
La posizione rigida assunta da Bersani sull'articolo 18 è stata causata probabilmente dalla necessità di tenere unito il partito di cui è segretario, il Pd, ma in questo modo ha probabilmente stabilito un precedente pericoloso per il governo. Se i partiti che lo sostengono possono impuntarsi su singole questioni, questo potrebbe accadere in futuro anche per altre materie come la Rai o la giustizia, dove il Pdl potrebbe far valere i propri interessi particolari.
In ogni caso, credo che la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come se fosse un fortino inespugnabile sia sintomo di una posizione ideologica. Si tratta indubbiamente di un argomento complesso, ma si possono fare alcune considerazioni.
Uno degli argomenti più curiosi che sono stati portati per difendere l'articolo 18 è che "non è importante". "Se non è importante, perché lo volete cambiare?", hanno chiesto ad esponenti del governo giornalisti come Fabio Fazio. A questa domanda si poteva rispondere: "se non è importante, perché non si potrebbe cambiare? Visto che i mercati e gli investitori esteri si sono convinti che lo sia". In realtà, chi pensa che l'articolo 18 sia intoccabile, dovrebbe sostenere che è importante, non certo che non lo è.
A me pare evidente che la libertà di licenziamento in un'epoca di crisi può incentivare i licenziamenti, mentre in un'epoca di crescita economica, incentiva le assunzioni. Poiché nel lungo periodo sono statisticamente più gli anni di crescita degli anni di crisi, è lecito pensare che la libertà di licenziamento abbia un effetto tutto sommato positivo, e non negativo, sull'occupazione. Come del resto è dimostrato da Paesi quali gli Stati Uniti, in cui la disoccupazione è normalmente più bassa che in Italia.
Da questo non si deve dedurre che sia giusto introdurre una assoluta libertà di licenziamento, perché questo potrebbe portare ad abusi e discriminazioni (nei confronti delle donne, dei lavoratori iscritti al sindacato, dei gay ecc.).
Ma quello che non trovo corretto è l'argomento secondo cui l'abolizione o la revisione dell'articolo 18 (che comunque non comporta l'assoluta libertà di licenziamento) provocherebbe sicuramente un aumento dei licenziamenti. Si dà per scontato che gli imprenditori muoiano dalla voglia di licenziare, che il loro obiettivo non sia altro che quello. In realtà, se ai datori di lavoro non interessasse altro che licenziare, non si capirebbe come mai i lavoratori li hanno assunti.
Un'altra questione delicata riguarda l'alternativa tra indennizzo (proposto dal governo) e reintegro (proposo da Cgil e Pd) nel caso di licenziamento per motivi economici. Personalmente, se sapessi di non stare simpatico al mio datore di lavoro, sarei io il primo a volersene andare, tanto più se avessi a disposizione un indennizzo corrispondente a 1-2 anni lavorativi che mi consentirebbe di cercare un altro lavoro durante questo periodo.
In ogni caso, un errore che si commette in questi casi è quello di fare come se al mondo non vi fosse niente oltre l'Italia. Che ci piaccia o no, viviamo in un mondo globalizzato e fortemente competitivo, per cui quello che pensano gli investitori degli altri Paesi non può non avere un peso sulle decisioni da prendere a casa nostra. E' un fatto che l'Italia non attira gli investimenti stranieri (che possono portare più occupazione). Non sarà solo per l'articolo 18, ma qualche peso lo deve avere, se anche nella lettera del Bce inviata l'anno scorso al governo, si chiedeva di riformare il mercato del lavoro.
Se Bersani e la Camusso pensano che l'articolo 18 sia un baluardo intoccabile per la difesa dei diritti dei lavoratori, dovrebbero fare questa battaglia in sede internazionale, quantomeno in sede europea. Inoltre dovrebbero coerentemente premere per la sua estensione a tutti i lavoratori, altrimenti è curioso che si difenda come un diritto fondamentale un articolo che protegge solo alcuni lavoratori, e non tutti.
A mio avviso, nel mondo moderno, dove la flessibilità delle aziende è diventata fondamentale, bisognerebbe andare verso il modello scandinavo della flexicurity, dove ad essere protetti sono i lavoratori, e non i singoli posti di lavoro. In ogni caso, chi non è d'accordo dovrebbe proporre dei cambiamenti quantomeno a livello europeo, non certo limitarsi all'Italia senza interessarsi di quello che accade fuori.

