attenti a leggere bene, perché se si legge superficialmente si casca nel tranello. Non siamo ai livelli di Libero e del Giornale, per dire, che non solo aggiustano, ma inventano di sana pianta le notizie. Ma l'impostazione di Repubblica non giova certo alla comprensione della realtà. Dopo però non si lamentino, i lettori e i politici di area centro-sinistra, se al Nord avanza la Lega, e se il Pd (il partito a cui Repubblica fa riferimento) delle tematiche nord-sud dà mostra di capire ben poco.
Ora, può darsi che l'articolista non abbia molta confidenza con i numeri, e non si renda conto che il 17% del Sud corrisponde a più del triplo del 5% del Nord, ed è quindi segno di una differenza enorme. Ma stupisce che l'articolista non faccia neanche il confronto con la media europea (il Nord è sotto la media europea, il Sud molto sopra), e non commenti neanche il dato incredibile che vede il Sud Italia fare peggio del Medio Oriente! In altre parole, è più facile infettarsi in un ospedale siciliano che in uno marocchino, per dire, ma questo naturalmente l'articolista non lo nota. I dati ci sono, ma l'articolo "stranamente" li lascia passare così, senza commento.
Seguono racconti di un'epidemia di legionellosi in Piemonte, di pazienti morti a Modena, a Roma, Napoli, Palermo, Vibo Valentia. Se chi legge non si sofferma a notare questo "particolare" può pensare che la situazione sia simile in tutta Italia, anche perché vengono citati molti casi del Nord, che però rientrano in un basso 5% e non nello spaventoso 17% del Sud.
Insomma, l'articolo sostiene che non si fanno i controlli "da nord a sud" senza però fornire i dati sui controlli, mentre laddove i dati vengono forniti, e sono eloquenti, ci si guarda bene da giungere a conclusioni che chiunque sappia leggere le statistiche (e che forse i redattori di Repubblica sperano essere in pochi...) sa trarre.
Purtroppo non è la prima volta che la Repubblica mostra di fare disinformazione sulle differenze regionali tra il Nord e il Sud del nostro Paese, per cui ci vuole una grossa dose di ingenuità per pensare si tratti di un semplice caso o di una svista. Ad esempio, in un articolo uscito qualche tempo fa, dal titolo "Io, evasore totale", l'articolista commentava: "Checché se ne pensi gli evasori totali stanno più al nord e al centro che nel mezzogiorno". Peccato che chiunque conosca un minimo l'argomento, sa che l'evasione è molto più diffusa al Sud che al Nord. Del resto la "prova" portata a supporto della tesi, fa acqua da tutte le parti: "Dei 3.200 scoperti da gennaio a maggio, il 35 per cento era nel settentrione, il 36 per cento al centro e il 29 per cento al sud". Peccato che al Nord la popolazione sia superiore (per fare un confronto si dovrebbe ovviamente "pesare" il dato sulla popolazione), ma a questo va aggiunto che al Nord anche i controlli sono superiori.
Repubblica in effetti tende a voler dare una visione dell'Italia come piuttosto omogenea. Quando esagera fa disinformazione, e bisogna stare attenti a leggere bene, perché se si legge superficialmente si casca nel tranello. Non siamo ai livelli di Libero e del Giornale, per dire, che non solo aggiustano, ma inventano di sana pianta le notizie. Ma l'impostazione di Repubblica non giova certo alla comprensione della realtà. Dopo però non si lamentino, i lettori e i politici di area centro-sinistra, se al Nord avanza la Lega, e se il Pd (il partito a cui Repubblica fa riferimento) delle tematiche nord-sud dà mostra di capire ben poco.
venerdì 1 ottobre 2010
Il Paese del capitalismo straccione
Lo sfruttamento dei lavoratori sta tornando in auge in Italia, come strumento principale utilizzato dai "datori di lavoro" per fare profitti. Il fenomeno è più diffuso al centro-sud (da Roma in giù) che al nord, ma si presenta in tutto il Paese. Alla base del fenomeno c'è la scarsa produttività del sistema, che per recuperare competitività deve (o vuole) scaricare i costi (umani oltre che economici) sui lavoratori. Infatti l'Italia ha i salari più bassi d'Europa, e il livello dei salari è legato in ultima analisi alla produttività del lavoro. Un Paese che ha poche imprese che fanno ricerca scientifica, che produce beni a scarso valore aggiunto, e dove la tassazione è molto elevata, non può certo produrre salari elevati.
La politica ha assecondato questa tendenza, introducendo una flessibilità del lavoro troppo elevata (dapprima col pacchetto Treu del '97 e poi con la legge Biagi del secondo governo Berlusconi), anche a compensazione della troppo rigida legislazione tradizionale sul lavoro. Il risultato è stata la nascita del precariato, un fenomeno unico in Europa, vale a dire flessibilità senza diritti e senza ammortizzatori sociali. La precarietà tra l'altro alla lunga non giova neanche alle imprese, perché non le spinge a ristrutturarsi e a migliorare la loro produttività. Il risultato è che si scaricano sui lavoratori le inefficienze del sistema, accentuando le disuguaglianze sociali. La crisi economica sta peggiorando ulteriormente la situazione, perché dal momento che già avere un lavoro è un privilegio, le aziende si sentono libere di sfruttare i lavoratori quanto vogliono. Meglio lavorare troppo e mal pagati che non lavorare per niente. Intanto, mentre il governo tira a campare per consentire al suo capo di non andare in galera, l'opposizione litiga sul papa straniero e amenità consimili.
La politica ha assecondato questa tendenza, introducendo una flessibilità del lavoro troppo elevata (dapprima col pacchetto Treu del '97 e poi con la legge Biagi del secondo governo Berlusconi), anche a compensazione della troppo rigida legislazione tradizionale sul lavoro. Il risultato è stata la nascita del precariato, un fenomeno unico in Europa, vale a dire flessibilità senza diritti e senza ammortizzatori sociali. La precarietà tra l'altro alla lunga non giova neanche alle imprese, perché non le spinge a ristrutturarsi e a migliorare la loro produttività. Il risultato è che si scaricano sui lavoratori le inefficienze del sistema, accentuando le disuguaglianze sociali. La crisi economica sta peggiorando ulteriormente la situazione, perché dal momento che già avere un lavoro è un privilegio, le aziende si sentono libere di sfruttare i lavoratori quanto vogliono. Meglio lavorare troppo e mal pagati che non lavorare per niente. Intanto, mentre il governo tira a campare per consentire al suo capo di non andare in galera, l'opposizione litiga sul papa straniero e amenità consimili.
lunedì 20 settembre 2010
Le (finte) divisioni nel Pd

Il ritorno di Veltroni, due anni dopo le elezioni che lo videro sconfitto da Berlusconi (ma per la sinistra una sconfitta onorevole è quasi una vittoria), con il famigerato documento già firmato da 75 parlamentari, agita le acque del Pd. I più maligni si saranno già chiesti: ma non doveva andare in Africa?
Il problema è che in questo Paese i politici si ritengono indispensabili, soprattutto se sono sulla scena da decenni, e nella vita non saprebbero cosa altro fare, se non si occupassero di politica. In altri Paesi chi perde le elezioni va a casa, e non muore nessuno.
Per questo motivo, le divisioni all'interno del Pd, tra D'Alema e Veltroni, e tra dalemiani e veltroniani, sono più che altro di facciata. Li accomuna, infatti, l'intento di non mollare mai, di rimanere sempre e comunque nella classe dirigente, convinti che, senza di loro, il mondo crollerebbe.
Poiché però con questa classe dirigente (come aveva già profetizzato Nanni Moretti molti anni fa), la sinistra non vincerà mai, ecco che ci si pone la spinosa questione: cosa fare per arrivare a vincere (senza ovviamente andare a casa)? Le opzioni sono due: l'opzione-D'Alema (allearsi con cani e porci pur di raggiungere il 51% dei voti, non importa cosa succede dopo, tanto siccome noi siamo più furbi, i nostri alleati li sapremo manovrare a nostro vantaggio), e l'opzione-Veltroni (prendere un leader esterno al partito per far finta di essere capaci di rinnovarsi e aperti alla società civile). A nessuno di loro viene in mente che il problema principale del Pd è di essere una oligarchia, in cui l'intera classe dirigente non ha più la fiducia della sua stessa base elettorale, dopo aver governato due volte (1996-2001 e 2006-2008) senza essere riusciti a fare le rifome importanti per il Paese (escluso l'ingresso in Europa del primo governo Prodi, non a caso mandato subito dopo a casa da D'Alema e Bertinotti, nel 1998), e senza essere riusciti a superare l'anomalia berlusconiana. E così il Pd, nonostante la crisi berlusconiana, continua a navigare nei sondaggi intorno al poco promettente 26%. Per questo Veltroni ha ritenuto di dover tornare per dare il suo contributo, riportando in auge i suoi famosi "ma anche": ci rinnoviamo ma anche siamo sempre gli stessi, non vogliamo alleanze con la sinistra radicale ma anche sì, siamo nuovi ma anche vecchi. I "ma anche" di Veltroni, come il suo cosiddetto buonismo, sono il risultato dell'incapacità di sciogliere i nodi e le contraddizioni in cui si dibatte il Pd da quando è nato. Ormai fanno parte del dna della sua classe dirigente. Per sopravvivere ha bisogno di contraddirsi, di essere una contraddizione vivente.
A questo punto la ricetta del sindaco di Firenze Matteo Renzi (rottamare in toto la classe dirigente del Pd) appare l'unica possibile, prima dello sfacelo definitivo.
sabato 11 settembre 2010
La crescita che non c'è
Nelle ultime settimane i dati provenienti dall'America, ma anche dall'Europa, mostrano come la ripresa economica sia particolarmente debole e incerta. La cosa non dovrebbe stupire, visto che non è stata rimossa la gran parte delle cause che hanno determinato la crisi.
Eppure si continua a sperare che tutto riparta come prima. In Italia poi i mass media si sono occupati pochissimo della crisi, e quasi sempre soltanto per annunciarne la fine (secondo il governo la crisi era già finita un anno fa). Puroppo ora si vede che non è così.
L'errore principale che si commette è che si presuppone che l'economia debba riprendere a "crescere". Ma se l'economia americana, che trainava tutta quella Occidentale, era basata sulle speculazioni e sui debiti, come può riprendere a crescere se non viene prima risanata? Sarebbe come pretendere che un ubriaco che si è schiantato con la sua automobile, riprenda a correre prima che gli sia passata la sbronza. Il PIL degli Stati Uniti è calato, in seguito alla crisi, di pochi punti percentuali, quando era gonfiato dal debito privato, dal debito estero e dalle bolle speculative borsistica e immobiliare in maniera ben maggiore. Per essere ripulito avrebbe dovuto crollare almeno del 30%, più o meno come negli anni '30 in seguito al crollo della Borsa del 1929. Ma per evitare il tracollo, il governo (prima Bush poi Obama) ha salvato tutte le banche e le industrie che rischiavano di fallire (tranne la Lehman Brothers), trasferendo una grossa parte dei debiti sul settore pubblico.
Il risultato è che il Pil continua ad essere gonfiato, solo che ora a fare la parte dello "speculatore" è lo Stato. Poiché però lo Stato non può continuare a indebitarsi, prima o poi dovrà ridurre il peso dei suoi interventi, e in seguito dovrà cercare di smaltire il suo debito nel frattempo divenuto enorme. Tutto questo sarà a detrimento della famosa crescita, che dunque non ci sarà neanche nei prossimi anni. Quindi, per evitare il crollo subito, si è posta una pesante ipoteca sulla crescita futura. Forse questo era necessario, per evitare una disoccupazione di massa (che comunque è arrivata al 10%), ma siccome non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non si faccia finta di credere che la ripresa è dietro l'angolo.
Ci aspettano anni di stagnazione (e se c'è la stagnazione in America, c'è pure in Europa), e c'è persino il rischio di una nuova recessione. Per carità, questo non è il peggiore dei mali, del resto la crescita infinita è poco credibile. Ma allora invece di puntare sulla crescita (che non ci sarà), tanto vale puntare sulla redistribuzione del reddito, per alleviare le sofferenze di quella fascia della popolazione che si trova in difficoltà economiche, e per ripianare un po' le enormi disuguaglianze che si sono create in trent'anni di neo-liberismo e deregolamentazione selvaggia dei mercati.
Eppure si continua a sperare che tutto riparta come prima. In Italia poi i mass media si sono occupati pochissimo della crisi, e quasi sempre soltanto per annunciarne la fine (secondo il governo la crisi era già finita un anno fa). Puroppo ora si vede che non è così.
L'errore principale che si commette è che si presuppone che l'economia debba riprendere a "crescere". Ma se l'economia americana, che trainava tutta quella Occidentale, era basata sulle speculazioni e sui debiti, come può riprendere a crescere se non viene prima risanata? Sarebbe come pretendere che un ubriaco che si è schiantato con la sua automobile, riprenda a correre prima che gli sia passata la sbronza. Il PIL degli Stati Uniti è calato, in seguito alla crisi, di pochi punti percentuali, quando era gonfiato dal debito privato, dal debito estero e dalle bolle speculative borsistica e immobiliare in maniera ben maggiore. Per essere ripulito avrebbe dovuto crollare almeno del 30%, più o meno come negli anni '30 in seguito al crollo della Borsa del 1929. Ma per evitare il tracollo, il governo (prima Bush poi Obama) ha salvato tutte le banche e le industrie che rischiavano di fallire (tranne la Lehman Brothers), trasferendo una grossa parte dei debiti sul settore pubblico.
Il risultato è che il Pil continua ad essere gonfiato, solo che ora a fare la parte dello "speculatore" è lo Stato. Poiché però lo Stato non può continuare a indebitarsi, prima o poi dovrà ridurre il peso dei suoi interventi, e in seguito dovrà cercare di smaltire il suo debito nel frattempo divenuto enorme. Tutto questo sarà a detrimento della famosa crescita, che dunque non ci sarà neanche nei prossimi anni. Quindi, per evitare il crollo subito, si è posta una pesante ipoteca sulla crescita futura. Forse questo era necessario, per evitare una disoccupazione di massa (che comunque è arrivata al 10%), ma siccome non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non si faccia finta di credere che la ripresa è dietro l'angolo.
Ci aspettano anni di stagnazione (e se c'è la stagnazione in America, c'è pure in Europa), e c'è persino il rischio di una nuova recessione. Per carità, questo non è il peggiore dei mali, del resto la crescita infinita è poco credibile. Ma allora invece di puntare sulla crescita (che non ci sarà), tanto vale puntare sulla redistribuzione del reddito, per alleviare le sofferenze di quella fascia della popolazione che si trova in difficoltà economiche, e per ripianare un po' le enormi disuguaglianze che si sono create in trent'anni di neo-liberismo e deregolamentazione selvaggia dei mercati.
lunedì 2 agosto 2010
I Supermanager e la crisi

Secondo la classifica pubblicata dal Wall Street Journal, il manager più pagato degli ultimi dieci anni è Lawrence J.Ellison, Ceo della Oracle, che nell'ultima decade ha guadagnato ben 1.835,7 milioni di dollari, vale a dire più di un miliardo di dollari. Steve Jobs, manager della Apple, si trova al quarto posto con 748,8 milioni di dollari.
La somma dei primi 25 manager dà la cifra straordinaria di 10.500,20 milioni, vale a dire ben dieci miliardi di dollari! (circa 8 miliardi di Euro).
Se pensiamo che la manovra correttiva apportata dal governo italiano nel luglio del 2010 è di 25 miliardi di Euro in due anni, ci rendiamo conto del livello incredibile raggiunto dai redditi dei manager delle grandi aziende americane.
E' poi interessante che queste cifre enormi non vengono raggiunte dal semplice stipendio, che anzi è spesso molto basso. Steve Jobs ad esempio ha una retribuzione ufficiale di appena un dollaro all'anno. Il grosso del guadagno è dato dalle stock options, vale a dire delle azioni privilegiate delle stesse aziende di cui sono a capo i manager. In questo modo essi sono incentivati ad ottenere risultati positivi nel breve periodo per la quotazione in Borsa delle loro aziende. Ma questi risultati si possono ottenere anche licenziando il personale (tipico metodo per ridurre i costi). Oppure può capitare che un manager ottenga grandi guadagni con le stock options di un'azienza, la quale in seguito subirà grosse perdite o andrà addirittura fallita.
Insomma, il risultato positivo per la Borsa (e per le tasche dei manager) non corrisponde al risultato positivo per l'azienda e i suoi dipendenti.
E' il caso ad esempio di Richar Fuld, Ceo della Lehman Brothers, che prima di fallire gli ha fruttato 457 milioni di dollari, collocandolo all'undicesima posizione nella classifica.
E' evidente che siamo in piena dittatura della finanza nei confronti della cosiddetta economia reale.
Sarebbe poi interessante capire da dove venga tutto il denaro che hanno incassato i supermanager. L'impressione è che esso provenga principalmente dallo stipendio dei dipendenti, mantenuto basso per ridurre i costi e rendere più competitiva l'azienda.
In fondo l'analisi di Marx non era poi così peregrina, solo che rispetto alla sua epoca i capitalisti che vogliono arricchirsi il più possibile a scapito degli operai sono diventati gli amministratori delegati, gente che non ha la proprietà dell'azienda e stipula con essa un contratto temporaneo, mentre tra i lavoratori non abbiamo soltanto gli operai ma anche i dipendenti, i cosiddetti colletti bianchi. Rispetto all'Ottocento la situazione è, se si vuole, ancora peggiore, perché non essendo i proprietari delle aziende, i manager non hanno alcun legame con l'azienda, per cui non si fanno problemi se ad esempio questa fallisce, dopo averla spolpata fino in fondo.
Fino al 2008 si credeva, o si voleva far credere, che questo sistema fosse valido perché in grado di incrementare la ricchezza collettiva; la crisi ha invece mostrato che, a fronte di salari sempre più depressi, la finanza aveva creato una serie di bolle speculative (immobiliare, borsistica ecc.), sgonfiate le quali sono rimasti soltanto.. i debiti della gente comune.
lunedì 5 luglio 2010
Noi e la Spagna

La Spagna è uno dei Paesi che sta soffrendo maggiormente la crisi, almeno considerando due parametri: la disoccupazione (che è schizzata al 19%) e il deficit (che ha raggiunto l'11% del Pil). Basandosi su questi dati, alcuni esponenti di governo hanno esultato perché "la Spagna sta peggio di noi". Anche se fosse vero ciò sarebbe un po' triste (sarebbe più sensato esultare per un qualche risultato positivo raggiunto dall'Italia, piuttosto che per le disgrazie altrui...). In ogni caso, la destra esulta anche perché la Spagna è guidata da Zapatero, che è visto come un mostro, un "laicista" dalla destra italiana, dal momento che ha fatto terribili leggi come il matrimonio per gli omosessuali e il divorzio breve, mentre proprio per gli stessi motivi, è visto come un eroe da molti elettori di sinistra, delusi dal comportamento troppo moderato e pavido della sinistra italiana.
Al di là delle convenienze politiche del momento, è interessante capire se è vero o no che l'Italia stia meglio (o meno peggio) della Spagna. Naturalmente, quando si fa un'analisi sulla situazione generale di un Paese, non si possono prendere in considerazione solo alcuni parametri, magari quelli che fanno comodo, e omettendo quelli che invece potrebbero smentire la propria tesi. Pertanto, è necessario considerare tutti i parametri fondamentali. Inoltre, bisogna sapere interpretare correttamente le statistiche (mentire con le statistiche, come ci ricorda un libro di qualche decennio fa, è quanto di più facile si possa fare).
- Reddito pro-capite. Qui c'è una sostanziale parità tra l'Italia e la Spagna, che ha raggiunto la ricchezza media pro capite dell'Italia negli anni prima della crisi, e, contrariamente a quanto molti pensano, non ha perso quella posizione. Infatti il Prodotto Interno Lordo spagnolo, dopo aver sostanzialmente raggiunto (a livello pro capite) quello italiano nel 2007, ha fatto segnare un +1,2 nel 2008, -4,6 nel 2009, e -2 (previsione) nel 2010, mentre l'Italia ha avuto rispettivamente -1, -5 e +1,5. La differenza è leggermente a sfavore della Spagna, anche se bisognerà vedere se le previsioni per il 2010 saranno confermate. Rimane il fatto che l'Italia prima della crisi era il Paese europeo che cresceva meno, per cui c'è il timore che, a crisi finita, l'Italia riprenda il suo storico trend di crescita zero, aumentando il ritardo rispetto agli altri Paesi europei (come accadeva prima della crisi). Anche perché il governo italiano fino a questo momento non ha fatto nulla per rendere più competitiva l'economia italiana (tra l'altro è l'unico governo occidentale che ha tagliato sulla scuola).
- Deficit. Qui la Spagna si trova in una situazione decisamente peggiore di quella italiana: lo sgonfiarsi del boom immobiliare, il forte aumento della disoccupazione con il conseguente aumento dei sussidi di disoccupazione, hanno portato lo stato spagnolo ad aumentare fortemente le spese, indebitandosi parecchio. Così il deficit spagnolo è arrivato all'11%, mentre quello italiano è intorno al 5%. Peraltro, la Spagna partiva da un debito pubblico accumulato molto basso (al di sotto del 40%), per cui il Paese ha qualche anno per ridurre il deficit e riportarlo al di sotto del 3% dettato dai parametri di Maastricht: se lo facesse prima che il debito raggiunga l'enorme livello di quello italiano (118%), alla fine la situazione dei conti pubblici spagnoli risulterà migliore di quella italiana. Tra l'altro, la Spagna ha rinnovato le infrastrutture, mentre l'Italia è gravemente in ritardo, per cui tra i due Paesi, quello che avrebbe bisogno di fare grandi spese per riequilibrare il suo ritardo sarebbe l'Italia.
- Disoccupazione. Su questo versante la crisi ha falcidiato la Spagna, che è tornata ai livelli scoraggianti degli anni '90 (quasi il 20%). L'Italia con il suo 8,7% sembrerebbe stare molto meglio. Ma è proprio così? A ben vedere no, perché le statistiche sulla disoccupazione sono calcolate utilizzando il numero di persone che si iscrive nelle liste di disoccupazione. In Italia esiste una disoccupazione endemica in certe zone (il Sud) per cui molte persone hanno da tempo rinunciato a cercare lavoro. Non a caso, tra i giovani (che in genere non hanno ancora rinunciato a cercare lavoro), la disoccupazione giovanile italiana si attesta a quasi il 30%. Se invece della disoccupazione si guarda al tasso di occupazione, (cioè quanti lavorano nella fascia di età lavorativa) si scopre che l'Italia è ultima in Europa, anzi in tutto l'Occidente (lavora il 57,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, contro il 63% della media della zona Euro). Notevole anche la differenza uomini-donne (lavorano il 70% degli uomini e il 45% delle donne, mentre in Europa le percentuali sono rispettivamente del 71,6% e del 54,5%). Dunque, chi pensa che in Spagna su 100 persone in età lavorativa, lavorino meno persone che in Italia, si sbaglia.
- Reddito pro-capite. Qui c'è una sostanziale parità tra l'Italia e la Spagna, che ha raggiunto la ricchezza media pro capite dell'Italia negli anni prima della crisi, e, contrariamente a quanto molti pensano, non ha perso quella posizione. Infatti il Prodotto Interno Lordo spagnolo, dopo aver sostanzialmente raggiunto (a livello pro capite) quello italiano nel 2007, ha fatto segnare un +1,2 nel 2008, -4,6 nel 2009, e -2 (previsione) nel 2010, mentre l'Italia ha avuto rispettivamente -1, -5 e +1,5. La differenza è leggermente a sfavore della Spagna, anche se bisognerà vedere se le previsioni per il 2010 saranno confermate. Rimane il fatto che l'Italia prima della crisi era il Paese europeo che cresceva meno, per cui c'è il timore che, a crisi finita, l'Italia riprenda il suo storico trend di crescita zero, aumentando il ritardo rispetto agli altri Paesi europei (come accadeva prima della crisi). Anche perché il governo italiano fino a questo momento non ha fatto nulla per rendere più competitiva l'economia italiana (tra l'altro è l'unico governo occidentale che ha tagliato sulla scuola).
- Deficit. Qui la Spagna si trova in una situazione decisamente peggiore di quella italiana: lo sgonfiarsi del boom immobiliare, il forte aumento della disoccupazione con il conseguente aumento dei sussidi di disoccupazione, hanno portato lo stato spagnolo ad aumentare fortemente le spese, indebitandosi parecchio. Così il deficit spagnolo è arrivato all'11%, mentre quello italiano è intorno al 5%. Peraltro, la Spagna partiva da un debito pubblico accumulato molto basso (al di sotto del 40%), per cui il Paese ha qualche anno per ridurre il deficit e riportarlo al di sotto del 3% dettato dai parametri di Maastricht: se lo facesse prima che il debito raggiunga l'enorme livello di quello italiano (118%), alla fine la situazione dei conti pubblici spagnoli risulterà migliore di quella italiana. Tra l'altro, la Spagna ha rinnovato le infrastrutture, mentre l'Italia è gravemente in ritardo, per cui tra i due Paesi, quello che avrebbe bisogno di fare grandi spese per riequilibrare il suo ritardo sarebbe l'Italia.
- Disoccupazione. Su questo versante la crisi ha falcidiato la Spagna, che è tornata ai livelli scoraggianti degli anni '90 (quasi il 20%). L'Italia con il suo 8,7% sembrerebbe stare molto meglio. Ma è proprio così? A ben vedere no, perché le statistiche sulla disoccupazione sono calcolate utilizzando il numero di persone che si iscrive nelle liste di disoccupazione. In Italia esiste una disoccupazione endemica in certe zone (il Sud) per cui molte persone hanno da tempo rinunciato a cercare lavoro. Non a caso, tra i giovani (che in genere non hanno ancora rinunciato a cercare lavoro), la disoccupazione giovanile italiana si attesta a quasi il 30%. Se invece della disoccupazione si guarda al tasso di occupazione, (cioè quanti lavorano nella fascia di età lavorativa) si scopre che l'Italia è ultima in Europa, anzi in tutto l'Occidente (lavora il 57,6% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, contro il 63% della media della zona Euro). Notevole anche la differenza uomini-donne (lavorano il 70% degli uomini e il 45% delle donne, mentre in Europa le percentuali sono rispettivamente del 71,6% e del 54,5%). Dunque, chi pensa che in Spagna su 100 persone in età lavorativa, lavorino meno persone che in Italia, si sbaglia.
Conclusione. Al di là delle differenze, l'Italia e la Spagna sono Paesi che si somigliano quanto a ricchezza prodotta e numero di impiegati in età lavorativa. Peraltro, la Spagna ha alcuni vantaggi: non ha regioni in mano alla criminalità organizzata, non ha un livello di corruzione pari a quello italiano, e ha rinnovato le infrastrutture. Del resto, ci sono molti più giovani italiani che vanno a lavorare o a studiare in Spagna del contrario, e questo qualcosa vorrà dire...
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