domenica 9 maggio 2010

I problemi del Pd


Da quando è nato nel 2008, il Partito Democratico ha inanellato una serie di sconfitte elettorali. Da un lato la cosa è comprensibile perché l'Italia è fondamentalmente un Paese di destra, cioè un Paese la cui mentalità prevalente è di tipo conservatore (un po' come gli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione dichiara di essere di idee conservatrici), dall'altro lato, è probabile che il partito ci abbia messo anche del suo, non risultando credibile come alternativa a Berlusconi e alla Lega.
Ma quali sono i problemi principali del Pd? A mio avviso, sono principalmente due.

1- Non ha un'ideologia

Secondo Veltroni e altri leader che hanno dato vita al Pd, viviamo in un'era postideologica, in cui un partito non deve avere un'ideologia precostituita con cui interpretare il mondo, ma deve essere capace di interpretare volta per volta l'epoca in cui si vive, e di risolvere i problemi che si pongono. Del resto, un partito nato dalla fusione di due vecchi partiti con le rispettive ideologie, non può certo adottarne una delle due: al massimo potrebbe tentare una nuova sintesi, lavoro quantomeno difficile. Ma allora, se il partito non si basa su un'ideologia ma sulle esigenze che volta per volta maturano dalla società, deve essere veramente aperto alla società civile, come accade nel Partito Democratico americano, dove un Obama "qualunque" ha potuto scalare il partito con la sola forza delle sue idee e del suo carisma. Altrimenti, se non ha un'ideologia e non è scalabile, il partito finisce per parlarsi addosso, per diventare un puro e semplice gruppo di potere, rappresentativo (forse) di una parte della popolazione, ma non certo della maggioranza.

2- Non è aperto alla società civile

Più che a un partito democratico, il Pd assomiglia a un partito oligarchico. Il suo gruppo dirigente è sempre lo stesso, formato da politici di lunga data, provenienti dai due partiti da cui esso è nato (Il Pci e la Dc). Al vertice del partito si alternano personaggi "pescati" in questo gruppo dirigente, e quando un leader ha esaurito il suo compito, torna (magari dopo un breve periodo di vacanza) nelle stesse fila da cui proveniva. E così i vari D'Alema, Fassino, Veltroni, Franceschini, Bindi, Parisi, Castagnetti ecc., sono sempre lì, a decidere volta per volta quale dovrà essere la politica del partito, a constrastarsi a vicenda, a tentare di imporre ciascuno la propria linea. Il meccanismo delle primarie così come è concepito è chiaramente insufficiente: le primarie vengono svolte tra personaggi scelti sempre nello stesso gruppo dirigente, mentre esse dovrebbero rendere il partito veramente scalabile, magari da qualcuno proveniente dal di fuori, dalla famosa società civile o dai famosi territori. Per questo le primarie si dovrebbero fare sempre, non solo quando conviene, o si pensa che convenga. Inoltre, una volta che si è scelto il leader, questi dovrebbe poter dettare la linea, senza che qualcuno gli metta il bastone tra le ruote. Obama dopo che ha vinto le primarie è diventato il leader del partito e ha dettato la linea, senza che altri per invidia o gelosia tentassero di contrastarlo.

Purtroppo l'arretratezza democratica del Pd è lo specchio dell'arretratezza dell'Italia, dove ai cittadini è dato poter scegliere tra un partito personale senza democrazia interna (il Pdl di Berlusconi, con il recente strappo di Fini ancora mal digerito e le cui conseguenze sono ancora tutte da valutare), e un partito oligarchico a finta e/o limitata democrazia interna.

domenica 25 aprile 2010

Sud: svegliati

Sud: svegliati. Questo slogan, un tempo usato dalla Lega, è efficace e dovrebbe essere fatto proprio dagli abitanti del Sud. Infatti, che il Mezzogiorno sia nettamente più arretrato rispetto al resto d'Italia, è purtroppo un dato di fatto, e anzi risulta essere la zona più arretrata dell'Europa occidentale, secondo i parametri più importanti (ricchezza prodotta, criminalità, disoccupazione, istruzione, livello dei servizi ecc.).
Chi ha a cuore il destino del Sud non può far finta di nulla e nascondersi dietro facili alibi o addirittura negando l'esistenza del fatto. Ad esempio, molti pensano che l'evasione fiscale sia più diffusa al Nord che al Sud, mentre è vero il contrario. Al Sud è più diffusa l'illegalità a tutti i livelli (dalla percentuale di persone che vanno in motorino senza casco, a quelle che si costruiscono la casa abusivamente, ecc.). Inoltre, dalle rilevazioni internazionali emerge che gli studenti del Sud sono i meno preparati d'Europa, mentre la percentuale di bocciature è molto bassa (il che non depone a favore degli insegnanti, che evidentemente si adeguano alla mentalità locale).
E le ricostruzioni storiche che si fanno per spiegare il ritardo del Mezzogiorno, se possono essere condivisibili, non possono essere confuse con una giustificazione. Anche perché se ci si continua a giustificare, si lascia tutto com'è. Chi ha rispetto per le persone, invece, ne pretende la responsabilità. Pensare che i Meridionali siano delle povere vittime della storia, e che siccome sono stati per secoli sottomessi da dominazioni straniere e regimi dispotici, ormai sono incapaci di darsi da fare e dunque non resta che assiterli, è profondamente offensivo nei loro confronti.
Occorre dunque rendersi conto che il ritardo del Sud continuerà ad esserci finché i Meridionali non si renderanno conto del ritardo culturale che ne caratterizza una percentuale considerevole. Ad esempio, lo scarso senso civico, per cui si ignorano o si aggirano le leggi piccole e grandi, è sicuramente una caratteristica più diffusa al Sud che al Nord. E la facile risposta ("ma non sono tutti così!") non risolve il problema, perché una differenza quantitativa non da poco alla fine fa la differenza. Ad esempio, se si dice che gli Olandesi sono più alti dei Sardi, non ha senso rispondere: ma non sono tutti così! Basta calcolare la media (o ad esempio prendere la percentuale della popolazione che supera il metro e ottanta) per vedere che una differenza c'è. E non si vede perché una differenza non ci possa essere anche per altri parametri come il senso civico (ad esempio: il numero di persone che pensa che gettare una cartaccia per terra, o votare un politico in cambio di una raccomandazione sia una cosa moralmente lecita o comunque non così censurabile).
Un altro alibi che si trova per "discolpare" il Sud, è che i tanti problemi che lo affligono risalgono alle mancanze dello Stato. Peccato che lo Stato sia lo stesso al Nord! Ad esempio, la ricostruzione del dopo terremoto in Friuli è stata esemplare e poco costosa, mentre il dopo terremoto in Irpinia è stato gestito in maniera clamorosamente inefficiente, con spese folli e i terremotati che sono rimasti per decenni nelle baracche. Eppure lo Stato era lo stesso. Oppure, la sanità al Nord funziona molto meglio che al Sud. Eppure lo Stato centrale è lo stesso. Si potrebbero allora chiamare in causa le amministrazioni locali. Ma le amministrazioni locali sono chiaramente l'espressione della gente locale. I politici locali non vengono dalla luna: sono votati dal popolo.
Al giorno d'oggi, dopo la caduta delle ideologie, è giunto il momento di rendersi conto che non può essere soltanto lo Stato a cambiare le cose, ma che è il popolo stesso che deve rendersi conto dei propri difetti e deve cercare di cambiare, a cominciare dagli intellettuali che devono illuminarlo sui propri difetti e dare le giuste indicazioni.
Anzi, demandare tutto allo Stato è precisamente un altro difetto tipico dell'Italia, ma soprattutto dei Meridionali. Significa pensare che lo Stato sia un'entità astratta e superiore.
C'è poi chi ammette che al Sud c'è meno senso civico che al Nord, però sostiene che in compenso i Meridionali hanno altri pregi, sono simpatici, accoglienti ecc. Come se fossimo di fronte ad un giudizio globale sul valore delle persone, che deve essere per forza a somma zero, per cui se uno ha un difetto da una parte, deve per forza avere un pregio a compensazione, per evitare che si facciano delle discriminazioni. Il che non ha senso: la civiltà è un concetto che non comporta (o comunque non esaurisce) un giudizio sulla persona nella sua globalità. Tuttavia è un concetto che esiste, per cui si deve poter dire: A è più (o meno) civile di B. E bisogna rendersi conto che per far funzionare una società, la civiltà è un concetto importantissimo. Quindi prima di offendersi, o di avere paura di fare discorsi razzistici, occorre chiedersi se ciò che viene detto sia o no vero. Dunque, occorre per prima cosa rendersi conto che esiste qualcosa chiamato civilità, e che questa non è allo stesso livello in tutti i Paesi. La Svezia è più civile dell'Italia, ad esempio, il che significa che in Svezia una percentuale della popolazione più elevata che in Italia (ovviamente, non tutti) rispetta le leggi, pensa che lo Stato non sia un nemico, che lo spazio pubblico sia di tutti (e non di nessuno) ecc. Se dico queste cose, probabilmente nessuno avrà qualcosa da ridire. Ma se dico che il Nord Italia è più civile del Sud, sicuramente molti mi accuseranno di razzismo. Ma finché si continuerà a ragionare così, finché non ci renderà conto che la cultura è tutto, e che un Paese non può cambiare per volontà divina o per un miracolo, ma che può cambiare solo se una grande maggioranza della popolazione farà propri i principi quali il rispetto delle leggi e del bene pubblico, non cambierà nulla. Del resto, gli esperti di criminalità organizzata sanno che fenomeni come la mafia sono possibili solo laddove c'è una diffusa omertà e simpatia nei confronti dei mafiosi. Purtroppo anche su questo esiste una "vulgata" di sinistra che semplifica la questione, sostenendo che la mafia è dappertutto perché al Nord ci sono imprenditori che fanno affari coi mafiosi e riciclano il loro denaro. Questo è vero, ma non è la stessa cosa che il controllo del territorio, che si realizza solo in quelle zone del Sud dove la cultura mafiosa (che comporta tutta una serie di corollari, tipo: lo Stato è nemico, la famiglia è tutto, le leggi si possono anche non rispettare ecc.) è radicata. Un conto è aprire un ristorante coi soldi dei mafiosi, un altro è controllare il territorio, e cioè pretendere il pizzo a tutti i commercianti (senza che nessuno o quasi si ribelli o denunci...), far votare i propri referenti politici dala popolazione, arruolare centinaia o migliaia di persone per la "bassa manovalanza" criminale, nascondere i latitanti con la connivenza di una parte della popolazione, gestire i loro affari coinvolgendo medici, avvocati, commercialisti ecc. Queste cose sono possibili solo se è diffusa una cultura locale mafiosa o para-mafiosa. Non a caso, al Sud è molto più facile seppellire rifiuti pericolosi, perché nessuno controlla, le amministrazioni locali dormono, non sorgono comitati civici, chi sa tace ecc. Quindi un conto è dire che il problema della mafia è un problema nazionale (vero), un altro è dire che non c'è differenza tra le diverse aree del Paese (falso). Finché la sinistra non avrà il coraggio di dire queste cose, si lascerà il tema della differenza tra Nord e Sud alla Lega, col risultato che il Sud rimarrà indietro, che le amministrazioni locali del Sud si mangeranno il denaro proveniente dalle tasse pagate dai cittadini di tutta Italia, e dunque aumenterà sempre più il numero di persone che vive al Nord e vuole la secessione.

martedì 20 aprile 2010

Fini: un alieno a destra


Sostiene che il leader di un partito deve essere eletto per votazione e non per acclamazione, che un partito debba avere regolari congressi, con regolari scelte della linea da seguire in base al confronto libero e democratico. Sostiene che gli immigrati devono essere accolti e integrati, e che se lavorano e non commettono reati devono avere la cittadinanza in tempi ragionevoli. Sostiene che si deve rispettare e difendere la Costituzione. Sostiene che i diritti civili dovrebbero essere riconosciuti e che lo stato deve essere laico.
Queste e altre idee di buon senso, che sono accettate senza problemi dalle destre di tutta Europa, sono viste come delle pazzie dalla destra italiana che fa capo a Berlusconi e alla Lega.
E così il giornale di proprietà della famiglia Berlusconi (Il Giornale) attacca e insulta tutti i giorni Fini, fino ad augurarsi che se ne vada al più presto dal Pdl. Il ritardo culturale della destra italiana è tutto qui.
Non è la prima volta che Fini si trova in un partito che è più indietro di lui. Per 15 anni ha traghettato pazientemente l'Msi-An da un partito di nostalgici del fascismo, che facevano il saluto romano e andavano in pellegrinaggio alla tomba di Mussolini, in un partito di una destra moderna e democratica. Alla fine, bene o male, ce l'ha fatta. La speranza è che, esaurita l'ubriacatura populista, quando Berlusconi sarà uscito di scena e gli italiani si accorgeranno che i problemi che aveva promesso di risolvere sono ancora tutti lì, la destra italiana saprà evolversi e saprà trasformarsi in una destra veramente moderna ed europea, laica e rispettosa delle istituzioni e dei principi dello stato liberal-democratico.

giovedì 8 aprile 2010

Un Paese corporativo

L'annuncio del ministro Alfano di voler cancellare quel poco che restava della liberalizzazioni di Bersani, rappresenta l'ennesima (se ancora ce ne fosse bisogno..) prova che il centro-destra italiano guidato da Berlusconi non ha nulla di liberale. E' invece una coalizione corporativista, che fa gli interessi delle classi sociali protette, che sfruttano la loro posizione di rendita per spuntare al pubblico prezzi e tariffe elevate. Per carità, questa è una posizione legittima, ma dopo non ci lamentiamo se in Italia abbiamo le tariffe più alte d'Europa (il recente aumento dei prezzi della benzina è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare), se siamo in fondo alla classifica della competitività, e se l'economia (quando le cose vanno bene) non cresce.
Del resto, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: non si può essere nello stesso tempo dalla parte del "popolo" e dalla parte dei professionisti. Se non c'è concorrenza, se non c'è libero mercato, i prezzi saranno più alti e la qualità dei servizi più bassa. Almeno così si pensa in tutto il mondo occidentale.
Grazie al suo potente apparato mediatico, Berlusconi è riuscito ad imporsi come leader "liberale", e purtroppo in un Paese dalla scarsa cultura liberale, questo messaggio è riuscito a passare. E così i termini libertà, liberale ecc., vengono utilizzati da chi si fa portatore dei valori opposti, cioè da un monopolista dell'informazione che difende gli interessi delle corporazioni, utilizzando un linguaggio che segue lo schema orwelliano per cui il modo migliore per neutralizzare un concetto è utilizzarlo con l'accezione opposta (la guerra è pace, la libertà è schiavitù).
E così il ministro Alfano promette di reinserire la tariffa minima per le prestazioni degli avvocati, tariffa che l'ordine degli avvocati imponeva a tutti, con il risultato di scoraggiare la concorrenza, soprattutto da parte degli avvocati più giovani che ancora non si sono fatti un nome e dunque potrebbero farsi strada richiedendo tariffe più basse. Del resto ricordiamo che quando Veltroni e altri sindaci avevano provato ad aumentare il numero dei taxisti, ci furono proteste della categoria, con esponenti di An in prima fila nelle piazze a dare manforte ai taxisti che protestavano.E nel 2008 dopo essere tornato al governo, il centro-destra propose il DDL Gasparri che contrastava le parafarmacie, nate in seguito alle "lenzuolate" di Bersani che consentivano di aprire negozi per vendere farmaci generici e che non richiedevano la ricetta, con il risultato di abbassare i prezzi di molti farmaci e prodotti correlati.
L'Italia è un Paese immobile dove i figli dei professionisti fanno i professionisti e i figli degli operai fanno gli operai.
Il corporativismo, già in voga durante il ventennio fascista, rappresenta una tipica organizzazione economica all'italiana, in cui tutti hanno famiglia, tutti vogliono un posto al sole, tutti vogliono avere i propri piccoli o grandi privilegi, mentre nessuno pensa al bene comune. Con il risultato che l'intero Paese alla lunga cresce meno degli altri, e chi non ha qualche santo in paradiso si trova solo e senza diritti.

lunedì 29 marzo 2010

Scalfari contro Berlusconi


Come puntualmente accade ad ogni appuntamento elettorale, Eugenio Scalfari chiama alle urne gli elettori, cercando di mobilitare i lettori di Repubblica per dare il voto al Partito Democratico. La cosa interessante è che ogni volta Scalfari agita lo spettro dell'emergenza democratica e sostiene che è assolutamente fondamentale correre a votare per contrastare Berlusconi, per difendere la Costituzione, la legalità ecc. Ogni volta, poi, è sempre la più importante, quella definitiva, dopo di che c'è il serio rischio di un'involuzione democratica, di una deriva autoritaria ecc.
Dall'altra parte, da sedici anni a questa parte assistiamo agli appelli in tv di Berlusconi, che invita il "suo" popolo dei "moderati" a non disertare le urne, a fare una chiara "scelta di campo" e a votare contro il terribile pericolo comunista, contro questa sinistra antidemocratica che vuole alzare le tasse, intercettare tutti, togliere la libertà ai cittadini.
Questo scontro tra i due schieramenti prosegue da sedici anni, durante i quali i due schieramenti si sono succeduti al governo senza che vi fossero sostanziali cambiamenti nella vita degli Italiani. L'unico risultato di rilievo è stato l'ingresso nell'Euro da parte del primo governo Prodi (1996-1998), e la concomitante notevole riduzione del deficit. Da quel momento i governi che si sono succeduti non hanno fatto granché, evitando quelle riforme strutturali di cui il Paese avrebbe bisogno (riduzione dei costi della politica, aumento dell'efficienza della pubblica amministrazione, lotta alla criminalità organizzata, aumento della competitività, riduzione del debito pubblico ecc.).
E così è ormai diffusa la sensazione che l'Italia sia un Paese in lento declino, declino che emerge dallo scivolare in fondo alle classifiche internazionali (dal Pil che sostanzialmente è fermo da dieci anni, al livello di corruzione che è tra i più elevati, alla bassa competitività, alla giustizia che non funziona, alle infrastrutture che non si fanno). Di fronte ad un Paese in queste condizioni una classe politica seria avrebbe per prima cosa il coraggio di riconoscere che il pericolo non sta nell'avversario (la destra per la sinistra, la sinistra per la destra), ma nel declino generale del Paese, che coinvolge tutti. E tra un declino gestito dalla destra e un declino gestito dalla sinistra, in fondo non c'è una grande differenza. Anche la considerazione sul governo locale (in fondo queste sono elezioni regionali) non porta a chissà quale differenza tra i due schieramenti: esistono regioni ben governate dalla destra (Lombardia, Veneto) e regioni ben governate dalla sinistra (Emilia-Romagna, Toscana), come esistono regioni mal governate dalla destra (Sicilia, Molise) e regioni mal governate dalla sinistra (Campania, Calabria). Questo naturalmente non vuol dire che non vi siano differenze tra i due schieramenti, ma soltanto che la contrapposizione sterile che tende a demonizzare l'avversario non giova al Paese, mentre una classe politica strapagata, autoreferenziale e inamovibile continua ad occupare semplicemente il potere senza pensare a risolvere i problemi gravi dell'Italia.

mercoledì 17 marzo 2010

Non comprare mai nulla a rate!

Giorni fa, durante un'amabile conversazione post prandium, un'amica e il marito mi raccontavano di aver acquistato a rate un televisore al plasma da 42 pollici, quando era uscito da poco e costava circa mille Euro. Il vecchio televisore, un ingombrante apparecchio a tubo catodico, ancora perfettamente funzionante, era stato relegato in cantina.
Alla mia osservazione che l'acquisto a rate non è la migliore scelta (modo educato per dire che è una pessima scelta), mi hanno risposto che al momento non disponevano sul conto corrente dei soldi necessari all'acquisto, per cui hanno "dovuto" optare per l'acquisto a rate. A loro sembrava tutto normale. Io invece non ho potuto fare a meno di pensare a cosa avrebbero detto al riguardo i nostri nonni. "Che cosa? Hai comprato un televisore da mille Euro senza avere neanche mille Euro in banca?".
Il credito al consumo sta purtroppo diventando un comportamento diffuso. La speranza è che la crisi possa spingere i "consumatori" a più miti consigli, ma vista la contraddizione di fondo tra la mentalità consumistica e gli stipendi bassi (ma per la mentalità consumistica gli stipendi non sono mai abbastanza alti), ho paura che le cose non andanno così. Pur di continuare a spendere, gli italiani si indebitano sempre di più, sulla scia dei loro "colleghi" anglo-sassoni. Naturalmente da questo discorso va escluso l'acquisto della casa, che essendo un bene duraturo che si rivaluta nel tempo, comporta tutta un'altra serie di considerazioni. Ma acquistare a rate un bene di consumo è secondo me inaccettabile, è una vera e propria follia. E questo, prima ancora che da un punto di vista morale, da un punto di vista di buon senso pratico. Soprattutto in un'epoca come quella odierna in cui nulla (matrimonio, posto di lavoro...) è sicuro.
E le spiegazioni che in genere si danno per giustificare questa modalità di acquisto ("lo desideravo", "altrimenti come avrei fatto") mostra la mutazione sopravvenuta negli esseri umani a causa del consumismo: ci si comporta come bambini, e ci si lascia guidare soltanto dal desiderio (la risposta tipica del bambino al rifiuto da parte dei genitori di acquistare un giocattolo è "ma io lo voglio!").
Quale sarebbe allora il comportamento più sensato? Il principio da seguire è semplice, quasi ovvio: bisogna partire da ciò che si ha, non da ciò che si desidera. Per cui, il comportamento da seguire sarà altrettanto semplice: se ho i soldi lo compro. Altrimenti, no.
Se non ho neanche mille Euro sul conto corrente non mi compro un televisore, ma comincio a risparmiare per avere una riserva di liquidità sufficiente a fronteggiare eventuali periodi difficili o acquisti necessari e imprevisti (come facevano i nostri nonni...). Dopo, eventualmente compro anche il televisore. L'avere la disponibilità non è naturalmente una condizione sufficiente per comprare, ma necessaria, sì.

La mia amica ha però ricevuto l'appoggio di una sua amica, la quale ha sostenuto che io potevo pure avere ragione in teoria o in quel caso particolare, ma se ci sono di mezzo i figli, è necessario comprare a rate, perché loro vogliono la playstation e altri giocattoli, e se non ci sono i soldi, come si fa?
In primo luogo, occorrerebbe avere il coraggio di dire che fare i figli non è obbligatorio, per cui se non si disponse della ricchezza sufficiente a crescerli senza problemi e a garantire loro un futuro di benessere (ovviamente, anche senza la playstation!), sarebbe a mio avviso più sensato non farli. In secondo luogo, è molto più educativo insegnare ai figli il valore delle cose e del denaro, e dir loro chiaramente e semplicemente: "costa troppo", o "non ho i soldi", piuttosto che accontentarli in tutto. Altrimenti i figli da grandi ripeteranno gli errori dei genitori e diventeranno anche loro dei consumatori compulsivi, delle "tasche bucate", come è ormai oggi la maggior parte delle persone, anche se non se ne accorge.

domenica 14 marzo 2010

Nuovo scandalo Chiesa e pedofilia

Il recente non-scandalo (nel senso che ormai notizie del genere non stupiscono più) dei preti pedofili in Germania ha costretto anche i telegiornali italiani a far filtrare qualche notizia, se non altro perché il Vaticano, di fronte alla marea montante di notizie e polemiche in quello e in altri Paesi (ma naturalmente non in Italia) ha ritenuto di intervenire con dichiarazioni "rassicuranti" secondo le quali la Chiesa cattolica non sarebbe coinvolta nella pedofilia più delle altre chiese, e più della società civile, dove anzi i casi di pedofilia sarebbero di più (Padre Federico Lombardi, portavoce vaticano).
(Insomma siamo più o meno al livello delle smentite di Berlusconi sulla D'Addario, riportate dal Tg1 senza che si fosse mai data la notizia del caso Berlusconi-escort).
Ora, a parte che queste dichiarazioni mostrano come ormai la Chiesa sia sulle difensive (con tanto di accuse di "accanimento" contro la stessa e il Papa), quello che sta emergendo è che l'abuso nei confronti dell'infanzia e dell'adoloscenza fosse diffuso praticamente in tutti i Paesi in cui la Chiesa ha una presenza consistente (e chissà cosa è accaduto in Italia). Inoltre, la cosa che emerge è che i maltrattamenti erano di ogni tipo, per cui non ci si può limitare ai soli abusi sessuali: anche laddove non vi era violenza sessuale, nei tanti collegi gestiti da preti e suore, sono stati diffusi e sistematici i maltrattamenti e gli abusi di tipo fisico e psicologico. Il fatto che la verità venga fuori soltanto ora, e che si aprano inchieste su ciò che è accaduto nei decenni passati, non deve stupire più di tanto, e semmai mostra come il mondo di oggi (almeno al di fuori dell'Italia) sia abbastanza laico da poter affrontare certi argomenti senza tabù.
La triste verità è che un tempo, se un bambino o un ragazzo avesse provato a denunciare le violenze subite da sacerdoti, non sarebbe stato creduto, l'inchiesta sarebbe stata insabbiata ecc. E qui si vede ancora una volta tutta la potenza dell'ideologia: quando si dice qualcosa che va contro l'ideologia dominante, l'atteggiamento tipico è il rifiuto, la negazione, anche se ciò che si dice è vero. E così le migliaia di bambini e ragazzi feriti (nell'anima ancora prima che nel fisico) in tutto il mondo sono solo l'ennesima vittima sull'altare della religione. Religione che continua a mietere vittime da secoli, tra guerre di religioni, crociate, inquisizioni, torture, roghi.
E il maldestro tentativo da parte del Vaticano di coinvolgere le altre religioni semmai mostra come sia la religione in sé, e non certo solo quella cattolica, ad essere intrinsecamente portatrice di violenza. Vi è anche chi ha ricordato come in realtà la maggior parte degli abusi sui bambini avvenga in famiglia: vero, e infatti anche la famiglia è un istituzione-tabù, uno degli idoli della società, che come tutti gli idoli esige le sue vittime da immolare.
Il fatto che per decenni (ma chissà cosa succedeva nei secoli passati...) la Chiesa abbia cercato di nascondere i casi di pedofilia e si sia limitata a trasferire i responsabili da una diocesi all'altra, non stupisce, se si entra nella logica della Chiesa stessa: in primo luogo, conta la sopravvivenza della Chiesa, contro possibili scandali che potrebbero mettere a repentaglio la fiducia da parte dei fedeli. Tutto il resto viene dopo. Del resto nella logica religiosa l'individuo non è visto come portatore di diritti, per cui gli eventuali abusi nei suoi confronti al massimo vengono derubricati a peccati. Ora, il peccato agli occhi di un cristiano può anche essere un fatto gravissimo, ma in ogni caso è qualcosa di cui si dovrà rendere conto a Dio, che sicuramente ricompenserà in qualche modo le vittime innocenti. Il fatto che nella logica cattolica la scala dei peccati sia così diversa rispetto a quello che è il senso comune moderno, dovrebbe far riflettere sulla frattura insanabile che ormai si è creata tra la Chiesa e la società civile: per la Chiesa ad esempio l'aborto è più grave della pedofilia.
Per quanto detto fino ad ora, i recenti richiami al celibato come alla causa degli abusi da parte dei preti non convince fino in fondo. Da tempo i sociologi hanno individuato nelle istituzioni chiuse e gerarchiche (carceri, caserme, collegi, famiglie ecc.) dei luoghi privilegiati di violenza. La presenza della religione (e dunque dell'autorità divina che si confonde con quella umana) conferisce un'arma in più a chi dispone del potere. E purtroppo la storia ci dice che chi dispone di un potere, prima o poi lo usa (e se può, ne abusa).